Pantaleone PAGLIULA
Il giorno della memoria è una giornata internazionale indicata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2005 per ricordare la Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebraico e tutti i deportati nei campi nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Merita una riflessione, nell’ambito della storia della deportazione, il fenomeno degli IMI, gli internati Militari Italiani, cioè i militari rastrellati e arrestati dai tedeschi nelle aree da essi controllate successivamente all’armistizio dell’8 settembre ’43.
In quelle giornate circa 600.000 militari italiani catturati dai tedeschi vennero messi di fronte ad un atroce dilemma di aderire alla fascista Repubblica Sociale di Salò e continuare a combattere al fianco dei tedeschi e repubblichini oppure essere inviati al lavoro coatto in Germania e nei territori occupati.
Solo un’esigua minoranza aderì alla RSI e quindi coloro che si rifiutarono di continuare a combattere con i tedeschi e i repubblichini furono privati della dignità militare e delle garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra.
I militari italiani furono considerati “schiavi militari” e il loro trattamento fu disumano.
Varie furono le mansioni in cui furono impiegati: dallo sgombero delle macerie nelle città bombardate alla produzione bellica nelle numerose fabbriche, in miniere e cave. Dalle stime in continua revisione si ritiene che i militari italiani internati nei Lager nazisti siano stati come abbiamo detto circa 600.000, di cui almeno 70.000 morirono per le condizioni disumane di vita, angherie e violenze.
Non essendo destinati a morte, per un loro recupero politico e lavorativo, potevano scegliere in ogni istante la “libertà con disonore” o la “schiavitù con dolore”: gli IMI sotto minacce e violenze scelsero quest’ultima, coerenti con la loro coscienza e con i loro “valori”.
Una scelta continua più assillante della fame che per la maggior parte di loro è durata anche 600 giorni, come dire 50 milioni di secondi, cifre che si fa presto a scriverle ma eterne a viverle.
Nei Lager nazisti, le speranze di vita di uno schiavo, non considerando l’eventualità di morte violenta, erano ridotte a pochi mesi, con 75 ore settimanali di lavoro duro in fabbrica o miniera, ma di fatto 100 reali coi servizi al campo e le marce al luogo di lavoro, con la fame, la debolezza e le malattie conseguenti.
Il 20 luglio 1944, subito dopo il fallito attentato a Hitler, Mussolini lo incontrò e gli regalò gli IMI, perché Hitler non avrebbe mai rinunciato agli schiavi italiani e Mussolini non avrebbe mai rimpatriato così tanti antifascisti, testimoni per giunta di crimini nazisti. Così, gli IMI furono smilitarizzati e “civilizzati” arbitrariamente e presentati dalla propaganda come ”lavoratori liberi” volontari, particolarmente nell’industria e nell’agricoltura.
Le loro famiglie, in Italia, perdevano in conseguenza il sussidio militare o l’acconto di un terzo dello stipendio, per gli ufficiali.
Alla fine della guerra gli IMI rimpatriarono dai lager nazisti lasciandosi alle spalle oltre 50.000 caduti.
Gli IMI, reduci dai Lager, non si sentivano eroi, perché gli eroi sono eccezioni e essi erano “massa”, ma erano fieri della loro scelta e di aver compiuto fino ai limiti umani il proprio dovere patriottico e di non aver rivolto le armi contro gli italiani.
A guerra finita, il ritorno di questa marea apolitica e traumatizzata di reduci fu accolto con gioia da milioni di mamme, spose, fidanzate, parenti e amici ma con imbarazzo generale dai politici e con diffidenza e apprensione dalle autorità, tanto più che gli IMI, per venti mesi, erano stati camuffati dalla propaganda repubblichina come “collaboratori” e, dall’agosto 1944, come “lavoratori liberi volontari”.
Gli IMI al loro ritorno trovarono in Italia una marea di “attendisti” non di libertà e democrazia ma della fine dei bombardamenti, quelli della non scelta, poco compromessi coi nazifascismi e poco coinvolti coi partigiani.
Il ritorno degli IMI si svolse, quindi, nella generale incomprensione, diffidenza e disinteresse degli italiani, freschi di venti mesi di propaganda repubblichina che camuffava gli IMI persino da collaboratori.
Persino il governo non sollecitò il rimpatrio dei suoi prigionieri che si svolse un po’ alla spicciolata, per i meno distanti dalla frontiera e, per gli altri, grazie alla Pontificia Commissione di Assistenza
Poi gli IMI erano troppi, concorrenti in un’Italia collassata piena di disoccupati e si sommavano agli altrettanti ex prigionieri degli Alleati, erano in prevalenza apolitici e non interessavano i politici, per i media non facevano notizia, la scuola li ignorava perché l’insegnamento della storia, per evitare il “ventennio imbarazzante”, fermava alla Grande Guerra, e infine, la gente, dopo anni di guerra, non voleva confronti e rievocazione di tristezze.
I pregiudizi degli italiani offesero e avvilirono gli IMI che finirono, già traumatizzati dai Lager a rimuovere la memoria del Lager e della loro scelta, sentita come forse inutile ed a chiudersi in sé stessi, anche in famiglia.
