
di Salvatore BIANCO
Che la saga di Herakles fosse ben conosciuta nel mondo ellenico occidentale (Magna Grecia e Sicilia) è ampiamente noto, come pure la sua imagerie, talora arricchita da aspetti di matrice fenicio-orientale che ne sottolineano la profondità temporale già dagli albori dell’epoca protostorica e l’estensione spaziale nel Mediterraneo intero[1]. Presente in Omero[2], la saga di Herakles si diffonde in tutto il mondo ellenico, in particolare in quello occidentale investito dal fenomeno della colonizzazione a partire dall’VIII secolo a. C. Anzi sembra che la fortuna delle imprese dell’eroe ellenico in Sicilia e in Italia meridionale sia strettamente connessa con l’avanzare della colonizzazione greca, divenendo simbolo paradigmatico dell’azione civilizzatrice e dell’ordine etico diffuso dai primi coloni e che viene incarnato dall’eroe vincente non solo su mostri infernali ma anche su ladri e perturbatori di ogni genere dell’ordine civile.

Tuttavia nelle grandi fondazioni coloniali si riscontra la quasi assenza di edifici di culto dedicati all’eroe[3], salvo l’apparire nell’iscrizione del tempio G di Selinunte, l’essere ecista fondatore di Crotone o occupare grande spazio nelle rappresentazioni delle metope arcaiche del cosiddetto thesauros dell’Heraion di Foce Sele di Posidonia[4], che, come sappiamo dai rinvenimenti votivi, era frequentato anche dalle comunità indigene circostanti, che sicuramente avranno contribuito alla diffusione del culto di Hera e delle gesta dell’eroe nella mesogaia interna[5]. Non a caso è nell’entroterra di Posidonia e lungo le direttrici interne che conducono a Sibari e Metaponto che la saga di Herakles nel VI secolo a. C. sembra trovare diffusione, ovvero in quei comprensori le cui popolazioni locali, di cultura enotria, ambivano ad adeguarsi al sentire ellenico adottandone modelli e comportamenti civili e religiosi visivamente offerti ai loro occhi dalla monumentalità architettonica delle fondazioni coloniali e dalla complessità dei miti e dei culti dei grandi santuari achei (Heraia) e in primis di quello di Foce Sele[6]. Culti e miti, in molti casi intrisi di semplici credenze e religiosità popolare, adeguati al sentire e alle esigenze delle comunità locali: richieste di guarigione da malattie, di protezione nei riti di passaggio, del matrimonio, della famiglia e di buon esito del parto o dei raccolti agricoli e degli animali allevati e di salvezza ultraterrena nel momento ineludibile della morte. Aspettative riposte nella grande divinità femminile, presente anche nella tradizione religiosa dell’Italia protostorica, dai molteplici aspetti gratificanti e attestati dai tanti ex-voto deposti dalle comunità indigene, in particolare dalle donne, nel grande santuario dell’Heraion, e che hanno contribuito alla diffusione progressiva dei miti ellenici, tra i quali Herakles: l’eroe vittorioso su mostri e forze del male, unico mortale ad aver fatto ritorno dall’Ade. L’eroismo di Herakles, che si dipana attraverso una lunga saga, che gli comporta una meritata apoteosi divina[7], era talmente noto che il suo abbigliamento “leonino” fu simbolicamente indossato dall’olimpionico Milone di Crotone nella spedizione contro Sibari avendo grande eco sui contemporanei[8].
La diffusione della saga di Herakles sembra trovare fertile terreno, oltreché nelle colonie, nei territori anellenici della Sicilia e del meridione, talora in aree lontane dalle colonie greche, dove all’eroe si sono attribuiti episodi prettamente locali[9], fondazioni di città sconosciute o vittorie su disturbatori della convivenza civile e su mostri terrificanti, le cui descrizioni sembrano adombrare anche fenomeni naturali che flagellavano o meravigliavano le comunità locali[10]. Herakles, eroe vittorioso e civilizzatore, garantiva, inoltre, le economie dell’agricoltura e dell’allevamento e dei commerci favorendo altresì le espansioni territoriali delle chorai coloniali legittimate dai diritti del “ritorno”[11]. Ovvero Herakles si configura come ‹‹mediatore culturale tra il mondo civilizzato della polis e l’eschatia, capace, attraverso il compimento delle dodici fatiche di vincere mostri ed animali feroci, temibili per l’uomo, e di addomesticare le bestie utili, necessarie al lavoro dei campi, per il compimento del sacrificio e l’alimentazione carnea››, quali la mandria di buoi di Gerione[12] assicurando ‹‹i fondamentali bisogni vitali dell’umanità››[13]. Non a caso Herakles nelle metope dell’Heraion di Foce Sele, stilisticamente derivate da modelli etruschi, è rappresentato come ‹‹le défenseur et le garant de l’ordre››[14]. Infine si riconosce con M.me de La Genière che oltre alla forza di penetrazione culturale nei territori italici promossa dalle grandi colonie, in particolare da quelle achee (Sibari con le ktiseis di Posidonia e Metaponto), che circoscrivevano un ampio territorio interno corrispondente a gran parte della regione enotria con conseguente diffusione del patrimonio mitico ellenico, tra cui quello relativo ad Herakles attraverso lo stesso ciclo figurativo di Foce Sele o altre testimonianze ancora ignote, occorre sottolineare la forza evocativa della tradizione poetica arcaica[15].
Questa, che ha avuto fortuna in ambito occidentale, grazie, ad esempio, alle innovazioni di Stesicoro di Himera, risulta aver rielaborato miti, gesta ed episodi eroici in versioni e modelli funzionali alle fisionomie storico-culturali delle realtà coloniali, che a loro volta possono aver influenzato o diffuso ulteriori varianti utili ai rapporti con le contigue realtà indigene o con il mondo etrusco o che potevano essere meglio recepite dai nuclei sociali elitari di quelle realtà etniche[16]. In effetti la poesia d’occidente, a noi quasi del tutto ignota, e in primis la Gerioneide di Stesicoro dedicata alla lotta tra Herakles e il mostro tricorpore Gerione[17], potrebbe essere stata la fonte ispiratrice delle originali e spontanee iconografie degli episodi eraclidei di Foce Sele contribuendo così alla diffusione fin in Etruria di quei racconti ambientati e descritti anche con modalità differenti rispetto alla materia epico-mitica ellenica[18]. La diffusione della tradizione poetica occidentale e dei racconti su miti e saghe eroiche deve stata favorita dalle intense relazioni commerciali tra Grecia, colonie di Magna Grecia e Sicilia ed ambiti etrusco-tirrenici, dove l’imagerie ellenica, a volte rielaborata, su vasi o tessuti o altri supporti o le stesse tradizioni poetiche orali facevano presa nei tanti emporia toccati dalle rotte marittime e dai percorsi interni[19]. Ciò riflette quanto affermato a suo tempo da F. D’Andria a proposito dell’introduzione della tecnica narrativa dei miti da parte degli artigiani ceramisti greci nei comprensori italici, dove i santuari e i luoghi di culto vedevano anche l’operare di artigiani ellenici o di formazione ellenica divenendo ‹‹luoghi per l’acquisizione di tecniche della narrazione del mito…della fabula greca, che viene acquisita anche come tecnica di narrazione poetica e di narrazione figurativa››[20]. Ed è così che le comunità italiche, pur ‹‹prive di forme di comunicazione visiva›› di tipo figurativo iniziano ad elaborare elementari linguaggi con uso di immagini legate al mondo funerario ed epico-mitologico[21]. In particolare alcuni dei santuari indigeni più a stretto contatto con le realtà protocoloniali e poi con le chorai delle fondazioni o comunque situati all’interno di una mesogaia ellenizzata, grazie a quei ceramisti, spesso itineranti, potevano essere luoghi di apprendimento delle tecniche di rappresentazione dei temi figurativi del sacro, del mito o della sfera funeraria per artigiani italici non abituati a “narrare” mediante immagini.
Occorre ricordare che le sintassi decorative italiche tradizionali erano fondate su serie di bande sovrapposte o su spazi metopali contrapposti campiti da motivi geometrici, talora combinati tra loro in modo complesso, che lasciano talora intuire un’astrazione di figure umane o animali disposte in serie o contrapposte sulle facce del vaso secondo schemi geometrici equivalenti a codici grafici riconosciuti dalle comunità di riferimento e riconducibili a rappresentazioni schematiche o astratte di cortei o danze funebri o di figure nell’atteggiamento del lutto[22]. Ben noti sono i motivi geometrici “animati” in forma di clessidra, di triangoli o losanghe disposte in serie intorno al vaso a formare un continuo corteo danzante contemplato dagli adempimenti del rituale funerario. Come esempi basti citare le rappresentazioni schematiche di figure umane del primo ferro di S. Maria di Anglona (MT) o le serie di “cortei” a motivi subgeometrici “animati” di VII-VI secolo a. C. di area enotria (San Brancato di Tortora in Calabria, Aliano, Roccanova, Guardia Perticara e Garaguso in Basilicata) o i motivi coevi di area peuceta (Ginosa, Gioia del Colle ecc.) o quelli iapigio-messapici fin dalle fasi dal tardo-geometrico (ad esempio: Otranto, Rocavecchia, Cavallino, Vaste ecc.)[23].
