Preistoria, ricostruzione di scene di vita quotidiana

di Lino DE MATTEIS

In quel tempo i salentini esistevano già. Prima che gli scrittori greci classici li consegnassero alla storia come messapi, la penisola salentina era abitata da esseri umani. La loro origine si perde nella notte dei tempi, avvolta nelle nebbie della preistoria che dagli ominidi portò all’uomo moderno. Quale sia stata la loro provenienza, un dato è certo: nella Puglia meridionale la presenza di esseri umani è scientificamente attestata prima della civiltà messapica, manifestatasi solo a partire dal IX-VIII secolo a.C.. Gli studiosi sostanzialmente concordano sulla presenza umana in questo lembo di terra già nel periodo paleolitico medio, con ominidi neanderthaliani provenienti dal nord Europa; mentre l’homo sapiens si diffuse nel periodo paleolitico superiore, giunto dall’Africa, seguendo la rotta mediorientale. Col tempo queste origini sono diventate sempre più sbiadite mentre la loro presenza si è andata radicando sempre di più sul territorio. Dopo millenni di permanenza, quei primi migranti preistorici si sono conquistati a pieno titolo il “diritto di cittadinanza” nel Salento, divenendo a tutti gli effetti nativi salentini.

Se l’“uomo di Altamura”, lo scheletro, datato circa tra 180-130mila anni fa, rinvenuto nella grotta di Lamalunga, presso Altamura, documenta la presenza dell’homo ne­anderthaliano in Puglia, i reperti archeologici scoperti nella grotta del Cavallo, presso la baia di Uluzzo, sul litorale di Nardò, attestati circa tra 45-40mila anni fa, documentano una fase umana più evoluta nel Salento, rappresentando i più antichi reperti di homo sapiens in Europa. La grotta del Cavallo ha infatti consentito di individuare uno specifico periodo dell’evoluzione umana, definito dagli studiosi proprio “fase uluzziana”, che focalizza la transizione dalla presenza dell’homo ne­anderthaliano a quella dell’homo sapiens. Il sito archeologico di Uluzzo rappresenta, quindi, la testimonianza più antica ed evidente che tra i primi homo sapiens europei c’erano sicuramente anche i nativi salentini.

Altri reperti archeologici dimostrano come la “cultura uluzziana” si sia poi evoluta in quella di sapiens sempre più moderni. Risale a circa 30-25mila anni fa la “mamma di Ostuni”, soprannominata “Delia”, lo scheletro di giovane donna col suo bambino ancora in grembo, rinvenuta nella grotta di Santa Maria d’Agnano, presso Ostuni. Adorna con collane di conchiglie, accovacciata e con la mano sul grembo, come a proteggere la sua creatura, la più antica madre di cui si conservano i resti è un unicum nel suo genere, rappresentando i primi consanguinei di cui si ha traccia nella storia dell’umanità. Ma nel Salento il culto della fertilità e della ma­ternità si riscontra anche nelle “Veneri di Parabita”, due statuet­te scolpite in osso di cavallo, risalenti a circa 20-15mila anni fa, rinvenute sulle Serre Salentine, in località Monaci, presso Parabita, in un antro che da esse ha preso il nome di “grotta delle Veneri”: rappresentano due donne in stato di gravidanza, con le mani posizio­nate sul ventre.

I musei di Taranto, Lecce e Brindisi sono pieni di reperti archeologici che raccontano la preistoria salentina. Un ricco e prezioso materiale documentario emerso dalle numerose grotte, che, data la natura calcarea del terreno, costellano la penisola: graffiti, pitture, utensili, resti umani e animali. Le stratificazioni, per esempio, individuate nella grotta Romanelli, presso Castro, hanno consentito di accertare la frequentazione del luogo in epoche diverse: dai rozzi strumenti di pietra di epoca neanderhaliana ai più sofisticati attrezzi litici dell’homo sapiens, pietre incise e resti di scheletri umani anatomicamente simili a noi.

Trasformazioni che danno luogo anche nella penisola salentina alla nascita delle prime manifestazioni artistiche e spirituali, che trovano espressione nei dipinti sulle pareti delle grotte o nelle incisioni sugli oggetti per il corredo funerario. Le tracce lasciate sulle pareti della grotta dei Cervi, presso Porto Badisco, sul litorale otrantino, rappresentano il complesso pittorico neolitico più importante d’Europa: in essa sono contenuti pittogrammi, in ocra rossa e guano di pipistrello, che rappresentano scene di caccia ai cervi, da cui prende il nome la grotta, cacciatori, animali, oggetti, simboli magici, geometrie astratte risalenti a circa 4-3mila anni a.C.. Il così detto “Dio che balla”, che raffigura uno sciamano danzante, è uno dei pittogrammi preistorici più famosi al mondo. In una tomba neolitica del rione Riesci, presso Arnesano, è stata ritrovata una primordiale scultura, che ha preso il nome di “idoletto di Arnesano”, risa­lente a circa 3-2mila anni fa, con incisa una figura umana detta con testa “a civetta”.

Da Roca Vecchia, nella marina di Melendugno, dove è stato scoperto un imponente sistema di fortificazioni risalente all’età del bronzo, alla civiltà megalitica salentina dei dolmen e menhir, dalle specchie ai villaggi rupestri delle gravine tarantine, dalle grotte ai diversi tipi di tombe funerarie, ecc. l’elenco delle testimonianze dell’antica frequentazione umana del Salento prima della civiltà messapica sarebbe lungo da completare. Quel che è certo è che preistoria e protostoria hanno firmato anche qui la loro presenza, forgiando le caratteristiche dei nativi salentini, che, però, sono rimasti nell’anonimato e hanno avuto visibilità mediatica solo quando gli scrittori classici ne hanno cominciato a parlare, chiamandoli, a seconda delle loro conoscenze, dei diversi punti di vista e degli interessi geopolitici, con nomi diversi.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it