di Lino DE MATTEIS
Con il termine Messapia si indica storicamente il territorio abitato dai messapi nel primo millennio a.C., corrispondente grosso modo all’intera penisola salentina. I confini di quel territorio non sono stati, però, mai definiti con certezza per l’intrinseca natura degli agglomerati urbani del tempo: capanne sparse, villaggi rurali o fortificati, città-stato, spesso in conflitto tra di loro, rappresentavano entità sociali e militari a sé stanti e completamente autonome, che al massimo potevano allearsi provvisoriamente tra di loro contro nemici comuni o per obiettivi mirati. A quell’epoca, le tribù e i clan locali dei nativi salentini, iapigi, messapi, salentini e calabri, rispondevano solo al loro capo diretto, esattamente come avveniva anche per gli insediamenti ellenici e le città-stato della Magna Grecia. Non esistevano strutture o entità amministrative o militari sovraordinate, che avevano la potestà di stabilire precisi confini provinciali, regionali o statali. Bisogna aspettare, verso la fine del millennio, l’arrivo dei romani perché il territorio italico venga suddiviso in zone amministrative ben definite e la penisola salentina venga chiamata tutta insieme Calabria.
La prima suddivisione amministrativa del territorio italico avvenne con il primo imperatore romano, Gaio Giulio Cesare Augusto, meglio noto semplicemente come Augusto. Sotto il suo regno (dal 27 a.C. al 14 d.C.), l’Italia romana fu suddivisa in undici regioni, contraddistinte dalla numerazione romana, senza alcun altro titolo e con confini non esattamente definiti. La Regio II, come si chiamava ufficialmente, comprendeva un territorio molto più ampio dell’attuale Puglia, includendo parti della Basilicata, della Campania e del Molise. Istituita intorno al 7 d.C., la Regio II, secondo Plinio il Vecchio, includeva irpini, apuli, salentini e calabri. La denominazione oggi comunemente usata di “Regio II Apulia et Calabria” in realtà non esisteva allora, essendo di origine recente e di ambito scolastico o accademico, utilizzata dagli studiosi per connotare la regione augustea, che rappresenta la prima definizione geografica della Puglia e del Salento. Accanto a questa, nell’Italia meridionale, c’era la “Regio III Lucania et Bruttii”, che comprendeva l’attuale Basilicata e l’attuale Calabria.
I confini della suddivisione amministrativa augustea erano in realtà abbastanza grossolani, soprattutto a nord o nord-ovest, verso cioè il Molise, la Campania e la Basilicata. Dove invece non ci potevano essere dubbi era a sud dell’Apulia, dove, come diceva Strabone: «La regione che si circumnaviga andando da Taranto a Brindisi somiglia ad una penisola». E la conformazione geografica di una penisola non lascia margini di dubbio sui suoi confini. «È evidente che l’organizzazione augustea rispettava molto sommariamente la dislocazione storica delle antiche popolazioni che avevano occupato e ancora occupavano il vasto territorio compreso nella Regio II – sostiene Ettore M. De Juliis, scrivendo della seconda regione augustea sulla Treccani –. In esso, senza dubbio, il nucleo più compatto e consistente era formato dalle popolazioni iapigie, articolate ormai in due soli raggruppamenti: Apuli e Calabri con l’assorbimento nell’ambito dei secondi anche del municipio di Tarentum (Taranto)».
Si sa che, a differenza degli scrittori greci, che chiamavano gli abitanti del Salento iapigi o messapi, quelli latini preferivano i termini ritenuti autoctoni di calabri o salentini. La ricerca storica, tuttavia, non è stata in grado di spiegare a tutt’oggi perché è poi prevalso il termine “Calabria” in età imperiale. Sta di fatto che la regione amministrativa dell’“Apulia et Calabria”, assumendo confini sempre più coincidenti con l’attuale Puglia e Salento, sopravvisse ai vari riassetti territoriali praticati degli imperatori successivi ad Augusto. Conservò quei confini anche con la grande riforma dell’imperatore Gaio Aurelio Valerio Diocleziano (regnò dal 284 al 305 d.C.) che suddivise l’impero romano in quattro tetrarchie, dodici diocesi e 101 province. La diocesi italiciana conservò la suddivisione amministrativa interna delle 11 regioni augustee, che, tuttavia, non assunsero mai il nome di province. Con la riforma di Diocleziano veniva però ufficializzata la definizione di “Calabria” per la penisola salentina, compresa Taranto, rientrando nella circoscrizione amministrativa dell’“Apulia et Calabria”, una delle 11 che costituivano la diocesi italiciana.
Se la Regio II augustea indicava un’area più vasta della Puglia, con la “provincia” dioclezianea Apulia et Calabria si marca invece un territorio più circoscritto: da una parte l’Apulia, con cui si indicava la parte settentrionale dell’attuale Puglia, comprendente la Peucezia e la Daunia (le attuali Terra di Bari e Capitanata), dall’altra la Calabria, con cui si indicava la parte meridionale della Puglia, comprendente il capo iapigio (l’attuale Salento). La Calabria romana racchiudeva, dunque, l’intero territorio della penisola salentina, da Taranto a Fasano fino a Leuca. I romani dell’età imperiale avevano riconosciuto l’importanza e la naturale omogeneità di quest’area, derivante dalle caratteristiche geografia del territorio, e avevano compreso l’utilità e la praticità di considerare quel lembo di terra come un’unica entità amministrativa, essendo fondamentale per i collegamenti marittimi con la Grecia, i Balcani e il Medio Oriente. Per questo riconobbero di fatto come capoluogo della Calabria la città di Brindisi, che collegarono a Roma tramite la via Appia. La Calabria, come circoscrizione amministrativa, rimase sostanzialmente tale per tutto il tempo della Roma imperiale, fino alla caduta dell’impero romano d’occidente (476 d.C.).
Sul piano della popolazione, dopo secoli di dominazione romana, si concludeva quel processo di osmosi culturale e sociale delle varie etnie (iapigi, greci, messapi, salentini e calabri), che avevano convissuto, spesso anche in forma conflittuale, durante il primo millennio a.C., sul territorio della penisola salentina. Un processo lungo e complicato, a cui si era arrivati gradatamente. Dal 260 a.C., con la definitiva conquista dei romani dell’intero territorio salentino, Taranto compresa, inizia un lento processo di latinizzazione dei gruppi etnici che abitavano il Salento. Il processo di assimilazione alla cultura e socialità romana fu abbastanza tortuoso, poiché non mancarono resistenze e ribellioni da parte delle popolazioni locali, culminate nella “guerra sociale” (91-89 a.C.). Alla fine, le popolazioni autoctone divenute parte integrante della Roma imperiale, a cui fornivano un grosso contributo militare ed economico, chiedevano pari dignità politica e sociale con i cittadini romani. La “guerra sociale” fu in parte sedata con le armi dalle truppe romane, ma cessò solo quando la capitale concesse la cittadinanza romana e la parificazione dei diritti alle province italiche. «Il processo di integrazione nel mondo romano delle culture e dei popoli preesistenti – spiega ancora Ettore M. De Juliis sulla Treccani – subisce una svolta decisiva in seguito alla guerra sociale (89 a.C.). Da quel momento tendono a scomparire completamente le differenze culturali tra le diverse aree comprese nell’ambito geografico della futura Regio II».


