Ritornando ai santuari indigeni come luoghi di assimilazione delle tecniche della narrazione figurata si ricorda il santuario del Timpone della Motta di Francavilla Marittima nella Sibaritide, ovvero l’Athenaion, dove secondo la tradizione Epeo avrebbe consacrato gli strumenti utilizzati per la costruzione del cavallo di Troia[24]. Dal santuario del Timpone della Motta, oltre all’ingente mole di materiale votivo indigeno e alle tantissime ceramiche greche di importazione e di imitazione, provengono poche ma significative ceramiche figurate locali, tra cui il noto cratere/pisside detto del Canton Ticino con scena di processione di donne verso una dea in trono, cui si associa il frammento del coperchio della stessa pisside con scena di offerta allusiva al vincolo matrimoniale e un altro frammento con processione di figure femminili. Sono produzioni tardo-geometriche locali databili intorno al 700 a. C. e attribuite ad un ceramista indicato da M. Kleibrink come “Pittore di Francavilla Marittima” influenzato da ceramografi ellenici[25].
Per il territorio dell’Enotria interna, nella mesogaia influenzata dalla penetrazione metapontina lungo la valle del Basento, occorre citare il santuario di Garaguso, sorto su un importante asse della transumanza e sede di un culto tesmoforico, che accanto all’ingente massa di materiali votivi e di ceramiche locali di cultura enotria, di importazione greca e di imitazione, ha restituito lo straordinario àgalma ellenico costituito dal modellino di tempio marmoreo con statuetta di divinità demetriaca in trono della prima metà del V secolo a. C. Il santuario di Garaguso, così come quello di Timmari presso Matera, pur ellenizzati negli aspetti cultuali e nei materiali deposti, non hanno restituito tuttavia ceramiche figurate da attribuirsi ad officine o a ceramografi locali influenzati da artigiani ellenici[26]. Ma dal non lontano centro di Pomarico Vecchio sul Basento è nota una brocchetta del VI secolo a. C. dipinta con un’iconografia di tipo ellenico. Presenta un corteo di carri leggeri trainati da un cavallo e guidati da un conduttore, opera di un artigiano locale contiguo ad ambiti coloniali. La scena, infatti, è resa con dettagli quasi calligrafici derivati da modelli iconografici delle ceramiche corinzie[27].
In ambito messapico è il santuario tesmoforico di Oria-contrada Papalucio, che dalla metà del VI secolo si sviluppa ai margini dell’antico abitato. Situato su un’altura e organizzato su una serie di terrazze davanti a una grotta ha restituito ricchissime stipi votive con tantissime deposizioni di resti di sacrifici, vasi miniaturistici e una molteplice varietà di statuette (coroplastica) e di oggetti votivi. Sono presenti ceramiche di importazione greca (attiche, corinzie e laconiche) o di imitazione corinzia prodotte tra Taranto e Metaponto accanto ad esempi di ceramiche realizzate localmente da artigiani di cultura greco-orientale, provenienti forse dalle vicine colonie dell’arco ionico o dall’Etruria. Di produzione locale è la hydria della seconda metà del VI secolo a. C. raffigurante una vivace scena con Ulisse che attacca Circe. Resa con schemi iconografici semplici, quasi tradizionali, la scena risulta influenzata dalla tecnica figurativa greca a figure nere anche nell’uso della linea incisa di contorno[28].
Infine occorre ricordare che non solo i santuari delle colonie o i luoghi di culto indigeni, ma anche le residenze gentilizie italiche del VI-V secolo a. C., sedi del potere locale, erano luoghi di narrazione e di rappresentazione del mito e del pantheon ellenico, in particolare nel corso di simposi e incontri fra capi di comunità locali e aristocratici ellenici, momenti in cui la tecnica della parola, in forma di racconto epico o di composizione poetica, contribuiva non poco alla diffusione del patrimonio mitico ellenico adattato anche alle realtà locali[29]. Nel corso dei processi di ellenizzazione artigiani ceramisti ellenici, anche itineranti, hanno contribuito ai miglioramenti delle officine locali e talora indotto la narrazione per immagini sulle superfici dei vasi, divenuti così oggetti “narranti”. La presenza di tali artigiani, già attestata dalle fasi protocoloniali in aree emporiche, diviene più visibile nelle relazioni tra mondo coloniale e realtà italiche, in particolare etrusco-campane. La loro mobilità, aspetto solo in parte documentato, continua a rivelare implicazioni nei processi acculturativi nelle tecnologie ceramiche e nella trasmissione del patrimonio mitografico mediante l’uso delle immagini[30].
Se i comparti italici della Campania meridionale sono coinvolti in un veloce processo di ellenizzazione dovuto al dinamismo delle economie etrusche e delle fondazioni euboiche, meno incisivo sembra essere stato il processo di adeguamento delle officine ceramiche locali dell’interno della Basilicata nel corso del VI-V secolo a. C. nonostante le influenze di Posidonia e delle colonie dell’arco ionico. Infatti i gruppi gentilizi locali, che hanno costruito residenze di tipo greco e investito in sontuosi set domestici e corredi funerari fatti di ceramiche e bronzi di importazione greca ed etrusca, come attestato in area nord-lucana (Satriano, Baragiano) o a Vaglio o a Chiaromonte e nelle tante necropoli dell’entroterra, hanno preferito il lusso dei manufatti figurati importati (ceramiche attiche e decori architettonici) piuttosto che adeguare le produzioni ceramiche tradizionali, che non potevano sufficientemente esaltare l’immagine del potere locale e competere con le produzioni figurate importate[31]. Al contrario l’ambito messapico sembra più dinamico nel progresso tecnologico per l’influenza tarantina e per le presenze emporiche costiere in diretto rapporto con i maggiori centri messapici, che potevano ospitare artigiani dalla vicina Grecia o dalle colonie dell’arco ionico o dai progrediti distretti etrusco-tirrenici in grado di influenzare le produzioni ceramiche locali. Tuttavia si riscontra che le immagini o narrazioni relative al patrimonio epico-mitico ellenico, compreso il ciclo eraclideo, rappresentate su manufatti ceramici locali, si riducono a pochi esempi.
Se nei territori enotri di Basilicata il ciclo di Herakles appare su vasi attici a figure nere e a figure rosse o su manufatti bronzei di produzione greca o etrusca[32], le ceramiche locali figurate si riducono al solo vaso proveniente da Aliano, località S. Maria La Stella.
La coppa su alto piede da Aliano (MT)

E’ una coppa a vasca larga su alto piede di produzione enotria imitante forme vascolari tirreniche (Figg.1-2). E’ stata recuperata nel 1990 nel corso di sopralluoghi di tutela preventiva nelle vallate dei fiumi Agri e Sinni, dove aree isolate occupate da necropoli di varie epoche erano e sono oggetto di scavi clandestini. Nel corso di un sopralluogo nelle aree delle necropoli enotrie di Aliano, in particolare in quella più appartata di S. Maria La Stella, si recuperarono i frammenti della coppa nei pressi di fosse funerarie depredate[33].
La coppa, recuperata in più frammenti dalle superfici incrostate, sembrava avere una semplice decorazione a bande bicrome in rosso e bruno. Le operazioni di pulizia e la ricomposizione del vaso hanno evidenziato tale decorazione sul perimetro interno della vasca, sull’orlo appiattito e sull’alto fusto del piede, mentre al centro della vasca si evidenziava un’inaspettata e insolita scena figurata dipinta in bruno, l’unica nota nelle produzioni ceramiche dell’Enotria di Basilicata[34].

Il vaso è stato presentato per la prima volta nella mostra “I Greci in Occidente-Greci Enotri e Lucani nella Basilicata meridionale” tenutasi presso il Museo Nazionale della Siritide di Policoro nel 1996, una delle grandi mostre realizzate in Magna Grecia in quell’anno e collegate all’esposizione di Venezia-Palazzo Grassi: “I Greci in Occidente”. Successivamente il manufatto è stato presentato in un’esposizione sul mito presso il Museo Archeologico Nazionale di Potenza. Nel catalogo dell’esposizione policorese la coppa era illustrata in due schede redatte dallo scrivente e da M. Tagliente, che erroneamente riportava il manufatto come proveniente dalla necropoli enotria di Alianello (contrada Cazzaiola) e non da quella di S. Maria La Stella[35].
Nella vasca interna del vaso, in uno spazio delimitato da tre bande concentriche perimetrali, è dipinta in bruno una scena con una figura umana stante vista di profilo, rivolta verso sinistra, con corpo piegato in avanti e gambe flesse, quasi piegate alle ginocchia, rappresentate secondo un’ingenua prospettiva e ben piantate per terra nell’atto di reggersi nella convulsa azione rappresentata. Nell’insieme i tratti anatomici sono informi e schematici: la testa presenta di lato delle protuberanze, forse indicazione della bocca aperta in una sorta di urlo, mentre le braccia con le mani aperte e protese sono in atteggiamento di contrasto e difesa insieme. Due grandi uccelli, dal corpo tozzo e dal becco e artigli aperti resi con tratti netti e forti, posizionati di fronte e dietro la testa del personaggio, suggeriscono un attacco nei confronti dello stesso, mentre altri due uccelli resi sommariamente sono sul davanti e sul retro della figura all’altezza del bacino. La scena appare movimentata per la posizione di difesa/offesa del personaggio, che sembra contrastare uno stormo di uccelli rapaci, il cui diverso orientamento in volo restituisce il dinamismo dell’atto aggressivo.
