Scavi nella grotta Romanelli a Castro

di Lino DE MATTEIS

Dai rudimentali strumenti per la caccia agli utensili domestici, i reperti archeologici conservati nei musei di Lecce, Brindisi e Taranto raccontano dell’esistenza di una sorta di “civiltà preistorica salentina”, esistente prima dell’avvento dei messapi e dei greci. Il ne­anderthal salentino viveva di caccia e di pesca, si cibava di bacche e frutti spontanei e si riparava negli antri naturali che incontrava lungo il suo cammino, sia sulle coste sia nell’entroterra. E proprio la configurazione geografica della penisola salentina, un fazzoletto di terra delimitato dal mare, favorì il sorgere delle prime convivenze tra gli esseri umani che popolavano lo stesso ristretto territorio.

Nel suo vagabondare tra boschi e foreste e lungo le coste alla ricerca di cibo e di ripari, il cacciatore salentino era favorito dal terreno pianeggiante e dalle brevi distanze. Nel suo spostarsi da un mare all’altro, poteva seguire sia la strada lungo la costa, facendo il periplo della penisola, sia attraversare l’entroterra: in un caso e nell’altro, la natura carsica del terreno gli offriva abbondanti ripari naturali, che, come un sistema di moderne “stazioni di servizio”, gli consentivano di riposarsi e rifocillarsi prima di riprendere il cammino. Condizioni ideali per la sopravvivenza ma anche per lo svilupparsi di forme primordiali di convivenza tra gruppi di umani che frequentavano gli stessi luoghi.

Il sapiens salentino trovò, quindi, un ambiente ideale per il suo insediamento. Frequentando stabilmente lo stesso habitat, con pianure uniformi e selvagge, folte vegetazioni popolate da selvaggina, battuto da mari pescosi e ricco di ripari naturali, cominciò, gradualmente, a passare da un atteggiamento “predatore” e occasionale nei confronti dell’ambiente ad un rapporto più “costruttivo” e stabile. La permanenza nei luoghi scelti per vivere, lo portarono a modificare il suo modo di vita, avendo compreso che, per non essere soggetto ai capricci della natura, aveva bisogno di coltivare la terra e allevare gli animali.

Anche nel Salento, dunque, l’agricoltura diede il via ad una rivoluzione nelle abitudini di vita. Il nativo salentino cominciò a produrre attrezzi rudimentali in pietra per coltivare la terra e utensili in terracotta per l’uso domestico, addomesticò animali e allevò quelli più utili, selezionò le piante commestibili, imparò a seminare i cereali. Ma il cambiamento più profondo fu quello di insediarsi stabilmente in un luogo sicuro per la difesa e dove il terreno era più fertile, dove mettere a frutto il suo lavoro e ricavarne i benefici per sé, la famiglia e il gruppo tribale di appartenenza. Dalle grotte, passò così a vivere nelle capanne, dove iniziarono a svilupparsi le prime forme di convivenza sociale e a nascere rapporti e legami umani, mentre l’uomo e la donna andavano assumendo ruoli diversi per i bisogni della vita quotidiana collettiva. La socialità dava vita anche allo svilupparsi di sensibilità artistiche e religiose, che si manifestavano nella manifattura di monili, nelle decorazioni degli oggetti casalinghi, nei riti per la fertilità e la sepoltura dei morti.

