Le colonne romane di Brindisi (ph Antonio Palma)

di Gianfranco PERRI

Come è normale e giusto che sia, la storia universale ben ricorda e documenta ampliamente il tristemente famoso sacco di Roma del 1527 ad opera di orde di Lanzichenecchi, soldati mercenari tedeschi all’epoca arruolati nell’esercito dell’imperatore Carlo V, re di Spagna e di Napoli, comandati dal loro famigerato capo Georg von Frundsberg. Il sacco si produsse nell’ambito del secondo dei conflitti italiani tra Carlo V d’Asburgo e il re di Francia Francesco I di Valois, per il dominio politico d’Europa.

Eppure, nel corso di quella stessa guerra, a due anni distanza, si produsse un altro sacco che, sebbene con meno risonanza nella storia mondiale, lasciò una traccia altrettanto profonda ed ugualmente triste nella nostra città: il sacco di Brindisi del 1529 ad opera, questa volta, dell’altro schieramento, le truppe dell’antimperiale Lega di Cognac, specificamente quelle romane, francesi e veneziane del comandante papalino, il barone Simone Tebaldi Romano.

Carlo, il poi divenuto imperatore Carlo V, era figlio di Giovanna la Pazza – figlia del re spagnolo Ferdinando il cattolico – e perciò erede al trono spagnolo, ed era figlio di Filippo il Bello – figlio dell’imperatore Massimiliano – e perciò erede al trono asburgico. Nel 1516, infatti, alla morte del nonno materno ereditò i regni di Aragona, di Castiglia, dei Paesi Bassi e di Napoli. E dopo tre anni, nel 1519, alla morte del nonno paterno, ereditò il regno asburgico e aspirò a ereditare finanche il titolo di sacro romano imperatore. Però, anche Francesco I di Francia avanzò pretese su quel titolo imperiale, che a quel tempo veniva formalmente assegnato per elezione, e le sue pretese furono in qualche modo legittimate dall’appoggio di papa Leone X. Ma la disputa – l’elezione – fu finalmente vinta da Carlo.

Galea veneziana del secolo XVI

Dopo le aspre dispute per la successione al trono dell’impero, la lotta tra Carlo V e Francesco I continuò armata a più riprese e culminò in una nuova sconfitta per il francese con la battaglia di Pavia del 1525, nella quale lo stesso Francesco I cadde prigioniero. L’anno seguente, il 22 maggio 1526, Francesco I diede vita alla Lega di Cognac, costituita da Francia, Venezia, Milano, Firenze e Inghilterra, alla quale – l’anno seguente – aderì anche lo Stato Pontificio del papa Clemente VI.

Quella mossa del pontefice causò la reazione dell’imperatore, che radunò un esercito di 12.000 mercenari lanzichenecchi tedeschi per farli discendere in Italia dove, assieme alle truppe spagnole e italiane comandate da Carlo di Borbone, sovrastarono le forze della Lega, di scarsa coesione e mediocre efficienza militare, e dopo qualche mese giunsero alle porte di Roma. Nell’attacco alle mura, il 5 maggio 1527, morì Carlo di Borbone e il giorno dopo gli imperiali vi entrarono, mentre il papa si rifugiava in Castel Sant’Angelo. I Lanzichenecchi, esasperati per le pessime condizioni sopportate durante la campagna e per i mancati pagamenti pattuiti, sfuggiti al controllo del loro comandante von Frundsberg che si era ammalato, si diedero per otto giorni al saccheggio della città e alla violenza sui suoi abitanti con inaudita brutalità; furono devastati i palazzi dei prelati e dei nobili contrari all’imperatore e furono assalite le chiese e i monasteri, rubati i tesori e distrutti gli arredi sacri.

Castello di terra di Brindisi

In seguito agli eventi di Roma, nell’agosto del 1527, l’esercito francese discese in Italia e si unì alle altre forze della Lega sotto la guida del maresciallo d’oltralpe Odet de Foix, conte di Lautrec. Alla fine dell’anno, con la notizia dell’imminente uscita delle truppe imperiali da Roma, i collegati di Cognac decisero di portare la guerra al sud, nello spagnolo regno di Napoli. Lautrec quindi, intraprese lo spostamento di tutte le forze alleate in direzione Napoli, e lo fece mantenendo un percorso prossimo a quello dell’alleata flotta veneziana comandata da Pietro Lando, capitano generale da mar, che puntava sulle città costiere pugliesi. Ai primi di marzo del 1528, l’esercito dei collegati di Lautrec entrò nella strategica in Puglia.