Anche se il personaggio è privo dei tipici attributi eraclidei, la scena, pur nella sua schematica ingenuità, non lascia dubbi sulla sua identificazione con Herakles, in quanto l’eroe è “l’unico personaggio del mito greco che combatte contro uno stormo di uccelli”[36]. Inoltre pur identificandolo in un generico“signore degli animali”, l’eroe/Herakles può essere comunque richiamato in quanto vincitore di tanti animali mostruosi.

La scena ricorda la fatica di Herakles relativa al combattimento con gli uccelli stinfalidi[37]. Il tema è presente, ma non molto diffuso nella ceramografia attica a f. n., dove l’eroe circondato dagli uccelli appare armato di fionda o arco, da solo o in compagnia di Iolao, nipote e suo fidato compagno.
La scena di Aliano ricorda l’iconografia sull’anfora a f. n. n. 2241[38], dove Herakles è rappresentato da solo, o quella sulla lekythos n. 2243 da Selinunte[39], dove è in compagnia di Iolao. Nei due casi l’eroe armato di fionda è avvolto dagli uccelli, mentre nella scena di Aliano è privo di armi, con le mani aperte.
L’iconografia della fatica di Stinfalo sembra essere rappresentata già in età geometrica per continuare nel tempo in età classica ed ellenistica e poi su monumenti di età romana (ad esempio: la coppa d’argento sbalzato dalla casa del Menandro di Pompei e i tanti sarcofagi in marmo di età imperiale), che riprendono opere più antiche[40]. Rappresentata sui vasi attici a f. n., anche se meno rispetto ad altre immagini del ciclo eraclideo, deve aver avuto comunque una circolazione nel mondo enotrio-italico, tanto da essere ripresa nella scena dipinta dall’artigiano di Aliano[41]. Tuttavia l’artigiano/pittore, pur riprendendo un tema presente sulle ceramiche attiche a f. n., di cui dimostra di conoscere il significato, rivela di non aver acquisito nell’esecuzione pittorica le tecniche figurative delle coeve ceramiche a f. n., forse perché gli artigiani ellenici itineranti non sono mai arrivati presso le comunità più interne. Il pittore di Aliano realizza solo un’immagine ingenua e schematica dell’eroe vincitore dei mostri stinfalidi al fine di esaltare comunque la vittoria sulle forze infere del mondo liminale, quel mondo sconosciuto che conduceva verso l’Aldilà, da cui l’eroe è ritornato vittorioso e in grado di garantire protezione e salvezza anche nel momento della morte, concetto salvifico recepito dall’artigiano e forse richiesto da un committente colto della comunità di S. Maria La Stella a testimonianza della sua devozione ad Herakles salvatore.
L’identificazione del personaggio della coppa di Aliano con Herakles, proposta da chi scrive nel 1996[42], è stata ritenuta un’ipotesi fragile da J. De La Genière in quanto il tema della fatica della palude stinfalia sarebbe stato solo raramente rappresentato sulla ceramica attica, che a sua volta sarebbe stata raramente attestata tra VI-inizi V secolo a. C. in val d’Agri sulla base di quanto allora affermato da D. Roubis sulla distribuzione delle ceramiche attiche in quell’area. Inoltre la studiosa nel suo articolo si chiedeva se quel personaggio non potesse rappresentare solo ‹‹comme l’a du reste envisagé S. Bianco, un daimon local, protecteur des oiseaux››[43]. Tuttavia oggi si ritiene utile riconfermare l’ipotesi identificativa di Herakles in quanto l’atteggiamento di contrasto/difesa del personaggio non è compatibile con l’immagine di un daimon o di un Signore ‹‹protecteur des oiseaux››, che dovrebbe essere in atteggiamento di dominare o ammansire quegli esseri. Inoltre nel frattempo, nel comprensorio agrino-sinnico, sono venute in luce diverse attestazioni di ceramiche attiche figurate, anche dalle stesse necropoli di Aliano e dalla vicina necropoli di Guardia Perticara, dove alcuni vasi presentano anche episodi del ciclo di Herakles (vedi nota n. 32).
Oltre alle immagini veicolate dalle ceramiche attiche Herakles doveva essere venerato in luoghi sacri delle vallate ioniche della Basilicata forse già a partire dall’età arcaica, come potrebbe testimoniare il cippo di Nikomachos da San Mauro Forte (MT). Il cippo reca una dedica ad Herakles in caratteri achei formulata nei ritmi metrici della più antica lirica greca, prossimi al distico elegiaco. L’invocazione iniziale della dedica ripropone l’inizio del famoso inno ad Herakles di Archiloco ‹‹cantato in Olimpia in onore dei vincitori›› e per questo molto noto in Magna Grecia, in particolare in ambiti achei[44].
La presenza del vasaio Nikomachos, che scrive la sua dedica in versi in dialetto acheo della fine del VI secolo a. C., è una conferma dell’attività di colti artigiani specializzati ellenici nella mesogaia interna, che al pari delle maestranze che hanno realizzato i decori architettonici delle residenze di Vaglio o di Torre di Satriano, hanno contribuito alla diffusione dell’imagerie ellenica nei territori degli Enotri.
Tuttavia il pittore-vasaio di Aliano, che conosceva il significato dell’immagine, è stato solo in grado di realizzare una goffa rappresentazione dell’episodio eraclideo essendo privo delle competenze tecniche del disegno figurativo.
Ancora dal più recente santuario di Armento-Serra Lustrante (metà del IV-III secolo a. C.), sorto sulla dorsale tra medio Agri e T. Sauro, provengono gli attributi bronzei (leontè e clava) di una statua del dio venerato accanto a una divinità femminile di tipo demetriaco[45]. Il santuario rivela lo stretto legame tra Herakles e il gruppo gentilizio locale, vera élite militare, le cui fastose sepolture a tumulo rinvenute nel 1814 nell’adiacente necropoli di Campo Scavo sembrano sottendere un’ideologia ispirata ai modelli dinastici della corte macedone, che proprio in Herakles individuava il proprio capostipite, dio-eroe protettore e vittorioso[46].
Occorre ricordare infine la fondazione thurino-tarantina di Herakleia, di cui l’eroe era divinità eponima presente anche sulla monetazione della nuova polis e il cui culto individuava l’impronta tarantina della subcolonia[47].
Infine è da citare la tradizione letteraria che colloca episodi della saga eraclidea, sia pure secondari, nei territori chonio-enotri di Basilicata. Secondo Licofrone nei pressi di Siris Herakles avrebbe ucciso a pugni l’indovino troiano Calcante, che avrebbe avuto il suo sepolcro presso quella città, mentre nella non lontana Pandosia ‹‹si mostravano le impronte dei piedi dell’eroe, che era proibito calpestare››[48].
Secondo altre tradizioni Calcante sarebbe morto in realtà a Colofone, madrepatria di Siris, sulle coste dell’Asia minore, da dove il suo culto sarebbe stato importato nella Siritide, mentre un suo cenotafio (heròon) era venerato presso il Gargano. Altre tradizioni individuano nel personaggio morto a Siris un altro indovino, diverso dal personaggio troiano, forse il re della Daunia Calco[49]. Infine presso il fiume Cilistaro, forse l’odierna Salandrella, sempre nei pressi di Siris, Herakles avrebbe vinto un drago dalle cui spire sarebbe stato avvolto[50]. Tarda sembra essere la tradizione di Herakles nella fondazione di Metaponto, il cui eroe eponimo avrebbe fatto derivare il proprio nome Metabos dall’espressione metà tous bous riferita ai buoi di Gerione presi dall’eroe[51].
La trozzella da Rudiae con Herakles e gli uccelli stinfalidi
Nelle collezioni del Museo Provinciale “S. Castromediano” di Lecce è una trozzella su cui un artigiano locale ha dipinto una scena figurata, che sembra riproporre la medesima fatica di Herakles rappresentata sulla coppa di Aliano (Fig. 3). La trozzella risulta essere integra, il che conferma che dovrebbe provenire da una delle necropoli messapiche situate nelle vicinanze di Lecce. Indicata come proveniente da Taranto nel registro inventariale redatto da P. Romanelli tra la fine degli anni venti e i primissimi anni degli anni trenta del secolo scorso[52], nella guida del Museo Provinciale del 1932 si afferma che detta indicazione di provenienza ‹‹è probabilmente errata››, anche perché il vaso era conservato in una vetrina con materiali da Rudiae, provenienza oggi condivisa dagli studiosi[53].

