Lecce, il laboratorio di cartapesta del maestro Mario Di Donfrancesco

di Giorgio MANTOVANO

In pieno centro storico, nella Lecce vecchia, vive uno dei più raffinati luoghi di lavorazione dell’antica arte della cartapesta.

È il laboratorio del Prof. Mario Di Donfrancesco, le cui opere restaurate e di nuova fabbricazione sono presenti in Italia ed in numerosi paesi esteri, come la Germania, gli Stati Uniti, la Francia o lo Stato del Vaticano, per citarne solo alcuni.

È molto facile essere sedotti dagli scheletri impagliati, le mani e le teste in terracotta, perfettamente espressive, la carta plasmata con i ferri roventi. Si è rapiti dalla metamorfosi del materiale umile che diviene d’incanto prezioso.

Un fenomeno antico ed unico quello della lavorazione della cartapesta, il cui sviluppo segue l’arte barocca e sacra, in una città che, a partire dalla fine del XVI secolo, è sempre più ricca di ordini religiosi, conventi e chiese.

Ma è dal Settecento che Lecce diviene uno dei maggiori centri per la lavorazione di questo materiale, con lo sviluppo di uno stile distintivo ed unico rispetto ad ogni altra regione d’Italia.

Il laboratorio è in una via dolce e sbilenca, intitolata a Francesco Antonio D’Amelio, uno dei maggiori poeti dialettali dell’Ottocento leccese. Nato il 10 agosto 1775 e scomparso il 29 luglio 1861, D’Amelio fu il primo a tentare, in vernacolo, l’esperimento di una satira dolce e mai volgare.

Quando sei al cospetto dell’arte statuaria è un tuffo repentino nel passato, in un tempo in cui erano in voga anche i Crocefissi agonizzanti in cartapesta che fecero guadagnare al loro autore, Pietro Surgente (1742-1827), la nomea di “Mesciu Pietru de li Cristi”.

In quel luogo si prosegue una tradizione antica che ebbe nell’architetto leccese Mauro Manieri (1687 – 1744), tecnico di fiducia e “alla moda” dell’aristocrazia leccese, accademico degli Spioni, uno dei primi e maggiori interpreti.

Ogni volta che mi capita di passarci, mi vengono alla mente le figure di Antonio Maccagnani (1809 – 1892), Achille De Lucrezi (1827 – 1913) e il suo discepolo Giuseppe Manzo (1849 – 1942), che contribuì a diffondere ed a far apprezzare l’arte della cartapesta anche all’estero.

Osservo in religioso silenzio le tante statue e capisco finalmente le parole di Eugenio Maccagnani che nel 1906 scriveva così ad Onorato Roux: “Ricordo come un sogno, che persone della mia famiglia condussero me bambino, in casa di un mio zio, Antonio Maccagnani, celebre statuario di santi in cartapesta.

Appena entrai nello studio, rimasi assai impressionato da una piccola testa di santo, in creta, che mio zio aveva messo a seccare dentro un braciere. L’ebbi sempre innanzi agli occhi; quella visione mi tormentò, e da quel momento sentii in me il germe dell’Arte; sentì in me prepotente il sentimento che poi si sviluppò, quando mi diedi ad essa definitivamente”.

Sulla storia della cartapesta leccese, segnalo, nell’ampia letteratura, il bel libro di Caterina Ragusa, Guida alla Cartapesta leccese, a cura di Mario Cazzato, Congedo Editore, 1993, ricco di puntuali schede biografiche e bibliografiche dei maestri cartapestai leccesi dei secoli XIX e XX, con interessanti contributi di Edoardo Foscarini, Elio Pindinelli, Lidiana Miotto e Vittorio De Vitis.

Giorgio MANTOVANO
Ideatore di www.iusimpresa.com - Osservatorio Bibliografico del Diritto dell’Economia in Europa. Dottore commercialista, appassionato di Storia Patria.