Anche l’esercito imperiale si diresse in Puglia guidato dal nuovo comandante Filiberto principe d’Orange il quale, alla notizia che gli alleati avevano facilmente preso Melfi e Ascoli, decise di intraprendere la via della ritirata strategica a Napoli. Altre città della Puglia si arresero o si allearono alla Lega: Barletta, Monopoli, Molfetta, Bisceglie, Giovinazzo, Cerignola, Trani, Andria, Minervino, Altamura, Matera, Polignano, Mola e Bari – dove però i castelli rimasero spagnoli – e Ostuni. Fece invece resistenza Manfredonia, e mentre il grosso dell’esercito alleato si volse a inseguire gli imperiali diretti a Napoli, i Veneziani proseguirono verso sud, con l’obiettivo di riprendersi i porti perduti nel 1509, quando avevano dovuto cederli agli Spagnoli: Gallipoli, Otranto e soprattutto, Brindisi.

Pietro Lando con la sua flotta fece base a Corfù e, costatata l’impossibilità di prendere Brindisi dal mare perché molto ben difesa, si recò a Monopoli e a fine aprile sbarcò a porto Guaceto le sue milizie che da lì raggiunsero via terra la vicinissima Brindisi. Attaccarono ripetutamente i castelli assediati con intensi cannoneggiamenti, ma a metà di maggio dovettero rinunciare all’obiettivo di prendere i castelli, quando Lando, con le sue 16 galee che continuavano all’approdo nella rada di Guaceto, fu inviato a Napoli per rafforzarne l’assedio.

Il 15 maggio Lando partì da Brindisi lasciando la città occupata dai soldati veneziani e quasi ridotta allo stremo. In verità Brindisi era già abbastanza malridotta fin da prima dell’arrivo dei Veneziani, giacché non si era certo ripresa dalla terribile peste del 1526 – che aveva interessato l’intero regno a partire dalla capitale Napoli – che nella sola città aveva mietuto ben 800 vittime, quasi un terzo dei suoi abitanti.

Seguirono quindi alcuni mesi senza attività militari di rilievo e praticamente non si combatté più, tant’è che nei primi di giugno finanche si stabilì una tregua formale di due mesi, tra il governatore veneziano di Brindisi Andrea Gritti e i difensori imperiali di Taranto, per permettere la raccolta della biada. Così, per tutta l’estate 1528, salvo gli attacchi sotto le mura dei castelli di Brindisi che non cessarono mai del tutto, la guerra in tutta la Puglia restò di fatto inattiva, eccetto che attorno a Manfredonia che, come nel Salento anche Taranto, continuava ad essere assediata dalle truppe collegate.

Nel mentre, sul fronte dell’assedio di Napoli, in mancanza di risultati Lautrec decise di tagliare i rifornimenti idrici alla città facendo distruggere l’acquedotto e riversandone le acque nei vicini terreni paludosi. Tale circostanza, in concomitanza con la calura estiva, generò una violenta pestilenza che presto si abbatté sull’esercito assediante e lo stesso Lautrec ne fu vittima, morendo il 15 agosto. Finalmente, gli alleati della Lega, decimati dalla pestilenza dalla carestia e dai nemici, tolsero l’assedio e ripiegarono su Aversa dove però, il 30 di agosto, furono intercettati e battuti dalle truppe imperiali.

Castello di mare di Brindisi

A Venezia invece, continuava a preoccupare soprattutto l’occupazione di Brindisi, città della quale voleva assicurarsi il possesso perché il suo porto era l’unico in cui potevano riparare le navi veneziane. E a tale fine, a metà settembre inviò il comandante Giovanni Vitturi per tentare di nuovo la conquista dei due castelli, autorizzandolo anche a ricorrere alla corruzione – sino a quindicimila ducati – dei castellani, ai quali avrebbe potuto promettere una provvigione a vita e, eventualmente, finanche incarichi militari. La resa della fortezza di mare si cercò anche attraverso il ricatto, con la cattura della famiglia del castellano imbarcatasi alla volta di Ragusa.