Il vaso presenta un ampio orlo estroflesso su largo collo troncoconico rigonfio che si imposta su un corpo globoso schiacciato impostato a sua volta su un basso piede aperto. Dall’orlo si sopraelevano le due alte anse verticali a nastro, il cui attacco inferiore si imposta sulla spalla. Alla base e sui vertici delle anse sono applicate su ambedue i lati le cosiddette “trozze”, ovvero delle rotelle in questo caso dipinte in bruno con una rosetta di punti perimetrali e punto centrale. La decorazione dipinta sull’orlo è costituita da larghi tratti radiali rastremati a punta, che in forma di motivi a fiamma si irradiano anche dal piede verso la parte inferiore del corpo. Un ramo vegetale orizzontale con foglie lanceolate sui lati si sviluppa sul collo, mentre sulla spalla è un motivo ad ovuli lanceolati. Le due facce delle anse presentano dei motivi a palmette contrapposte. Sul lato A, al centro del corpo del vaso, tra due larghe bande orizzontali che delimitano uno spazio metopale allungato, è la scena figurata dipinta in bruno, le cui silhouettes e dettagli sono evidenziati con imprecise linee incise. Al centro è un personaggio maschile nudo, visto di profilo, che incede verso sinistra in direzione di un alberello mentre brandisce col braccio sinistro una clava e protende in avanti quello destro. Il personaggio sembra avere una testa informe con un grande occhio circolare al centro, mentre la bocca, resa con due protuberanze, è aperta ad indicare una sorta di urlo, all’incirca come rappresentato nell’immagine di Aliano. Dalle due braccia pende un elemento informe che potrebbe essere identificato come una possibile leontè indossata sulle spalle, secondo un’iconografia nota dai diffusi bronzetti italici raffiguranti Herakles. A sinistra dell’alberello e a destra del personaggio sono le sagome di due grandi uccelli, rappresentati in forma di grandi “gallinacei” rivolti verso lo stesso, mentre un terzo “gallinaceo” sul limite destro della scena è rivolto verso l’esterno.
La scena è stata interpretata a suo tempo come rappresentazione della fatica di Herakles nel giardino delle Esperidi per la presenza dell’albero da cui l’eroe doveva cogliere i famosi frutti aurei[54]. Successivamente è stata giustamente interpretata come Herakles in lotta con gli uccelli della palude stinfalia[55].
La scena sembra essere apparentemente statica se non fosse per il personaggio che, con il braccio sinistro rivolto all’indietro brandendo la clava e con il braccio destro proteso in avanti, pare indicare un attacco contro un manifesto pericolo, che nel paesaggio segnato dall’alberello pare essere rappresentato dai grandi “gallinacei” resi in posizione quasi accovacciata. In realtà anche questi ultimi, pur nella loro statica schematicità, presentano dei dettagli indicativi di un’azione dinamica. Gli uccelli presentano sul dorso delle piume svolazzanti, forse le ali, che insieme a quelle delle code aperte a ventaglio e alle creste erette, evidenziate dalle linee incise, sembrano indicare movimento o anche l’azione del volo. Tale azione sembra suggerita anche dalle zampe sollevate dell’uccello a sinistra della scena, che pare iniziare un attacco in volo contro il personaggio che gli si dirige contro. Tutti gli uccelli, inoltre, presentano il becco aperto, dettaglio indicativo di aggressione o di situazione convulsa. Infine la rappresentazione degli uccelli davanti e sul retro dell’eroe, anche se dettata da esigenze dello spazio figurato allungato, sembra comunque ricordare le immagini della fatica note dai vasi a f. n. con Herakles circondato dagli uccelli stinfalidi.
Già Romanelli e Bernardini nella guida del 1932 hanno sottolineato che un artigiano locale, alla fine del VI secolo a. C., ha tentato di realizzare un vaso figurato ad imitazione delle coeve ceramiche attiche a f. n., delle cui tecniche si è avvalso nella resa del personaggio in movimento visto di profilo e nell’uso della linea incisa nei contorni delle figure e dei loro dettagli. Tuttavia, secondo gli A., l’artigiano potrebbe non aver compreso il significato della scena forse vista su ceramiche attiche[56], oppure, più probabilmente, l’ingenua rappresentazione degli uccelli stinfalidi in forma di grandi “gallinacei” e non di uccelli rapaci potrebbe indicare una non conoscenza precisa dell’episodio[57]. Infine la schematica e ingenua rappresentazione delle sagome degli uccelli stinfalidi, disposti quasi in serie, potrebbe indicare una ‹‹derivazione dalle immagini delle kylikes attiche dei Piccoli Maestri››[58].
La scena rappresentata sulla trozzella dimostra indirettamente che dal VI secolo a. C. anche in area messapica, in conseguenza dell’affermato fenomeno coloniale, risulta una crescita della circolazione di prodotti delle più importanti officine ceramiche attiche a f. n. e poi a f. r. e delle relative cerchie di pittori[59].
E’ anche significativo che lungo la fascia adriatica pugliese e in alcuni centri messapici più importanti abbiano operato tra fine VI ed inizi V secolo a. C. dei ceramisti di provenienza etrusco-campana, che hanno prodotto una classe particolare di forme vascolari di imitazione, decorate a fasce o a f. n., queste ultime realizzate con le tecniche decorative proprie delle produzioni attiche. All’interno della classe, definita di tipo apulo-etrusco o di tipo etrusco e ben riconoscibile per qualità dell’argilla, per la vernice diluita e per il largo uso del “disegno inciso”, spiccano i crateri a colonnette dal profilo slanciato, forme piuttosto eleganti, la cui produzione ha contribuito ulteriormente all’innovazione tecnologica delle officine ceramiche locali e alla diffusione dei temi figurativi mitologici e della poesia epica greca. Non è un caso che proprio su un cratere di tale classe, conservato nel Museo Provinciale di Lecce, sia rappresentato un importante episodio eraclideo. Il cratere, proveniente da Cavallino-località Giancastello (inv. 5003, tomba n. 13), presenta sul lato B Herakles in lotta col gigante Kyknos[60]. Un secondo cratere di produzione apula, sempre proveniente da Rudiae (inv. 628), presenta la lotta di Herakles con il centauro Nesso a conferma della notorietà dell’eroe nel tempo.
Tra l’altro le innovazioni tecnologiche nella penisola messapica, grazie a contatti con aree esterne progredite, hanno avuto una lunga tradizione. Le coste dei due versanti e il Capo Iapigio, per la vicinanza geografica alle coste elleniche e ai capisaldi corinzi di Corfù e di Itaca, sono stati nel tempo precisi riferimenti nelle rotte marittime del Canale d’Otranto, sia dirette nel bacino adriatico sia lungo le coste dell’ampio golfo di Taranto. Rotte marittime, che come per le precedenti marinerie egeo-micenee, necessitavano di approdi sicuri e appoggi locali nell’economia dello scambio e nei rapporti con le popolazioni rivierasche[61].
Nel solco di tale tradizione approdi naturali ben protetti o strategici negli itinerari sottocosta hanno forse ospitato vere enclaves elleniche ‹‹in chiave emporico-adriatica›› (Brindisi, Otranto)[62] o figure allogene inserite all’interno delle comunità costiere (Rocavecchia, Leuca, Scalo di Furno)[63]. Possono spiegarsi così i processi di ellenizzazione e di trasformazione dell’assetto socioeconomico e culturale delle realtà indigene a partire dalla metà dell’VIII-VII secolo a. C., quando documenti ellenici iniziano ad essere veicolati anche nei centri dell’entroterra[64]. Anche D. Yntema ha ipotizzato che i tratti ellenizzanti delle ceramiche arcaiche dei centri messapici più esposti a quelle influenze possono spiegarsi con la presenza nel corso del VI secolo a. C. di artigiani ellenici itineranti al servizio delle comunità[65]. E’il periodo in cui viene introdotta quella che F. D’Andria chiama la ‹‹tecnica della narrazione›› mediante l’uso di immagini che consentono di narrare il mito e l’epos ellenico. Dalla seconda metà del VI secolo a. C. su alcune trozzelle si rappresentano scene figurate (la caccia al cervo sulla trozzella al Museo di Bari, il combattimento di Diomede ed Enea e l’episodio di Capaneo fulminato da Zeus sui due lati della trozzella a Copenhagen, dove i personaggi sono individuati alla maniera greca da iscrizioni, il mito di Circe sull’hydria da Oria, Herakles e gli uccelli stinfalidi sulla trozzella al Museo Provinciale di Lecce, l’immagine di guerriero sulla trozzella da Mesagne), tutti vasi ancora con ‹‹livelli più o meno forti di interpretazione indigena››[66]. Anche le trasformazioni, almeno dalla metà del VI secolo a. C., di centri urbani come Cavallino, la costruzione di edifici di tipo greco, forse di tipo religioso, a Cavallino, Vaste o Ugento, dovuta a maestranze specializzate allogene, la presenza di iscrizioni tardoarcaiche in caratteri achei nei centri lungo la via istmica tra Taranto e Brindisi o l’ampia circolazione monetale con zecche magno-greche di VI-V secolo a. C., tra cui il ripostiglio di incusi da Muro Leccese, la presenza di personaggi di altissimo rango come il dynastes Artas, l’insorgere di rituali funerari di tipo greco sono frutto di continui contatti e scambi con le realtà emporiche costiere e con Taranto, che nel tempo manifesta i suoi continui interessi per l’istmo salentino e per i traffici adriatici moltiplicando le occasioni di crescita delle comunità e delle aristocrazie locali, che divengono committenze colte di un’importante edilizia privata e religiosa e di sepolture monumentali, proprio secondo i dettami della maniera ellenica[67].