Ricostruzione di una capanna preistorica nel Salento

L’organizzazione sociale e il lavoro più complesso dell’agricoltura avevano bisogno di luoghi abitativi comuni, che non potevano più essere soddisfatti dalla vita nelle grotte naturali. Cominciarono a sorgere villaggi di capanne rudimentali, costruite con fango mescolato a rami, fogliame e paglia. Sorsero degli insediamenti urbani primordiali in luoghi strategici lungo le coste, sulle alture per difendersi meglio o, nell’entroterra, in luoghi pianeggianti particolarmente fertili e adatti al pascolo. Non di rado questi siti, individuati e usati dai nativi salentini, furono utilizzati, in seguito, per l’insediamento di nuove comunità, da messapi, greci e romani: come quello rinvenuto a Cavallino, nel fondo Aiera Vecchia, un villaggio di capanne risalenti all’età del bronzo, utilizzato poi dai messapi; della stessa epoca il sito di Leporano, in località Satùro, poi occupato dai greci, e quello di Egnazia, a Savelletri, nel comune di Fasano, occupato successivamente da iapigi, messapi e romani. L’elenco degli insediamenti è lungo, da Francavilla Fontana, in località Cadetto, a Spigolizzi, nel comune di Salve; da Melendugno, in località Roca Vecchia, a Torre Sabea, sul litorale di Gallipoli; dalla Torre dell’Alto e dai Campi Latini di Galatone alla Grotta dei Cappuccini a Galatina; dai villaggi rupestri delle gravine tarantine al “parco megalitico” di Giurdignano e alla presenza dei tanti dolmen, menhir e specchie diffuse in tutto il Salento.

Il nativo salentino, dunque, abbandonava il nomadismo tipico del cacciatore e, lasciate le grotte, cominciava a costruire villaggi di capanne, modificando l’habitat in funzione delle sue nuove esigenze di agricoltore e di allevatore. Levigava gli strumenti in pietra utilizzati per la caccia, l’agricoltura e l’uso domestico, cominciava a produrre e usare utensili e manufatti in terra cotta per conservare le derrate. Il sapiens salentino impara ad utilizzare i metalli e a produrre oggetti e strumenti in rame, poi anche in bronzo e in ferro. La ceramica decorativa caratterizza lo svilupparsi della sensibilità di un gusto artistico che, gradualmente, allontana il nativo salentino dalla preistoria accompagnandolo verso il futuro la storia. Dal “MarTa” di Taranto al “Castromediano” di Lecce, al “Ribezzo” di Brindisi, tutti i musei del territorio traboccano di reperti archeologici che documentano questa evoluzione. Un vero e proprio archivio della vita quotidiana salentina durante la preistoria

La metallurgia portava all’uso delle armi e spingeva il nativo salentino a diventare sempre più un guerriero, in un’epoca in cui il coraggio fisico era essenziale per la sopravvivenza e per conquistare meriti individuali e credenze sociali. Le armature diventavano un abito naturale che gli uomini portavano con sé sin nella tomba, insieme ad altri oggetti cari. Il coraggio rinsaldava la solidarietà del gruppo e portava alle sepolture comuni nelle tombe a grotta, rinvenute in tutto il Salento: da quella di Cellino San Marco, che da un condotto dava su tre camere, alle grotte di Laterza, che hanno restituito vasellame e resti umani; dalla grotta di San Vito dei Normanni, dove sono stati trovati i resti di una trentina di individui, a quella in contrada Cappuccini presso Galatone, che rappresenta un vero e proprio ossario; dalla Grotticella di Arnesano alle grotte costiere tarantine, che da porto Perone si susseguono sino alla Grotta dei Pipistrelli presso Matera. In queste tombe collettive i resti umani sono solitamente accompagnati da armi e oggetti vari, dalle punte di frecce in rame al vasellame in ceramica decorata.

Denominazioni del Salento nell’antichità

È questo l’ambiente umano e sociale che esisteva già quando la storiografia ufficiale comincia a parlare dei messapi come un popolo di guerrieri e della civiltà messapica. Non è dato sapere come si chiamassero veramente i nativi salentini, ma essi furono variamente menzionati dagli scrittori classici, gre­ci e latini, con nomi diversi: japigi, apuli, pelasgi, calabri, messapi, salenti­ni. Anche se variamente chiamati, si trattava probabilmente degli stessi nativi salentini, una stessa popolazione autoctona che è poi entrata in contat­to e si è contaminata, culturalmente e civilmente, con i vari conquistatori che si sono, man mano, insediati su questo territorio, a partire dai greci e dai roma­ni.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it