Ma finalmente, quella conquista non risultò per niente cosa facile per i Veneziani, anche perché il clima generale in tutta la Puglia, dopo le notizie della disfatta di Aversa, si era volto sempre più a favore degli imperiali e così, anche da Brindisi gli Spagnoli erano riusciti a cacciare gli occupanti veneziani, senza che però siano pervenuti dettagli di come si svolsero le azioni in quel frangente. Unico evento, infatti, riportato a Brindisi dalle cronache per quel finire dell’anno 1528, è datato al 20 novembre 1528, quando “una delle due colonne romane che avevano sfidato per tanti secoli le intemperie dei tempi, cadde senza apparente ragione”.

In assenza di altri elementi, si è appunto supposto un improvviso cedimento statico che, teoricamente, è sempre possibile che sia potuto realmente accadere. Però tale teorica possibilità, quanto meno, non può nascondere l’oggettiva stranezza del fenomeno, accaduto in piena notte, in una città poco abitata ed eventualmente mal protetta dalle truppe spagnole, che di notte certamente erano per lo più arroccate nei due castelli, in un tempo, comunque di guerra: Veneziani e collegati, infatti, erano tutt’intorno alla città asserragliati nelle loro vicine roccaforti e non abbandonarono mai il progetto e i tentativi di riprendersi Brindisi, sia da terra che da mare. E se avessero tentato una sortita proprio quella notte? E fossero quindi entrati nottetempo in città? E se, scoperti, fossero stati fatti oggetto di cannonate spagnole dal castello di terra? E se una sola palla capricciosa avesse impattato la terra proprio in prossimità della colonna? Certo: sempre di un cedimento statico si sarebbe trattato, ma in tal caso, non senza causa apparente!

Hernando de Alarcón, Castellano di Brindisi

L’anno 1529, così come si era chiuso il 1528, si aprì fra la stanchezza delle due parti in guerra, non aliene entrambe dalle trattative di pace, ma neppure disposte a interrompere le operazioni di guerra. Gli imperiali, guidati in Puglia dal marchese Del Vasto, deliberarono la riconquista delle più importanti terre perdute, Barletta, Trani, Monopoli, senza peraltro riuscirvi. Mentre i comandanti veneziani stanziati in Puglia, sapendo quanto alla Signoria stesse a cuore il possesso di Brindisi e sapendo come il suo castello di terra fosse rimasto malridotto dagli attacchi dell’anno precedente sferzati dalle cannonate di Lando, a fine luglio deliberarono tornare alla riscossa della strategica città, puntando soprattutto alla presa dei due castelli: quello di terra, difeso dal vice castellano Giovanni Glianes e quello di mare, difeso dal vice castellano Tristan Dos. Il castellano generale, Hernando de Alarcón, era in quei giorni in missione di guerra a Napoli. Sindaco di Brindisi era Giacomo de Napoli.

Così, ignorando che in Venezia stava maturando l’idea dell’abbandono delle terre pugliesi, il 13 agosto il provveditore Pietro Pesaro prese terra a Porto Guaceto e mandò su Brindisi un’avanguardia di truppe collegate comandate da Giovanni Contarini.

Subito dopo, il 18, arrivò da Monopoli Camilo Orsini con mira a prendere i castelli, che anche questa volta erano rimasti nelle mani spagnole, cominciando da quello di mare. Esaurite però, dopo solo due giorni di intensi cannoneggiamenti, le munizioni dei nove cannoni disponibili, si decise di chiamare a rinforzo il capitano Simone Tebaldi Romano, che reduce dalla Calabria giunse a Brindisi con tutti i suoi fanti: “…e qui, il 28 agosto, in una ricognizione intorno al castello di terra, egli trovò la morte per un colpo di artiglieria”. Si decise comunque di mantenere l’assedio ai due castelli in attesa dell’arrivo delle munizioni, ma al loro posto giunsero notizie inattese: a Cambrai, il 5 agosto era stata firmata la pace che prevedeva la cessione alla Spagna di tutte le città e i porti di Puglia ancora nelle mani francesi e veneziane. E così, pur con la reticenza dei comandanti veneziani, l’assedio fu tolto.