E’ in questa temperie culturale, intrisa dei miti della poesia epica, che anche nei territori iapigio-messapici la tradizione letteraria colloca episodi secondari del ciclo eraclideo. Il primo riguarda la cacciata dei Giganti dai Campi Flegrei da parte di Herakles. Secondo Strabone i Giganti si sarebbero rifugiati nella regione Leuternia, presso il Capo Iapigio, sprofondando sotto terra, da cui fuoriusciva una sorgente di acqua maleodorante a causa del loro sangue putrefatto. Si tratterebbe, come nei Campi Flegrei, di una spiegazione di fenomeni naturali, quali le esalazioni delle sorgenti sulfuree dell’area di S. Cesarea Terme lungo le coste del basso Salento[68]. Anche Licofrone cita la regione Leuternia, dove era la tomba dell’indovino Calcante ucciso da Herakles (Alessandra, vv. 978-980)[69]. Inoltre nei pressi del Capo Iapigio l’eroe avrebbe spostato con un solo dito un enorme macigno[70], mentre Brentesion (Brindisi) sarebbe stata fondata dall’eroe eponimo Brento figlio di Herakles[71]. La presenza del mito o di un culto di Herakles presso il Capo Iapigio e in alcune città messapiche (Brentesio, Baletio) si consolida forse a partire dall’età classica grazie all’influenza di Taranto[72], confermando comunque i precoci processi di ellenizzazione della penisola salentina grazie alla sua particolare posizione geografica, quasi di ponte tra i Greci della madrepatria e il mondo meridionale coloniale ed italico.
NOTE
[1] Herakles sembra corrispondere ad una sintesi di storie e di imprese di eroi più antichi, cui erano attribuite gesta utili alla costruzione delle società e delle economie pre-protostoriche e che hanno determinato in un tempo lunghissimo la costruzione del sistema mitico che definisce e comprende anche la figura di Herakles: A. ALONI, Introduzione, in A. MASTROCINQUE, a cura di, Ercole in Occidente, Atti del Convegno – Trento 1990, Labirinti 2, Trento, Dipartimento di Scienze Filologiche e Storiche, 1993, p. 14. Sicuramente miti e saghe di eroi devono aver segnato le vicende costitutive delle culture elladiche almeno dal III millennio a. C. nei territori compresi tra coste anatoliche, Grecia continentale e mondo egeo-insulare, che hanno irradiato i loro riflessi anche in Occidente, in un primo tempo tra Sicilia e basso Tirreno e poi a partire dal tardo-elladico in tutto il meridione.
Qui lungo gli ambiti costieri, almeno fin dal bronzo medio-recente, le aristocrazie della Grecia micenea hanno consolidato antiche direttrici marittime, reti di traffici e di contatti con le élites locali in luoghi strategici muniti di approdi sicuri, veri emporia destinati alle soste e agli scambi e che avranno un seguito nelle successive navigazioni e traffici fenici, poi rodii ed euboico-cicladici, costituendo le basi del vasto fenomeno protocoloniale, che ha impregnato di cultura e di miti ellenici gran parte dei territori costieri meridionali e della Sicilia. Scambi diffusi, circolazione di beni e saperi, di mercanti e artigiani hanno creato un clima di reciproche influenze e forme di koiné culturali tra ambiti egei e distretti del Mediterraneo centrale. Saghe, leggende marinare e antichi miti legati alle esplorazioni del Mediterraneo sconosciuto, trasmessi oralmente per lunghi secoli, si sono poi configurati nelle vicende degli Argonauti o del vasto ciclo epico costituendo materia formativa per ulteriori miti e leggende che si intrecciano con le origini eroiche o nobili dei personaggi del ciclo troiano legati ai nostoi o con luoghi e personaggi facenti parte anche della saga di Herakles, come nel caso del mito di Calcante ubicato anche nella Siritide: L. BERNABO’ BREA, Dall’Egeo al Tirreno all’alba della civiltà micenea. Archeologia e leggende, Atti XXII Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 7-11 Ottobre 1982, Taranto, ISAMG, 1983, pp. 9-42.
[2] Iliade, II, 653, 658; V, 628, 638; XI, 690, XIX, 98-119; Odissea, XI, 267, 601-629; XXI, 26-30. In occidente e in particolare in Etruria, attraverso i grandi empori etrusco-campani e laziali, la diffusione delle immagini del dodecathlos di Herakles deve essere stata piuttosto antica e pare essersi sviluppata in parallelo alla fortuna delle immagini di Odisseo, forse perché i due eroi sono simbolicamente equivalenti nello sconfiggere i pericoli del mondo sconosciuto e soprattutto nell’aver fatto ritorno dall’Ade riuscendo vittoriosi anche sulla morte.
[3] Il culto dell’eroe, che pure deve aver avuto spazi propri nelle colonie d’occidente, si individua in tutto il mondo mediterraneo sullo sfondo del patrimonio mitico-religioso ellenico.
[4] P. ZANCANI MONTUORO, U. ZANOTTI BIANCO, Heraion alla foce del Sele, I-II, Roma, Libreria dello Stato, 1951, 1954. Delle trentanove metope ritrovate a Foce Sele e che decoravano l’edificio detto Thesauros all’interno del grande santuario di Hera, ben diciotto sono dedicate al ciclo di Herakles (contesa con Apollo per il tripode delfico, lotte con i Cercopi, Centauri e Satiri), mentre solo alcune rientrano nel dodekathlos (leone nemeo, cinghiale erimantio). Le lotte con Centauri e i Satiri sono scolpite su più metope facendo risaltare la figura di un inedito Herakles difensore di Hera contro i Sileni. Se in Grecia, infatti, il rapporto tra Hera ed Herakles risulta conflittuale in Magna Grecia cambia la prospettiva del rapporto tra la dea e l’eroe grazie all’invenzione poetica di Stesicoro di Himera e alla sua influenza nell’imagerie mitica della Magna Grecia (vedi note 16-18). Per i rapporti tra Hera ed Herakles in generale: N. VALENZA MELE, Eracle euboico a Cuma-La Gigantomachia e la Via Heraclea, in Recherches sur les cultes grecs et l’Occident, 1, ‹‹Cahiers du Centre J. Bérard››, V, Napoli, Centre J. Bérard, 1980, pp. 29-32; E. SIMON, Era ed Eracle alla Foce del Sele e nell’Italia centrale, in M. CRISTOFANI, F. ZEVI, a cura di, Omaggio a Paola Zancani Montuoro, Atti Convegno Napoli 2-5 Dicembre 1989, ASMG, Roma, Società Magna Grecia, 1992, pp. 209-217. Herakles nella tradizione mitico-letteraria risulta fondatore a Sparta e poi in occidente (Crotone e Posidonia) dei grandi Heraia dedicati alla Dea, per divenire a Foce Sele l’eroe difensore dell’ordine civico e religioso, dello spazio sacro e del ruolo della Dea garante della difesa del territorio della colonia e dei suoi cittadini: M. GIANGIULIO, Le héros fondateur, l’espace sacrè de la déesse. Notes sur Hérakles et les santuaires d’Héra du Péloponnèse à la Grande Grèce, in C. JOURDAIN-ANNEQUIN, C. BONNET (a cura di), Héraclès, les femmes e le féminin. II rencontre héracléenne. Actes du colloque de Grenoble, 22-23 octobre 1992, Bruxelles-Rome, Institut historique belge de Roma, 1996, pp. 215-233. Per i rapporti tra la figura di Herakles e il Melkart fenicio: C. BONNET, Melkart in Occidente. Percorsi di appropriazione e di acculturazione, in P. BERNARDINI, R. ZUCCA, a cura di, Il Mediterraneo di Herakles, Roma, Carocci Editore, 2005, pp. 17-28.
[5] J. DE LA GENIERE, Essai sur le vèhicules de la légende d’Hérakles en Occident, in F.H. MASSA PAIRAULT (a cura di), Le Myte grèc dans l’Italie antique – Fonction et image, Actes du colloque International – Rome 14-16 Novembre 1996, Roma, Ecole Francaise de Rome, 1999, pp. 11-27.
[6] Espressione delle trasformazioni culturali e del processo di ellenizzazione delle comunità italiche dell’entroterra sul piano politico-ideologico è, ad esempio, la monumentalità di anaktora e di oikoi, quali quelli di Torre di Satriano e Braida di Vaglio presso Potenza, appartenenti a gruppi dominanti e sede di cerimonie tipicamente elleniche quali il banchetto o il consumo del vino nell’ambito di incontri tra individui di rango di comunità locali o con aristoi ellenici allo scopo di ‹‹creare o consolidare ritualmente amicizie, o per celebrare eventi particolari, all’interno di una società fortemente competitiva e ritualizzata›› : M. OSANNA, Le terrecotte architettoniche dell’anaktoron di Torre di Satriano: il fregio e la sfinge, in M. OSANNA, L. COLANGELO, G. CAROLLO, a cura di, Lo spazio del potere, La residenza ad abside, l’anaktoron, l’episcopio a Torre di Satriano, Lavello, Osanna, 2009, pp. 157-175; ID., Luoghi del potere a Torre di Satriano, dalla residenza ad abside all’anaktoron, in M. OSANNA, V. CAPOZZOLI, a cura di, Lo spazio del potere II, Nuove ricerche nell’area dell’anaktoron di Torre di Satriano, Lavello, Osanna, 2012, pp. 263-301; ID., A banchetto in casa del “principe”, in M. OSANNA, M. VULLO, a cura di, Segni del potere – Oggetti di lusso dal Mediterraneo nell’Appennino lucano di età arcaica, Lavello, Osanna Edizioni, 2013, pp. 117-143.
