Lecce, Chiesa di San Nicolò e Cataldo

di Giorgio MANTOVANO

È un autentico gioiello dell’architettura religiosa normanna in Terra d’Otranto, collocato fuori dalla cinta muraria della Lecce antica, nel solenne recinto del cimitero.

Qui al culmine di un lungo viale fiancheggiato da cipressi, nell’eterno silenzio della storia, vive la chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo con l’annesso monastero, attuale sede del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento.

La data di fondazione della chiesa richiama un tempo lontano, ricco di suggestioni e di non poche incertezze.

Lecce, Chiesa di San Nicolò e Cataldo, portale

Alla fine del XII secolo, nel 1180, Tancredi, già da un decennio a capo della Contea di Lecce, ultimo discendente in linea maschile della stirpe normanna degli Altavilla, la fece costruire per sciogliere, secondo alcuni, un voto fatto a Dio in un momento di difficoltà.

Tancredi era figlio naturale di Ruggero, duca di Puglia, e di una nobildonna leccese, forse di nome Emma, figlia di Accardo II, potente dominus della città di Lecce e di Ostuni.

Sul trono del regno di Sicilia siedeva Guglielmo II, come risulta dall’epigrafe latina che compare sull’ architrave della porta che si affaccia sul chiostro. Vi sono ricordati, in forme alfabetica austera, l’anno 1180 di compimento della costruzione, il sovrano all’epoca regnante, il nobile Tancredi che ne fu il committente, ed un certo Agnus di oscura provenienza che ne fu il realizzatore.

Per provare ad immaginare come potesse essere, entro le mura, quella Lecce antica, basti dire che nel XII secolo, tra vicoli stretti e case modeste, spiccavano la chiesa vescovile, ricostruita verso il 1115, il palazzo del dominus, destinato poi a divenire Conte, nelle vicinanze del Duomo, ed il monastero delle Suore benedettine, fondato nel 1133 da Accardo II, nonno materno di Tancredi.

Lecce, Chiesa di San-Nicolò e Cataldo, interno

La chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, collocata fuori dalle mura cittadine, conserva intatte, a dispetto del tempo trascorso, le originarie epigrafi latine ben visibili sull’elegante architrave del portone di ingresso.

Il Conte Tancredi, destinato a divenire per un breve periodo re di Sicilia, volle, secondo un costume dell’epoca, che la chiesa fosse servita da una comunità benedettina. Lasciò così alla città di Lecce una delle più significative testimonianze dell’architettura religiosa normanna, l’unica sopravvissuta dell’epoca medievale.

L’abbazia, sin dal suo primo apparire, suscitò unanime stupore. L’armonia del monumentale tempio ha qualcosa di regale. Forse, quella ricchezza di motivi, latini, bizantini e islamici, era destinata ad accogliere, quale ultima dimora, le spoglie di Tancredi.

Diversi sono stati nei secoli i restauri e i rifacimenti. La ristrutturazione più evidente la si ebbe sulla facciata nel 1716 con il contributo di Giuseppe Cino, l’indimenticato autore in Lecce di importanti opere tra cui l’elegante Palazzo del Seminario in piazza Duomo.

Osservando la facciata della chiesa, ornata di capitelli, compaiono nel primo ordine quattro statue di Santi, disposti ai lati del portale di ingresso. Ma ciò che sorprende è la decorazione a doppia cornice con un esuberante motivo ornamentale di foglie.

Sull’architrave della porta è leggibile l’iscrizione che tramanda la volontà di Tancredi. Sopra l’epigrafe appaiono sei testine di donna, che conservano immutato nei secoli il loro mistero.

Con la scomparsa di Tancredi (1194) si registrò un’accanita repressione, senza pietà, nei confronti della nobiltà normanna, da parte di Enrico VI di Hohenstaufen, marito di Costanza di Altavilla.

Lecce, Chiesa di San Nicolò e Cataldo, particolari

La notte di Natale del 1194 Enrico VI fu incoronato Re di Sicilia e poté annettere il regno al Sacro Romano Impero. Cominciò, pertanto, la damnatio memoriae di Tancredi per mano dello scrittore Pietro da Eboli, strenuo sostenitore dei rappresentanti della dinastia sveva.

Anche le spoglie mortali del Conte di Lecce furono asportate per ordine di Enrico VI dal sarcofago dove erano state riposte, nella Cattedrale di Palermo, e disperse.

Costanza di Altavilla, il giorno dopo l’incoronazione del marito, partorì l’attesissimo erede, il futuro Federico II al quale fu imposto il nome di Federico Ruggero in onore dei due illustri nonni, Federico Barbarossa di Hohenstaufen e Ruggero II d’Altavilla.

Sulla complessa figura di Tancredi, nella vasta letteratura, vedasi anche Pier Fausto Palumbo, Tancredi Conte di Lecce e Re di Sicilia e il tramonto dell’età normanna, Società storica di Terra d’Otranto, 1991; Tancredi conte di Lecce re di Sicilia: Atti del Convegno internazionale di studio, Lecce, 19-21 febbraio 1998, a cura di Hubert Houben e Benedetto Vetere, 2004, Congedo Editore.

Giorgio MANTOVANO
Ideatore di www.iusimpresa.com - Osservatorio Bibliografico del Diritto dell’Economia in Europa. Dottore commercialista, appassionato di Storia Patria.