Ma per Brindisi era ormai troppo tardi: l’uccisione del Romano aveva già scatenato l’inferno. Ecco una parte della descrizione che ne fa Andrea Della Monaca nel libro sulla storia di Brindisi, pubblicato a Lecce nel 1674:

«Furono della morte di costui dalla soldatesca celebrati lagrimosi funerali nella misera città, contro la quale sfogò il suo sdegno senza timore alcuno della divina giustizia, e senza pietà degl’innocenti; perciò che i soldati, essendo di varie nationi, e liberi dal freno del capitano, trascorsero nella solita loro indomabile natura, essendo natural conditione di costoro, quando non han capo, che li guidi, di commettere ogni enormità imaginabile. Quel furore, dunque, che dovevan accenderli contro i loro proprij nemici, che stavano nella fortezza uccisori del loro duce, rivolsero contro gli amici della città, che spontaneamente gl’havean raccolti nelle loro case, e dando nome di vendetta alla loro avaritia, e di giustitia alla loro perfidia, s’incrudelirono nell’innocente città, e nella robba de’ cittadini. Comiciò a darsi sacco di notte, per celar forse col buio delle tenebre, la crudeltà ch’usavano. Non si possono senza orrore descrivere, né meritano esser udite da orecchie umane le particolarità delle sceleratezze commesse da quella soldatesca diss’humanata, e feroce, avida non men di sangue, che di ladronecci. Non perdonarono a cosa alcuna, humana o divina, furono gl’infelici vecchi, e l’innocente vergini tratti per barba e per crine, acciò rivelassero le nascoste ricchezze, furono abbattuti i chiusi claustri, e fracassate le caste celle delle spose di Dio. I tempij con orrendi sacrilegi profanati; furono fatte in minutie i tabernacoli, e buttando per terra le sacre hostie consacrate, si presero i piccoli vasi d’argento ove stavan riposte. Eccessi invero abominevoli, & esecrandi, per li quali meritavano aprirsi le voragini della terra, & esser da quelle ingoiati; o esser fulminati dal cielo, o strangolati dalle furie; ma si differì dalla divina giustitia il dovuto castigo ad altro tempo per esser più severo degli accennati. Restò per qualche conforto alla depredata città il cadavero del general nemico, che fu seppellito nella chiesa di Santa Maria del Casale in un deposito, dal canto destro nell’entrar della porta principale della chiesa, dove fino a tempi nostri si lesse quest’iscrittione nel sasso: Hic iacet Simeon Thebaldus Romanus, imperator exercitus».

Quando il castellano generale Hernando de Alarcón rientrò a Brindisi, incontrò la città in stato pietoso e anche lui si sommò alla richiesta inviata dai cittadini al re, avallata dal viceré principe d’Orange, affinché fosse annullata la condanna inflitta alla città per ribellione – essendo stata considerata fiancheggiatrice di francesi e veneziani per la sua reiterata resa alle truppe della Lega – segnalando, a sostegno della sua posizione che per buona ventura di Brindisi fu finalmente accolta da Carlo V, proprio l’epica resistenza che avevano mostrato entrambi i suoi castelli, lottando fedeli all’imperatore senza mai arrendersi agli allegati.

Nello scorcio di quello storico e tristissimo anno 1529, dopo la terribile peste scoppiata nel 1526, dopo il crollo improvviso della colonna romana, dopo l’assalto e il saccheggio delle truppe papali francesi e veneziane, Brindisi era ormai giunta allo stremo e la sua popolazione si era ridotta a meno di 400 fuochi, circa 2.000 abitanti, un minimo da allora mai più toccato.

Gianfranco PERRI
Brindisino, professore universitario e ingegnere progettista di gallerie. Appassionato studioso, scrittore e divulgatore della Storia di Brindisi, autore di numerosi articoli e vari volumi di storia brindisina. Residente a Miami, ma fedele e assiduo frequentatore di Brindisi e del Salento.