[7] J. DE LA GENIERE, Essai sur le vèhicules de la légende d’Hérakles en Occident, cit., p. 17. L’apoteosi di Herakles consente la diffusione delle immagini delle sue gesta sulle ceramiche attiche destinate in gran parte ad ambiti funerari del mondo coloniale o di quello indigeno, dove l’eroe diviene “dio” salvifico, vittorioso sulla morte. Non a caso nel famoso cenotafio di Posidonia, accanto ai vasi di bronzo, era un’anfora ‹‹qui représente l’ascension du héros accompagné par Athéna››: ID., Essai sur le vèhicules de la légende d’Hérakles en Occident, cit., pp. 18-19.
[8] DIODORO SICULO, II, 9, 5.
[9] J. BERARD, La Magna Grecia – Storia delle colonie greche dell’Italia meridionale, Torino, Einaudi, 1963, pp. 396-399, dove si citano, tra gli altri, episodi minori ambientati nella Siritide e nel medio-basso Salento.
[10] Si pensi alla tradizione delle lotte di Herakles contro i Giganti, personificazione del vulcanesimo dei Campi Flegrei, localizzate nell’area delle esalazioni vulcaniche: J. BERARD, La Magna Grecia, cit., p. 397. Secondo altre tradizioni Herakles avrebbe cacciato i Giganti dai Campi Flegrei e li avrebbe scaraventati in mare nella regione Leuternia presso il Capo Iapigio, le cui acque sarebbero diventate putride e fetide: ID., La Magna Grecia, cit., p. 399; STRABONE, Geografia, VI, 281; PSEUDO ARISTOTELE, De Mir. Ausc., 97-98; M. LOMBARDO, a cura di, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine, Galatina, Congedo Editore, 1992, p. 23.
[11] A. ALONI, Introduzione, in A. Mastrocinque, a cura di, Ercole in Occidente, cit., p. 20.
[12] V. IBELLI, Per una “città delle immagini” etrusca: Eracle, i giovani e la caccia, in ‹‹Bollettino di Archeologia on line››, I, 2010, Volume speciale, Roma, MIBACT, p. 48.
[13] M. GIANGIULIO, Greci e non Greci in Sicilia alla luce dei culti e delle leggende di Eracle, in Modes de contacts et processus de transformation dans les sociétés anciennes, Actes du colloque de Cortona (24-30 Mai 1981), Scuola Normale Superiore di Pisa-Ecole Francaise de Rome, Roma, Scuola Tipografica S. Pio X, 1983, p. 791.
[14] J. DE LA GENIERE, Essai sur le vèhicules de la légende d’Hérakles en Occident, cit., p. 15. L’A. afferma che lo scontro tra coloni greci e popolazione indigena doveva essere risolto al momento della realizzazione delle metope di Foce Sele dissentendo così da M. Torelli, che ritiene le metope con Herakles espressione di ‹‹un’atmosfera di forte conflittualità tra coloni achei e indigeni enotri››. In realtà motivi di scontro e dissenso tra le due componenti etniche possono essere continuati a lungo come sembra suggerire la necessità dell’esposizione pubblica in Olimpia della famosa tabella bronzea dei Serdaioi, dove i Sibariti e i loro alleati si accordano con i Serdaioi (gruppo enotrio) per ‹‹un’amicizia fedele e senza inganno››: E. GRECO, SERDAIOI, in ‹‹Annali Istituto Universitario Orientale – Sezione di Archeologia e Storia antica››, XII, Napoli, Arte Tipografica, 1990; M. TORELLI, Per un’archeologia dell’Oinotrìa, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente – Greci, Enotri e Lucani nella Basilicata meridionale, Napoli, Electa, 1996, pp. 123-125. Qui Torelli sottolinea come i centauri e i sileni delle metope di Foce Sele, metafora degli indigeni enotri visti come simbolo ‹‹della bestialità e dell’anomìa››, vengano sconfitti ‹‹dall’eroe simbolo della colonizzazione achea nel momento in cui violano leggi fondamentali della convivenza civile››. Circa le influenze etrusco-campane a Foce Sele sembrano essere conseguenza diretta della strutturazione di quelle grandi realtà nei non lontani centri emporici di Pontecagnano e Fratte sorti a controllo delle vie commerciali interne dirette verso sud e che hanno contribuito alla diffusione dell’artigianato ceramico e metallurgico etrusco nelle vallate interne della Basilicata e nel resto del meridione: P.G. GUZZO, Cronache dall’impero, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente, cit., p. 71; A. Bottini, Il vasellame metallico, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente, cit., pp. 97-101. Secondo G. Giannelli la localizzazione della saga di Herakles nella chora di Posidonia, dove l’eroe si sarebbe fermato al ritorno della spedizione contro Gerione, si potrebbe ascrivere ai Trezeni compartecipi della fondazione coloniale oppure essere una ‹‹irradiazione della legenda di Herakles dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese››: G. GIANNELLI, Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente, Sansoni, Firenze, 1963, p. 133.
[15] J. DE LA GENIERE, Essai sur le vèhicules de la légende d’Hérakles en Occident, cit., p. 13.
[16] Il poeta Teisias, fu detto poi Stesicoro (ordinatore di cori) per le sue innovazioni nella tecnica corale e nella materia mitica.
[17] Stesicoro ha scritto in particolare di Herakles: rimangono pochi frammenti della Gerioneide e quasi nulla del Cicno e del Cerbero. Il racconto su Herakles e sulle mandrie di Gerione sembra essere uno dei più antichi della saga eraclidea e non è da escludere che in origine Gerione si identificasse con Ade, la cui sconfitta avrebbe sancito la fama universale del racconto e la vittoria di Herakles sulla Morte, tanto da divenire egli stesso eroe-simbolo della salvezza ultraterrena: H. LLOYD-JONES, Stesicoro, Atti XIX Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 7-12 Ottobre 1979, Taranto, ISAMG, 1980, p. 14.
[18] La saga di Herakles nella Gerioneide ebbe una grande diffusione nel mondo ellenico italiota e siceliota, al pari di altre opere stesicoree come Cicno e Cerbero, di cui quasi nulla conosciamo: A. GARZYA, La poesia lirica nella Magna Grecia, Atti VI Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 9-13 Ottobre 1966, Napoli, L’Arte tipografica, 1967, p. 72. E’ anche accertato che in Etruria la poesia lirica greca, compresa quella occidentale, sulle saghe eroiche fosse ben conosciuta al pari dell’epica omerica soprattutto attraverso i canti e i racconti della tradizione orale: J. DE LA GENIERE, Essai sur le vèhicules de la légende d’Hérakles en Occident, cit., pp. 16-17. E’ possibile che le storie e i miti rielaborati e cantati da Stesicoro siano stati oggetto, per la loro popolarità, di raffigurazione sui vasi prodotti negli ateliers attici e destinati ai mercati d’occidente: D. MUSTI, Storia greca, Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma –Bari, Editori Laterza, 2011, p. 213.
[19] ID., Essai sur le vèhicules de la légende d’Hérakles en Occident, cit., p. 16, 18-19. E’ noto come l’epica e la cultura omerica fossero ben conosciute nel mondo greco d’occidente fin dall’VIII secolo a. C. grazie anche al diffondersi dei traffici e in particolare della cultura euboica, di cui sono simbolo i versi “omerici” incisi da un colono pitecusano sulla “coppa di Nestore”. La cultura poetica omerica porterà al nascere della lirica corale di Stesicoro e degli altri esponenti della poesia siceliota ed italiota, tra cui Ibico di Reggio, nelle cui opere ricorrono i riferimenti al ciclo di Herakles: A. GARZYA, La poesia lirica nella Magna Grecia, cit., pp. 67-82.
La poesia lirica occidentale oltre al gusto ‹‹per gli squarci epico-lirici›› aveva una sensibile propensione per il rinnovamento della materia mitica mediante l’introduzione di varianti locali, come nel caso del bagno di Herakles descritto da Ibico nelle ‹‹calde sorgenti imeresi››: ID., La poesia lirica nella Magna Grecia, cit., p. 77.
[20] F. D’ANDRIA, Intervento, Atti del XXX Convegno di Studi sulla Magna, Taranto-Lecce 4-9 Ottobre 1990, Taranto, ISAMG, 1993, p. 214. Nei pressi dei luoghi di culto principali erano botteghe di ceramisti che producevano vasi o coroplastica votiva richiesti dai fedeli per l’espletamento delle pratiche religiose, dove talora le immagini veicolavano miti e storie dell’epos con le relative varianti locali. Nel corso delle feste, tra rappresentazioni del sacro, pasti rituali, fiere-mercato con scambi e baratti di ogni genere, potevano ascoltarsi i tanti racconti di divinità ed eroi narrati dalla poesia lirica, forse secondo le medesime modalità documentate nelle feste del mondo rurale meridionale fino a non molti decenni fa.
[21] A. PONTRANDOLFO, Cultura materiale ed evoluzione della figura, in P.G. GUZZO, S. MOSCATI, G. SUSINI, a cura di, Antiche Genti d’Italia, Roma, De Luca Editore, 1994, pp. 83-88.
[22] P. ORLANDINI, Figura umana e motivi antropomorfi sulla ceramica enotria, in Studi in onore di Ferrante Rittatore Vonwiller, Parte Seconda, Como, Lito-Tipografia G. Malinverno, 1980, pp. 3-11.
