Il Palazzo dei Tribunali di Lecce com'era nel 1848 e, nella foto piccola, Bonaventura Mazzarella

di Giorgio MANTOVANO

Per reprimere il movimento di patrioti che nel 1848 cospiravano contro il governo borbonico, fu inviata in Puglia una colonna mobile, composta da artiglieri, cacciatori, lancieri e dragoni, quattromila uomini al comando del generale Marcantonio Colonna.

Il 10 settembre il Colonna entrò in Lecce per attuare “il sacro debito del governo di proteggere i buoni e di mettere i perturbatori nell’impossibilità di delinquere”.

Per intimorire maggiormente la popolazione, quelle truppe, inviate per incutere terrore e reprimere ogni residua libertà, attraversarono la città in completo assetto di guerra con le micce sui cannoni pronti a far fuoco.

La notte tra il 13 e 14 settembre fu arrestato Salvatore Stampacchia, imputato della compilazione di stampe e scritti diretti a sobillare il malcontento e la rivolta; quindi toccò a Leone Tuzzo, accusato di promuovere la guerra civile tra le truppe e la popolazione. Poi fu la volta di Salvatore Pontari e Carlo D’Arpe, ed il giorno successivo di Giovanni e Nicola Schiavoni, incolpati di cospirazione contro il Re e di attentare la sicurezza interna dello Stato.

Seguirono gli arresti di Giuseppe Corallo, del cieco De Simone, di Bernardino Mancarella, Pasquale Persico, Gabriele e Michelangelo Verri, Nicola Brunetti e molti altri.

Anche l’ultimo foglio liberale “La Japigia” che il giovane Beniamino Rossi aveva iniziato a pubblicare, malgrado i provvedimenti restrittivi, venne soppresso.

In breve la reazione trionfò in tutta la sua ferocia. D’allora non vi fu città o borgata che non contasse le sue vittime, non casa né tugurio ove un individuo potesse ritenersi al sicuro.

Sigismondo Castromediano fu tradito da due falsi liberali ed il 30 ottobre fece il suo ingresso in carcere.

Alcuni mesi prima, Bonaventura Mazzarella, all’indomani della strage consumata dalle truppe regie a Napoli il 15 maggio del 1848, decise di rinunciare alla carica di Giudice regio e il 22 maggio dello stesso mese inviò una lettera di dimissioni al Procuratore generale del Re.

La missiva è richiamata con la giusta enfasi dal Castromediano nelle sue celebri “Memorie (Carceri e galere borboniche)”, ristampate, dopo l’edizione del 1895-96, con introduzione di Pier Fausto Palumbo.

È un documento di assoluto interesse, che illumina l’Autore e lo eleva al posto che merita.

La riporto testualmente:

«Una strage, sia stata qualunque la causa, s’è consumata in Napoli. È doloroso per l’uomo d’onore essere impiegato in tanta reità di tempi.

Stimo mio dovere quindi dimettermi dalla carica, nella quale, per virtù d’esame e non per favore altrui, da un anno e mesi mi trovo. Sia pure in pericolo la causa nazionale, come gli infingardi temono e i tristi sperano, lo sia pure, mi parrà una consolazione l’essere tra i dolenti.

Imperocché vi sono certi istanti solenni, noti solo alle anime generose, in cui si rinviene pace nel dolore, anziché nell’esultanza.

So bene che la mia rinunzia non farà peso al governo, né gioverà alla nazione, essendo io oscuro di nome, e non importante l’impiego che abbandono; ma ciò nulla toglie al mio proposito, poiché l’eseguire un dovere è imposto da chi vale più di re, non solo all’uomo che può menare rumore di sé, ma eziandio a chi vive ignorato.

Io quindi mi dimetto col fatto e torno con ferma gioia nella classe del popolo, dalla quale, né per pensiero, né per carattere, né per azione, sono stato disgiunto.

Il Giudice Bonaventura Mazzarella.

Al signor Procuratore Generale del Re presso la Corte Criminale Speciale di Terra d’Otranto in Lecce».

Dopo le dimissioni da magistrato, il Mazzarella assunse la presidenza del circolo patriottico provinciale di Terra d’Otranto, che si costituì il 29 giugno 1848 con l’intento di difendere la Costituzione e di arruolare una compagnia di volontari per promuovere una insurrezione contro l’iniziativa restauratrice del sovrano.

In conseguenza della feroce reazione borbonica, la Gran Corte criminale di Lecce concluse il processo in contumacia a suo carico con una sentenza di condanna alla pena di morte, emessa il 29 nov. 1851, riconoscendolo colpevole di cospirazione contro l’autorità del sovrano.

Nel giugno 1860, a seguito dell’amnistia concessa da Francesco II di Borbone, il Mazzarella poté rientrare in Terra d’Otranto e dare alle stampe la sua più importante opera a carattere filosofico, “La critica della scienza”.

Sarà ripetutamente eletto in Parlamento con un grande suffragio di voti nel collegio di Gallipoli, sua città natale, a partire dalla prima legislatura del Regno d’Italia.

Giorgio MANTOVANO
Ideatore di www.iusimpresa.com - Osservatorio Bibliografico del Diritto dell’Economia in Europa. Dottore commercialista, appassionato di Storia Patria.