di Giorgio MANTOVANO
Nel centro della Lecce antica i luoghi in cui era possibile incontrarli non erano tanti. Li potevi trovare nel Caffè Persico, alle spalle dell’anfiteatro romano, nella legatoria Bortone o nell’orologeria Macchia, vicino la chiesa dei Teatini o, anche, nella stanzetta nel fondo della libreria di Pietro Parodi, il genovese dai modi cortesi.
Parlavano con un tono di voce basso e lo sguardo diffidente. Commentavano l’asfittica politica dei Borbone e i fermenti liberali che giungevano dalla Gran Bretagna e dalla Francia.
Erano uomini avvezzi al pericolo e ricchi di coraggio e di ideali. Erano medici, letterati, negozianti, avvocati, studenti, scrittori, impiegati ed anche sacerdoti.
Nella Lecce del 1848 le prime notizie della Costituzione, concessa da Ferdinando II di Borbone il 29 gennaio dello stesso anno, giunsero in città pochi giorni dopo.
Finalmente si inneggiava alla libertà con feste e tripudi, poesie d’occasione, canzoni e musiche patriottiche. Ritornavano gli esuli e i condannati politici. Nel febbraio del ’48 veniva promulgata la legge elettorale.
Stabiliva che dovesse eleggersi un deputato ogni 45.000 abitanti, che gli elettori dovessero possedere 24 ducati di rendita e gli eligendi 250. Furono eletti, tra gli altri, Giuseppe Pisanelli per Tricase e Luigi Scarambone per Lecce.
Un fervore insolito animava la città e l’intera provincia nell’attesa della riunione del Parlamento, fissata per il 15 maggio. Ma quel giorno, quel famoso giorno, fu tristissimo. La Storia lo ricorda come una giornata di gravissimo lutto quando i dissensi tra i liberali ed il Re, circa i poteri della Camera, scatenarono violenti scontri con le forze regie.
All’alba del 15 maggio 1848 scoppiò la scintilla della rivoluzione. A Napoli si combatté in via Toledo e in via S. Brigida, i vicoli intorno al Palazzo Reale furono sbarrati da barricate erette dai liberali.
La sommossa, che durò a lungo, fu duramente repressa. Si contarono un migliaio di morti ed i rivoltosi, tra cui anche numerosi patrioti salentini, furono costretti ad abbandonare le postazioni. Rientrati a Lecce, alcuni tra loro fondarono il Circolo Patriottico provinciale al fine di tutelare l’ordine pubblico e difendere le libertà conquistate.
Ne fecero parte Bonaventura Mazzarella, che si era dimesso, con una memorabile lettera indirizzata al Procuratore Generale, dal ruolo di giudice regio, e fu eletto Presidente, con segretari Sigismondo Castromediano, Annibale D’Ambrosio, Oronzo De Donno e Alessandro Pino.
Si radunavano in una stanza di un palazzo alle spalle della cattedrale, in un luogo segreto della cospirazione. Tra i vari patrioti comparivano, per citarne solo alcuni, Beniamino Rossi, Gennaro Simini, Gaetano Madaro, Pasquale Persico, Salvatore Stampacchia, Domenico Lazzaretti, Epaminonda Valentino, Carlo D’Arpe, Michelangelo Verri.
Da ambienti vicini al Circolo leccese scaturì la Protesta contro il re, scritta da Giuseppe Libertini e pubblicata il 22 giugno 1848.
Dal 29 giugno, data della sua costituzione, al 7 luglio 1848, il Circolo patriottico, in seduta permanente, pubblicò bollettini quotidiani (redatti e vergati anche da Sigismondo Castromediano) che animarono la resistenza contro la preannunciata repressione.
La feroce reazione borbonica non tardò a manifestarsi. Una colonna di truppe regie, al comando del generale Marcantonio Colonna, giunse il 13 settembre di quell’anno a Lecce. La città fu occupata militarmente. Furono soppressi vari periodici, tra cui L’ Eco del Salento, La Japigia e La Farfalla.
Il 30 ottobre, a seguito di una delazione, fu arrestato Sigismondo Castromediano. Condotto nel carcere di San Francesco trovò il conforto di numerosi altri patrioti che erano stati arrestati prima di lui.
I loro nomi comparvero nelle celebri Memorie del Castromediano. Si trattava di Nicola e Giovanni Schiavoni, «fratelli, tra i più doviziosi di Manduria», del barone Benedetto Mancarella, del dottor Domenico Corallo e di suo fratello l’avvocato Giuseppe, del dotto giureconsulto Enrico Licci, che per orrore del carcere, «ebbe a soffrir nel cervello e morirne», del cieco Giuseppe De Simone, degli operai Gaetano Madaro e Andrea Verri, dell’archtetto Pasquale Persico, e degli studenti Leone Tuzzo, Carlo ed Enrico D’Arpe. Mancavano il cavaliere Pontari e l’avvocato Stampacchia che erano già stati trasferiti in altro carcere.
Ricordando quell’incontro, il Castromediano scrisse:
«Tra essi regnava la più larga cordialità, l’accordo più perfetto, e, ciò che più rende meraviglia, il più gaio umore, quasi direi la spensieratezza, certi d’un prossimo domani assai migliore dell’oggi. Quel dimani, secondo loro, non solo ci avrebbe spalancate le ferree porte da cui eravamo racchiuso, ma ricondotto il paese sulle ali felici di trionfante foratura».
Durante il processo si svolsero tristi episodi e scene strazianti. In Terra d’Otranto s’instaurò, con le dure condanne, un regime di polizia e di terrore che, tuttavia, non fu sufficiente a sopprimere lo spirito di libertà.


















