di Giorgio MANTOVANO
Corre l’anno 1913 quando Cosimo De Giorgi (1842 -1922) dà alle stampe il testo “Cenni auto-biografici”, edito in Lecce dalla R. Tipografia Salentina dei Fratelli Spacciante.
L’opera, composta da poco più di una quarantina di pagine a cui si aggiungono alcune Note illustrative e un’Appendice che richiama i lavori di scavo dell’anfiteatro romano e le osservazioni sul servizio meteorico in Terra d’Otranto, contiene una dedica speciale: “Alle mie figlie dilette Maria e Rosa nella Pasqua di Risurrezione dell’Anno 1913”.
«Dedico a voi», scrive l’insigne Autore, «figlie mie dilettissime, questi brevi cenni della mia vita come regalo di Pasqua, come attestato del grande affetto che nutro per voi, come mio ricordo. La voce di chi vi parla è quella di uno che vi vuol bene e pensa al vostro presente ed al vostro avvenire».
L’avvincente filo narrativo è non solo un affresco dei suoi tempi ma anche una testimonianza della straordinaria operosità dello scienziato, dell’accurata e poliedrica trasversalità dei suoi studi.
«Un forte impulso alle ricerche sui nostri monumenti», annota il De Giorgi, «mi venne dal venerando amico mio, il Duca Sigismondo Castromediano, del quale conservo molte lettere riboccanti di affetto verso di me: e le conservo come preziosa reliquia, come ricordo della bontà dell’animo suo.
Egli nel cominciare la raccolta di oggetti antichi, che fu come il primo nucleo del Museo provinciale, mi volle, sin dal 1869, suo coadiutore nella Commissione conservatrice dei monumenti col Maggiulli, col De Simone col Tarantini, col Pignatelli, con l’Arditi, col Palumbo, col Romano e col Casotti.
Io gli fui sempre accanto (…); ed a me, come il più giovane, affidò più volte l’incarico di visitare e di riferire sullo stato dei monumenti nazionali di Galatina, di Brindisi, di Taranto, di Manduria, ecc.; e di accompagnare gli archeologi italiani – come il Boito e il Bernabei – o stranieri – come il Lenormant, il Gregorovius, il Diehl – nelle loro escursioni in questa provincia.
Oh, come ritorno volentieri col pensiero a quel periodo di tempo compreso fra il 1865 e il 1880; il periodo più splendido per coltura storica ed artistica delle nostre contrade. E fu pure assai fecondo per produzione intellettuale.
Il merito principale è doveroso attribuirlo al Castromediano, il quale nel Parlamento e nel Consiglio provinciale seppe promuovere e incoraggiare molte nobili iniziative. Avemmo allora una vera febbre di ricerche storiche e artistiche che irradiò dal capoluogo di Terra d’Otranto a tutte le città e fino alle più umili borgate, le quali ebbero il loro storiografo e il loro illustratore.
( …) Fu quella, torno a dirlo, l’età dell’oro per la nostra provincia. Noi della vecchia generazione che abbiamo assistito a quel periodo glorioso ne risentiamo oggi più degli altri il vivo contrasto con i tempi moderni, da un trentennio a questa parte. Si è perduto perfino l’eco dei vecchi ideali nella vasta e bella sala del maggior Consesso della provincia!
Da molti oggi si crede ch’essi servano soltanto ad appagare una sterile curiosità, e quindi non sieno più conformi con le esigenze e con le aspirazioni della civiltà moderna.
E pure, o mie care figlie, ricordatelo: un popolo che ha di mira la sola soddisfazione degli interessi materiali e non si prefigge di conseguire con fede viva ed operosa un ideale più elevato, è spinto ineluttabilmente indietro verso la barbarie!».
Addolora veramente che nella Villa comunale di Lecce, ove compaiono i busti di alcuni figli illustri di questa terra, anche la memoria di Cosimo De Giorgi sia da tempo oltraggiata, poiché priva di nome, come per Francesco Rubichi (1851 -1918), illustre Principe del Foro.


