Così, frustrati, delusi e zittiti, la maggior parte degli IMI non parlò e gli italiani non vollero sapere. Così la storia dei 700.000 fu affossata dallo Stato e ignorata dalla gente. Solo da venti anni gli storiografi la vanno dissotterrando e gli ultimi reduci e loro parenti tentano di ricordala.
La storia degli IMI fu psicologicamente, politicamente e colpevolmente affossata da tutti.
Adesso tanti dati e tante notizie degli IMI esistono, la fatica che gli istituti storici dovrebbero affrontare collegialmente è quella di individuare questi nostri genitori e nonni, perché sono dispersi e troppo spesso bloccati da una burocrazia, anche politica, da sensibilizzare.
A Nardò da diversi anni si parla degli IMI e un gruppo di loro familiari sono riusciti a raccogliere memorie e testimonianze dei loro cari e con la collaborazione dell’Amministrazione Comunale a esporli nel Museo della Memoria e dell’Accoglienza di Nardò.

In questi giorni è in corso, per iniziativa dello stesso Museo e di alcuni familiari degli IMI una raccolta di firme per intitolare una piazza a questi nostri eroi e il 29 Gennaio in occasione delle Giornate della Memoria, per iniziativa del Comune di Nardò, della Società Operaia del Mutuo Soccorso di Nardò e del Museo della Memoria e dell’Accoglienza ci sarà un evento per ricordare gli IMI con la presentazione di Giuseppe Guglielmetti, Presidente della Società Operaia ; i saluti di Giulia Puglia , Assessore alla Cultura, Istruzione e Musei e gli interventi di Pantaleone Pagliula, figlio di un IMI; Mario Mennonna ed Enrico Cerfeda, autori del libro dal titolo “Nardò e la Resistenza nella lotta di liberazione” Maria Chiara Calabrese della Giunta Esecutiva della Consulta Provinciale Studenti di Lecce.
Ma tutto questo non basta e bisogna darsi da fare, presto, perché più passa il tempo più si riducono i testimoni validi e sarà sempre più difficile o impossibile tamponare questi “buchi neri” della storia. Salviamo, finché in tempo, il poco che ancora c’è di salvabile.
In molte famiglie di Nardò e del Salento c’è stato un parente internato o deportato che non ha parlato e in molte case un IMI è morto lasciando note e cimeli segreti.
Il mio è un caloroso invito a figli e nipoti di questi IMI a salvare questi cimeli, il Museo della Memoria e della Accoglienza di Nardò è disposto ad accoglierli. Molti nipoti di IMI che in questi ultimi anni ho incontrato nelle scuole parlando di mio padre e degli IMI confermano il diritto dei giovani di conoscere e il nostro dovere e quello della scuola è di salvare la loro memoria.
E questo non solo durante le giornate della memoria o in occasione del 25 Aprile.
Chi dimentica la storia è condannato a riviverla e una nazione senza le radici nella storia non ha futuro. La storia del secondo conflitto mondiale purtroppo NON HA INSEGNATO e ciò che è stato purtroppo si sta ripetendo, in modo diverso, da più di mezzo secolo e in ogni parte del mondo.
Tutto questo avviene sotto i nostri occhi che non vogliono vedere: la Guerra tra Russia e Ucraina , il conflitto tra Israeliani e Palestinesi, si parla di 250 conflitti in 115 paesi, migliaia di campi minati, tanti campi di concentramento, oltre 28 milioni di morti e scomparsi, 20 milioni di feriti e prigionieri, 50 di profughi, rifugiati e sfollati, 27 di schiavi, quasi un miliardo di affamati e sottoalimentati, sempre più poveri e malati e poi ancora tanti e tanti bambini che muoiono pagando le colpe dei grandi.
Ora più che mai, il ricordo dei reduci delle guerre, dei nostri IMI, gridano alle nuove generazioni “MAI PIU’ DITTATURE, MAI PIU’ GUERRE E MAI PIU’ RETICOLATI NEL MONDO”.
L’umanità, globalizzata nel bene e nel male, oggi sembra ignorare i valori che guidarono il comportamento e la storia dei nostri nonni e genitori.
I nostri IMI, reduci dai Lager, hanno parlato poco ma hanno riportato con loro, in Italia, i valori e gli ideali di patria, unità, europeismo, internazionalismo, democrazia e di solidarietà . Gli IMI, cresciuti nel ventennio fascista senza una cultura politica pluralistica, scoprirono e approfondirono, nella dura prova dei Lager, i principi di libertà e di giustizia, soffocati dai regimi assolutisti, fascista, nazista e sovietico.
Alcuni fondamenti della nostra Costituzione, repubblicana e democratica, nacquero proprio nei Lager e vennero poi trasmessi in Italia da alcuni ex IMI, “Padri Costituenti”, che hanno contribuito alla stesura dell’articolo 11 della Costituzione che recita a chiare lettere “L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA”.
Anche l’europeismo e l’internazionalismo che portarono allo sviluppo dell’Europa Unita e delle Nazioni Unite, trovarono un terreno fertile nei Lager dall’incontro di prigionieri di 28 nazioni, affratellati dalle sofferenze e dalle speranze.


















