di Giorgio MANTOVANO
Di Antonio de Ferraris (1444-1517), detto il Galateo poiché nativo di Galatone, possediamo l’immagine in foto tratta da “Vite dei Letterati Salentini”, preziosa opera di Domenico De Angelis, edita a Firenze nel 1710, in cui se ne traccia la biografia.
Medico illustre ma anche insigne umanista e filosofo, il Galateo fu grande conoscitore della cultura classica di Aristotele, Platone ed Euclide, e di quella araba di Avicenna e Averroè.
Fu autore anche di testi di storia e geografia, tra cui il famoso “De Situ Japygiae” che raccoglie la sua intensa attività di storico, geografo e archeologo di Terra d’Otranto, ammirata per la profonda erudizione dell’autore e sicuro modello per i successivi studiosi.
In quell’opera appare evidente come l’autorevolezza accordata dal Galateo a geografi come Plinio, Strabone, Tolomeo, ecc., non abbia impedito la verifica e l’aggiornamento dei dati osservati, sulla base di controlli effettuati personalmente dall’umanista salentino.
In tal senso il suo itinerario geografico ed archeologico precorre, con straordinario anticipo, le esplorazioni corografiche che saranno eseguite nei secoli successivi dal Marciano, dall’Arditi e dal De Giorgi.
Quel testo fu stampato per la prima volta in Basilea nel 1558 in ottavo, a cura di Bernardino Bonifacio, Marchese d’Oria, nobile cavaliere napoletano.
L’adolescenza del Galateo, al pari di quella di quasi tutti gli uomini d’ingegno non comune, fu aspra, durissima. Perduto il padre quando era ancora giovane, fu affidato dallo zio materno al Ginnasio di Nardò, scuola al tempo celebre come ricordò lo stesso Galateo, per apprendervi i primi rudimenti delle lettere.
In quella scuola, aggiunse il De Angelis, il Galateo studiò “la Retorica, la Poetica, la Filosofia e la Medicina, la quale elesse per suo principale intrattenimento”.
A Ferrara completò gli studi e conseguì nel 1474 le insegne dottorali di filosofia e medicina dalle mani del celebre Girolamo Castelli. Dopo Venezia fu Napoli, che era all’epoca il ritrovo ambito di tutti i più eletti ingegni, che vi accorrevano attratti dallo splendore mecenatesco di Ferdinando I d’Aragona, che accolse il genio e la grande anima del Galateo. Ben presto, dato l’ambiente ed il suo fascino, si guadagnò la stima di Principi e umanisti.
Giovanni Pontano gli schiuse le porte dell’immortale Accademia Pontaniana. Iacopo Sannazzaro gli divenne compagno indivisibile, anche nei giorni di dolore e lo interrogò sui complessi problemi della cosmografia, storia e medicina.
La sua fecondità fu meravigliosa. Il grande umanista prese anche parte attiva nella difficile spedizione contro i Turchi, condotta da Alfonso Duca di Calabria, nel biennio 1480-1481, per la liberazione di Otranto.
Cessò di vivere in Lecce il 12 novembre del 1517 e fu seppellito, stando al De Angelis, nella chiesa di San Giovanni d’Aymo dei Padri Domenicani (la chiesa di San Giovanni Battista o del Rosario).
Peccato che le iscrizioni latine che illustrano il suo cenotafio siano da tempo parzialmente occultate da una scala.
Vale la pena riportarne il contenuto, richiamando la traduzione a cura di Mario De Marco in “Monumenti Leccesi. Le iscrizioni latine”, Edizioni Forma Mentis, 2010.
«Quel Galateo che conobbe le arti mediche e gli astri del cielo giace qui sepolto nella terra. Egli che concepì nella mente l’Olimpo, il cielo e la terra, osservate, o mortali, quale piccola tomba lo contiene. 1561».
«Antonio Galateo dell’Accademia Pontaniana, protomedico dei re aragonesi, per consegnare ai posteri le sue ceneri, aveva dettato l’iscrizione che vedi sul (suo) sepolcro. Ma sopraggiunta presto l’indolenza dei tempi, portato via dalla solennità della chiesa, tenuto nascosto per lungo tempo in luoghi appartati, il re Ferdinando IV, nato particolarmente per preservare dalla dimenticanza, per favorire e accrescere le lettere, ordinò, alla presenza del Principe Francesco, che di diritto fosse ricollocato qui (dietro l’ingresso) su richiesta di Michele Arditi, giureconsulto e quindecenviro della Regia Accademia Ercolanese, il quale anche per la sua devozione verso il suo illustrissimo conterraneo, aggiunse a proprie spese il busto dell’uomo su di un marmo di Luni. Nell’anno 1788».


