[23] Le figure a “clessidra” sull’olla della tomba n. 3 di S. Maria di Anglona con mani aperte e braccia rivolte verso l’alto, richiamanti pur nell’ingenuità delle immagini quelle del geometrico attico, sono ‹‹un’immagine semplice, ma…fortemente comunicativa del compimento delle cerimonie funebri››: M. TAGLIENTE, Immagini e cultura nel mondo indigeno della Basilicata, in R. OLMOS ROMERA, J.A. SANTOS VELASCO, a cura di, Iconografia Iberica-Iconografia Italica: Propuestas de interpretacion y lectura (Roma 11-13 Nov. 1993), Madrid, Universitad Autonoma de Madrid, 1997, pp. 261-272. Per i motivi geometrici “animati” in Basilicata: P. ORLANDINI, Figura umana e motivi antropomorfi sulla ceramica enotria, Studi in onore di Ferrante Rittatore Vonwiller, cit., TAVV. I-II, IV-VI; per l’area peuceta: E.M. DE JULIIS, I fondamenti dell’arte italica, Bari, Editori Laterza, 2000, Figg. 34-36; ID., La ceramica geometrica della Peucezia, Roma, GEI, 1995; per l’area messapica: D. YNTEMA, The matt-painted pottery of southern Italy, Galatina, Congedo Editore, 1990, Figg. 50,54, 60, 65; O. MALECORE, L. COLUCCIA, a cura di, Roca nel Mediterraneo, Lecce, Terra, 2013, Figg. 75, 79.
[24] Licofrone, Alessandra, vv. 930, 946-950; Pseudo- Aristotele, De mir.ausc., 108. Il Timpone della Motta, forse il più importante sito indigeno della Sibaritide, è costituito da un’acropoli occupata da strutture abitative fin dal bronzo medio, che nel primo ferro sembrano assumere delle valenze sacre o rituali fino ad essere sostituite agli inizi del VII secolo a. C. da edifici cultuali, mentre gli estesi pianori circostanti continuano ad essere sede di insediamenti. La vasta area ai piedi dell’acropoli, contrada Macchiabate, ospita la grande necropoli enotria databile tra IX e VI secolo a. C. L’insediamento indigeno, pertanto, non cessa di vivere con l’impianto della apoikia achea di Sibari alla fine dell’VIII secolo a. C. ma sembra rinnovarsi negli anni immediatamente successivi. Per una sintesi della storia e dei ritrovamenti del sito: G. DELIA, T. MASNERI (a cura di), SIBARI – Archeologia, storia, metafora, Castrovillari, Edizioni Il Coscile, 2013.
[25] L. DE LACHENAL, Francavilla Marittima – Per una storia degli studi, in F. VAN DER WIELEN-VAN OMMEREN, L. DE LACHENAL, a cura di, La Dea di Sibari e il santuario ritrovato, Studi sui rinvenimenti del Timpone della Motta di Francavilla Marittima, I.1, in ‹‹Bollettino d’Arte››, Volume speciale, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2007, pp. 17-81; M. KLEIBRINK, Into Bride Ritual as an Element of Urbanization: Iconographic Studies of Objects from the Timpone della Motta, Francavilla Marittima, in ‹‹Mouseion››, Vol. 13, 2, 2016, LVII, University Toronto Press, 2016, pp. 255-256. Si fa presente che nelle necropoli enotrie del primo ferro calabrese (fine IX-VIII secolo a. C.) esiste una tradizione di immagini plastiche sommariamente realizzate, ierogamìe o divinità poste sulla sommità di vasi funerari, riscontrabile anche in ambito tirrenico-villanoviano (Pontecagnano), richiamanti i piccoli pendenti bronzei coevi sempre di area enotria in forma di coppie divine: M. KLEIBRINK, La Dea e l’Eroe. Culti sull’acropoli del Timpone della Motta, a Francavilla Marittima, presso l’antica Sybaris, VII Giornata Archeologica Francavillese, Castrovillari, Tipografia d’Arte Patitucci, 2009, pp. 1-22.
[26] J.P. MOREL, Il Santuario di Garaguso, in Il Sacro e l’Acqua-Culti indigeni in Basilicata, Roma-Museo Barracco 23 Aprile-18 Ottobre 1998, Roma, Edizioni De Luca, 1998, pp. 11-18. Il santuario di Timmari, altro luogo di culto dedicato alle divinità eleusinie, sembra nascere nel pieno VI secolo a. C. su una collina dominante gli itinerari bradanici sul confine interno dell’area peuceta: F.G. LO PORTO, Il Santuario di Timmari, in Il Sacro e l’Acqua, cit., pp. 19-25.
[27] M. TAGLIENTE, Brocchetta indigena, in A. BOTTINI, a cura di, ARMI-Gli strumenti della guerra in Lucania, Bari, Edipuglia, 1993, pp. 79-81.
[28] F. D’ANDRIA, Ceramica decorata e figurata di produzione italiota e messapica, in ID., a cura di, Archeologia dei Messapi, Catalogo della Mostra – Lecce, Museo Provinciale “S. Castromediano”, 7 Ottobre 1990-7 Gennaio 1991, Bari, Edipuglia, 1990, pp. 260-268. ID., Messapi e Peuceti, in G. PUGLIESE CARRATELLI, a cura di, ITALIA omnium terrarum alumna, Milano, Libri Scheiwiller, 1988, pp. 662-663.
[29] Oltre ai luoghi del potere locale del Potentino (vedi nota n. 6) si ricorda l’esistenza di residenze gentilizie più o meno coeve (metà VI- inizi V secolo a. C.), dotate di sala di rappresentanza o da banchetto e di servizi ceramici di importazione greca per cerimonie tipicamente elleniche (banchetto e consumo del vino), individuate in area peuceta e messapica, ad esempio a Gioia del Colle-Monte Sannace: A. RICCARDI, L’edificio tardoarcaico, in A. CIANCIO, E.M. DE JULIIS, A. RICCARDI, F. ROSSI, a cura di, MONTE SANNACE, Gli scavi dell’Acropoli (1978-1983), Galatina, Congedo Editore, 1989, pp. 132-154; F. D’ANDRIA, Messapi e Peuceti, in G. PUGLIESE CARRATELLI, a cura di, ITALIA omnium terrarum alumna, cit., p. 663; a Muro Leccese e a San Vito dei Normanni-Castello d’Alceste: L. GIARDINO, F. MEO, a cura di, PRIMA DI MURO-Dal villaggio iapigio alla città messapica, Lecce, Edizioni Grifo, 2011, p. 27, Fig. 76; G. ANDREASSI, L’attività archeologica in Puglia nel 1998, Atti XXXVIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 2-6 Ottobre 1998, Taranto, ISAMG, 1999, p. 779; G. SEMERARO, S. Vito dei Normanni (Brindisi), località Castello, in ‹‹Taras››, XIX, 1, Taranto, Scorpione Editrice, 1999, pp. 33-65.
[30] Basti pensare al centro etrusco di Pontecagnano, che in età arcaica conosce una vasta produzione di ceramiche tradizionali locali e in bucchero ed una massiccia importazione di ceramiche greche accompagnate dall’insorgere di una ‹‹produzione originale di ceramica etrusco-corinzia figurata….con ….figure di mostri e animali fantastici›› ben rappresentata dalla nota kotyle locale eponima del Pittore del Lupo cattivo: B. D’AGOSTINO, Le Genti della Campania antica, in G. PUGLIESE CARRATELLI (a cura di), ITALIA, omnium terrarum alumna, cit., p. 565, Fig. 548. Il fenomeno delle produzioni ceramiche figurate locali poco si riscontra nei territori interni della Basilicata (coppa su piede da Aliano e brocchetta da Pomarico Vecchio) tradizionalmente legati alle sintassi decorative subgeometriche. Più dinamico e ricettivo sembra essere il territorio messapico forse a causa delle influenze tarantine e dei diversi approdi-empori costieri (Otranto, Gallipoli, Brindisi) sicuramente al centro delle frequentazioni marittime adriatico-ioniche. Tali empori recepivano presenze elleniche e di artigiani itineranti, talora in grado influenzare le botteghe ceramiche locali, che in qualche caso hanno raffigurato con un linguaggio tradizionale immagini del mito e dell’epos ellenico.
[31] A Torre di Satriano il gruppo gentilizio locale si avvale di maestranze tarantine per la decorazione architettonica dell’anaktoron, che ricorda quella della contrada Braida di Vaglio sul Basento: M. OSANNA, Le coperture e le terrecotte architettoniche dell’anaktoron, in M. OSANNA, M. VULLO (a cura di), Segni del potere, cit., pp. 83-98. Dalla fine del VI e dai primi decenni del V secolo a. C., con l’avanzare del processo di ellenizzazione, i corredi funerari dell’entroterra evidenziano un netto calo delle ceramiche locali a vantaggio dei servizi ceramici di importazione.
