• Considerato l’interesse che si è sviluppato in questi giorni per il recupero del Molo Adriano di San Cataldo (Lecce), riproponiamo un articolo di Nicola De Paulis pubblicato dal Quotidiano nell’aprile 2014 in occasione delle campagne di scavo condotte al professor Ceraudo direttore degli scavi. La rivisitazione dell’articolo può essere utile in quanto da quegli anni non sono state più condotte indagini archeologiche nel sito, tranne quelle del Dipartimento di Archeologia subacquea dirette dalla prof.ssa Rita Auriemma che hanno individuato i resti del molo di Maria d’Enghein di cui parla il De Giorgi.

di Nicola DE PAULIS

Come era strutturato l’antico porto romano di San Cataldo, costruito secondo la tradizione degli storici antichi all’incirca nel 130 d.C. dall’Imperatore Adriano per agevolare il commercio dell’antica città di Lupiae (Lecce) e di cui oggi si intravedono nei pressi del faro solo i ruderi di un tratto dell’antico molo? Il noto umanista salentino Antonio De Ferrariis Galateo nel suo trattato il “De Situ Jiapigiae” (1558) parla del luogo, allora malsano, e di un molo fatto costruire da Maria D’Enghein. Cosimo De Giorgi nel 1913 nella “Provincia di Lecce” fornisce una descrizione dettagliata. «E’ fabbricato all’esterno con grandi massi squadrati di calcare magnesifero e con calcestruzzo all’interno e attualmente restano ancora in posto circa venti metri … la larghezza varia dagli 8 ai 10 metri – si legge nel testo – e che sia stato costruito dall’imperatore Adriano nel secondo secolo ( 130 d.C.), è attestato da Pausania, il noto geografo e scrittore del II° secolo d.C., vissuto appunto ai tempi di Adriano, che scrive: “l’ormeggio per le navi è artificiale, ed è stato costruito dall’imperatore Adriano”».
Sono comunque tanti gli autori che hanno parlato nei loro scritti, nelle guide turistiche, del porto di Adriano a San Cataldo (Lecce ha dedicato ad Adriano proprio la strada che porta a questa marina). Ma come era veramente il “Portus Lupiae” (cioè Porto di Lupiae) attestato dagli antichi scrittori?
Oggi, grazie ad un Progetto denominato appunto “Portus Lupiae”, a partire dal 2004 ed  ancora in corso con uno scavo regionale 2013-2014, portato avanti dal Laboratorio di Topografia antica e Fotogrammetria del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, con la direzione scientifica del professor Giuseppe Ceraudo, è stato possibile ricostruire l’aspetto dell’antico porto ed acquisire numerosi dati sulle antiche strutture portuali. Strutture devastate in questi ultimi anni, oltre che dall’azione umana, anche da un ulteriore avanzamento della linea di costa.
Lo studio completo e dettagliato, di Mariangela Sammarco e Silvia Marchi con una appendice litostratigrafia di Stefano Margiotta, appartenenti ai suddetti dipartimenti universitari recentemente pubblicato sulla “Rivista di Topografia antica” (Journal of Ancient Topografy) n. XXII, edita dall’editore Mario Congedo di Galatina e diretta dal professor Giovanni Uggeri. La rivista, con testi in italiano ed in inglese, pubblica prestigiosi studi di topografia ed urbanistica del mondo classico di autori italiani e stranieri.
Dalle indagini risulta che il molo di età romana era costituito da una imponente struttura larga circa 15 metri che si sviluppava per una lunghezza di almeno 150 metri con andamento semilunato; due cortine esterne realizzate con grossi blocchi squadrati di pietra leccese racchiudevano un riempimento di malta idraulica frammista a pietre informi di dimensioni medie e piccoli frammenti ceramici; lungo il lato interno del bacino portuale si disponevano a distanza regolare dei blocchi aggettati con un grosso foro centrale che fungevano da ormeggio.
L’intervento dì età imperiale, precisano gli studiosi, fu attuato per assicurare la protezione dai venti settentrionali e orientali, e stimolare anche i traffici privati, con l’inserimento nelle rotte di cabotaggio delle produzioni locali. Fu così che l’insenatura sabbiosa fu dotata di un molo in muratura a chiudere uno specchio d’acqua adeguato per le manovre di carico e scarico e di un percorso viario, lungo il quale dovevano sorgere edifici connessi alle attività portuali.
«I dati che derivano dallo scavo attualmente in corso – scrive Mariangela Sammarco – promosso e sostenuto dalla Direzione per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia e dalla Soprintendenza per i Beni archeologici, con la consulenza scientifica dell’Università del Salento, delineano un quadro del bacino portuale antico estremamente differente rispetto al paesaggio attuale, con una linea di costa ben più arretrata. Questo aspetto in particolare, insieme ad altre considerazioni di carattere scientifico, fa intuire come l’intera baia possa conservare importanti tracce delle passate attività portuali ancora sepolte».
La ricostruzione del bacino portuale antico e dell’imponente molo d’età romana che proteggeva un settore dell’ampia baia sabbiosa di San Cataldo per l’attracco delle imbarcazioni è una elaborazione di Ivan Ferrari.