Mappa di Soleto

di Lino DE MATTEIS

Dopo essere stata esposta, in passato e per lungo tempo, nelle sale del museo nazionale MarTa di Taranto, della “Mappa di Soleto” si sono perdute le tracce. Le ultime notizie la davano sepolta nei depositi del museo jonico, in attesa di improbabili approfondimenti sulla sua autenticità. Ma se il MarTa non ritiene di doverla esporre alla curiosità del pubblico, quel prezioso reperto dovrebbe almeno trovare posto in una teca del museo Castromediano di Lecce. La sua importanza, infatti, è grande per il Salento, che potrebbe vantare il primato di essere stato riprodotto nella più antica carta geografica occidentale dell’età classica di cui si abbia conoscenza.

Thierry van Compernolle

La “Mappa di Soleto”, così detta per essere stata rinvenuta a Soleto (Lecce), il 21 agosto 2003, nel corso di una campagna di scavi diretta dall’archeologo belga Thierry van Compernolle, consiste in un pezzo di coccio, una “crasta” in dialetto locale, un òstrakon in greco. Dopo un anno e mezzo di studi approfonditi, a marzo 2005, l’archeologo belga presentò ufficialmente il reperto all’Università Paul Valéry di Montpellier, dove lavorava, e dal dicembre dello stesso anno fu esposto nel museo archeologico di Taranto.

Il reperto, risalente al V secolo a.C., dalle dimensioni di appena cm 6 per 3, consiste in un frammento di terracotta appartenuto ad un vaso attico, il cui sfondo, smaltato di nero, è inciso con il profilo della penisola salentina. Nella mappa sono riportati siti di città del Salento, segnalati con dei puntini e il nome, o iniziali del nome, delle località, insieme ai due mari che lo bagnano, Adriatico e Jonio, indicati con delle onde stilizzate, a forma di sigma. In alto a destra del coccio, si nota la parte bassa della scritta corrispondente all’attuale Roca Vecchia (Melendugno), da cui si evince che il frammento era parte di una più ampia superficie. Sulla minuscola mappa ci sono complessivamente i nomi di 13 località, una delle quali in greco, Taras (Taranto) e 12 in messapico, alcune in forma abbreviata, corrispondenti ad Alezio, Vaste, Gallipoli o Porto Cesareo, Otranto, Castro, Patù o Leuca, Muro Leccese, Nardò, Ugento, Soleto, Cavallino o Sternatia, Roca Vecchia.

Nonostante le analisi con il radiocarbonio abbiano attestato con certezza la sua datazione attorno al V secolo a.C., sulla “Mappa di Soleto” si è sviluppata una fumosa polemica che ha finito col gettare un’ombra sull’autenticità delle incisioni riportate sulla sua superficie. Un presunto sospetto che la sta condannando definitivamente all’oblio, pur in mancanza di una pur minima prova sulla sua falsità. Dopo anni di ricerche, infatti, sembra ormai improbabile che si possano ancora attendere prove scientifiche dal laboratorio di Sydney, che ha certificazione la datazione col radiocarbonio.

Né, tanto meno, si può dubitare del lavoro dell’archeologo belga Thierry van Compernolle, senza poter provare un’altra “verità”. Dell’autenticità del reperto, inoltre, sono certi i due manovali addetti agli scavi che, il 21 agosto del 2003, materialmente trovarono il frammento che consegnarono all’archeologo belga, i due soletani Mario Antonio Piscopo e Luigi Resta.

Allo stato dei fatti, perciò, e fino a prova contraria, ci troviamo di fronte ad una sensazionale scoperta, non solo per il Salento, ma per la storia della cartografia del mondo occidentale, poiché da essa risulta che, molto prima dei romani, i messapi avevano costruito la carta geografica del loro territorio.

Tavola Peutingeriana

La scoperta della “Mappa di Soleto” pone, dunque, agli storici la necessità di riconsiderare gli effettivi inizi dell’antica cartografia occidentale, poiché la maggior parte delle mappe classiche esistenti furono realizzate dai romani, che per primi collegarono, sistematicamente, attraverso un complesso di reti stradali, i territori da loro conquistati (vedi “Tabula Peutingeriana”, I-IV secolo). Il frammento di Soleto indica, invece, che, già 500 anni prima di Cristo, le popolazioni che abitavano questa penisola diedero una rappresentazione del territorio, attraverso una sua mappatura, che rappresenta oggi la più straordinaria e antica testimonianza sulle relazioni esistenti all’epoca tra i greci e le popolazioni locali di messapi e sallentini.

«Quel coccio è vero, lo abbiamo trovato noi»

Mario Antonio Piscopo (a sinistra) e Luigi Resta i due manovali che trovarono la Mappa di Soleto

I loro ricordi sono ancora vivi, nonostante il tempo trascorso, e sono assolutamente certi dell’autenticità di quel piccolo coccio di creta, che ha regalato uno scampolo di notorietà anche a loro. Sono i due manovali soletani, Mario Antonio Piscopo e Luigi Resta, che, quel 21 agosto del 2003, consegnarono materialmente il reperto rinvenuto in zona “Fontanelle” a Soleto all’archeologo belga Thierry van Compernolle, che, dopo attenta analisi, individuò la “Mappa di Soleto”. Qualche anno fa abbiamo ascoltato di persona i due testimoni.

Mario Antonio Piscopo indica il luogo del rinvenimento del coccio della Mappa di Soleto

«Sono stato io a trovarlo. Per fortuna non l’ho rotto con il piccone, perché stavamo scavando un pezzo di terreno molto duro, ad una profondità di mezzo metro – racconta Antonio Piscopo, mentre ci indica il luogo dove avvenne il ritrovamento, ora diventato “Parco archeologico messapico” di Soleto –. Ogni volta che trovavamo qualche cosa che potesse interessare “Thierry”, così chiamavamo confidenzialmente il direttore dei lavori, lo raccoglievamo con le mani per non danneggiarlo, ripulendolo alla meglio dalla terra. Lo feci vedere al mio collega Luigi, ed entrambi abbiamo annuito, come per dire che la cosa sembrava interessante e che il professore sarebbe stato contento di averlo. Poi lo abbiamo consegnato a Thierry, insieme ad altri pezzi di creta». I due manovali non potevano sapere allora di cosa si trattasse, ma entrambi ammettono di aver notato qualcosa su quella “crasta” impolverata: «C’erano dei segni», affermano con certezza. «Quando gli consegnammo quel pezzo di coccio – continua Piscopo – il professore si soffermò a guardarlo interessato. Lo vedemmo pensieroso e capimmo che aveva attratto la sua attenzione in modo particolare. Il coccio era impolverato, ma non era particolarmente sporco, poiché la terra che lo avvolgeva era secca e friabile». «Il professore – spiega Luigi Resta –, come faceva tutti i giorni durante il periodo di scavi, a sera raccoglieva il materiale che riteneva più interessante e lo portava con sé presso la scuola materna, che, essendo chiusa per l’estate, era stata destinata a suo alloggio provvisorio. Lì, esaminava più attentamente il materiale e lo lavava per poterlo osservare meglio». L’emozione si fa visibile, quando i due anziani aggiungono che «il giorno dopo, di buon mattino, quando ci siamo visti per riprendere gli scavi nella zona archeologica, il professore ha esclamato soddisfatto: abbiamo trovato la “mappa di Soleto”, qui c’è la storia!», riferendosi a quel pezzo di creta. «Chi dice che è falso non sa cosa dice, o lo fa per interesse», sentenziano risentiti.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it