[32] Le ceramiche attiche a f. n. da sepolture enotrie (fine VI-inizi V secolo a. C.) con scene di athla o di ambito dionisiaco o di episodi relativi ad Herakles, Teseo o Filottete sono attribuibili a varie botteghe: pittori di Haimon, di Teseo, Atena, Edimburgo, Myson (D. ROUBIS, Le ceramiche greche di importazione nei centri indigeni tra Agri e Sinni, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente, cit., pp. 90-93). Al pittore di Edimburgo si attribuisce la lekythos a f. n. con Herakles in lotta con Gerione tricorpore in armatura oplitica (inv. 32049), proveniente da sequestro, forse da Alianello-Contrada Cazzaiola: S. BIANCO, La situazione tra Agri e Sinni dall’età classica alla conquista romana, in P. BOTTINI, a cura di, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao, Matera, BMG, 1988, p. 153. Un’immagine simile di Gerione è su un’anfora attica a f. n. oggi al Louvre: A. CAPANO, Il mito e il culto di Eracle/Ercole nella Magna Grecia e nella Lucania antica, in ‹‹Basilicata Regione-Notizie››, 131-132, Potenza, Regione Basilicata, 2013, Fig. 12. Altri vasi a f. n. con Herakles provengono da Alianello-Cazzaiola (tomba n. 612: lekythos con Herakles e leone, inv. 211171); da Guardia Perticara (tomba n. 77: lekythos con Herakles e centauri, inv. 214783; tomba n. 163: lekythos con Herakles e leone, inv. 215805; tomba n. 210: hydria a f. r. con Herakles e leone, inv. 214616); da Garaguso (tomba n. 34: skyphos a f. n. con Herakles in lotta con Nereo).
Alla fine del V secolo e agli inizi del IV secolo a. C. si datano rispettivamente i due crateri a f. r. da Armento con Herakles che sacrifica un toro, conservati il primo a Vienna (attico, Cerchia del Pittore di Cadmo) e il secondo a Londra (di produzione apula, Pittore dell’Ilioupersis), mentre da Guardia Perticara proviene una lekythos a f. n. col toro cretese citata dal Brunn nel 1853 (A. RUSSO TAGLIENTE, Armento-Archeologia di un centro indigeno, in ‹‹Bollettino di Archeologia››, 35-36, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1995, p. 131; E. MUGIONE, Le importazioni di ceramica figurata, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente, cit., p. 215). In merito all’identificazione di Herakles sacrificante in tali vasi alcuni A. esprimono delle perplessità: J. DE LA GENIERE, Essai sur le vèhicules de la légende d’Hérakles en Occident, cit., p. 21. Da Herakleia proviene la nota pelike con gli Eraclidi dalla “tomba di Policoro” della fine del V secolo a. C.
Altre attestazioni sono da Pisticci-contrada Casinello (tomba n. 4: lekythos a f. n. con Herakles e Amazzoni, inv. 314451; lekythos a f. n. con Herakles e cinghiale erimantio, inv. 314452); Incoronata (Saggio G: Perirrhanterion fittile con Herakles e centauro, inv. 125064: P. ORLANDINI, Il grande perirrhanterion, in P. ORLANDINI, M. CASTOLDI, a cura di, Ricerche archeologiche all’Incoronata di Metaponto, 4. L’oikos del grande perirrhanterion nel contesto del saggio G, Comune di MiIano, 2000, pp. 23-25, Fig. 159); ID., Perirrhanterion fittile arcaico con decorazione a rilievo dagli scavi dell’Incoronata, in Scritti in onore di D. Adamesteanu, Attività archeologica in Basilicata 1964-1977, Matera, BMG, 1980, pp. 175-238); Baragiano-SS. Concezione (tomba n. 35: lekane a f. n. con Herakles e leone, inv. 98279). Herakles compare anche su manufatti in lamina bronzea sbalzata quali l’imbracciatura dello scudo oplitico della tomba n. 652 di Chiaromonte (Herakles in lotta con il leone,inv. 216208), dello scudo della tomba n. 545 di Banzi (Herakles in lotta con Apollo, inv. 344198) o sulle più recenti cd. “paragnatidi” di fattura tarantina conservate al British Museum, forse provenienti dalla val d’Agri e raffiguranti Herakles in lotta con le Amazzoni. Al IV secolo a. C. si data il grande cratere a mascheroni proveniente dalla necropoli sud-orientale di Herakleia con Herakles in lotta con l’Idra: B. NEUTSCH, Archӓologische Studien und Bodensondierungen bei Policoro in den Jahren 1959-1964, in B. NEUTSCH, a cura di, Archӓologische Forschungen in Lukanien, II, Herakleiastudien, Heidelberg, F.H. Kerle Verlag, 1967, Taf. 18,1, come pure il cratere del Pittore del Primato da Anzi, ora a Rio de Janeiro, con Herakles giovane incoronato da Nike: A. PONTRANDOLFO, La ceramica lucana a figure rosse, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente, cit., p. 209. Per una sintesi dei rinvenimenti archeologici con immagini di Herakles in Basilicata: A. CAPANO, Il mito e il culto di Eracle/Ercole nella Magna Grecia e nella Lucania antica, cit., pp. 93-155. Attestazioni del culto di Herakles in Basilicata vengono ancora da San Mauro Forte, da dove proviene la dedica di Nikomachos (vedi nota n. 44) e da Armento, dove è stato messo in luce il cd. “santuario di Ercole” (vedi nota n. 45-46).
Un discorso a parte merita lo skyphos a f. n. dalla tomba n. 192 di Guardia Perticara (inv. 214586). Il vaso, attribuito al pittore di Teseo, reca sul lato A una singolare scena con un personaggio giovanile con copricapo orientale, armato di arco e a cavallo di un leone, in atto di scoccare una freccia contro un mostro dai differenti tratti animaleschi (testa di lupo con lunghe orecchie asinine e fauci che eruttano lingue di fuoco, grande corpo sferico e zampe equine). Nel personaggio si è visto Herakles fenicio (Melkart) nell’atto di fronteggiare il mostro Lamia, che la tradizione riporta come un mostro femminile dal corpo di asina, oppure un “Signore degli animali” in lotta contro forze malvagie infere, che rinvierebbe alle medesime simbologie del ciclo eraclideo: S. BIANCO, Guardia Perticara-Contrada San Vito, in Tesori dell’Italia del Sud, Greci e Indigeni in Basilicata, Milano, Skira editore, 1998, pp. 240-241. Lo skyphos richiama un altro esemplare del tutto simile nell’iconografia conservato a Boston: R. COLUCCI, Catalogo, in M.L. NAVA, M. OSANNA, a cura di, Immagine e mito nella Basilicata antica, Venosa, Edizioni Osanna, 2002, p. 151. Di recente sono state proposte altre interpretazioni del personaggio su leone, tra cui quella che lo identifica come amazzone: M. OSANNA, C. PILO, C. TROMBETTI, Brevi note in margine al “margine”. Vasi attici dalla necropoli di Guardia Perticara, in S. ANGIOLILLO, M. GIUMAN, a cura di, Il vasaio e le sue storie, giornata di studi sulla ceramica attica in onore di Mario Torelli per i suoi settanta anni, Università degli Studi di Cagliari, Quaderni di Aristeo, 3, Cagliari, Edizioni AV, 2007, pp. 145-170. Si tratterebbe secondo gli A. di una scena riconducibile al mondo liminare, ai margini dell’ecumene conosciuto, popolato da amazzoni e terribili mostri, ovvero quel medesimo mondo del “margine” dove anche Herakles è vittorioso su esseri mostruosi. Di interesse è l’immagine del mostro con testa di lupo, animale pericoloso nelle tradizioni delle economie pastorali italiche, il cui aspetto terrifico si ritrova in Alibante, il demone di Temesa ‹‹d’orrendo aspetto, cinto di una pelle di lupo›› (PAUSANIA, VI, 6, 4-11); G. PUGLIESE CARRATELLI, Riflessioni su Temesa, in G. MADDOLI, a cura di, Temesa e il suo territorio, Atti del Colloquio di Perugia e Trevi (30-31 Maggio 1981), ISAMG, Taranto, 1982, p. 13. Immagini di demoni mostruosi dall’aspetto di lupo sono evocate sulla kotyle eponima del Pittore del Lupo cattivo (vedi nota n. 30), su una stele daunia (M.L. NAVA, Immagini e miti nella Daunia antica, in M.L. NAVA, M. OSANNA, a cura di, Immagine e mito nella Basilicata antica, cit., p. 84) e su un kalathos peuceta al Museo di Bari (D. ADAMESTEANU, La colonizzazione greca in Puglia, in C.D. FONSECA, a cura di, La Puglia dal paleolitico al tardo-romano, Milano, Electa, 1979, p. 261). Infine occorre ricordare che in ambito etrusco Herakles è associato a un demone con testa di lupo e che ‹‹nell’iconografia centro-italica le spoglie di questo animale ricoprono la testa dell’eroe (o di numi a lui simili) al posto della leontè››. Pertanto è probabile che la contiguità tra l’Eracle italico e la pastorizia abbia determinato presso quelle popolazioni la sostituzione del lupo al leone: A. MASTROCINQUE, Eracle Iperboreo in Etruria, in A. Mastrocinque, a cura di, Ercole in Occidente, cit., p. 50. Quest’ultimo A. fa riferimento anche ad un’iconografia etrusco-padana dell’eroe in abbigliamento scita: ID., Eracle Iperboreo in Etruria, cit., pp. 52-56.
[33] I sopralluoghi erano effettuati nelle aree collinari interne del bacino agrino-sinnico. Il territorio di Aliano, dislocato sulla dorsale tra medio Agri e Torrente Sauro, risulta ancora oggi interessato dal fenomeno degli scavi di frodo, forse in aumento a causa di mancate attività di controllo determinate dalle attuali disposizioni ministeriali. La necropoli di S. Maria la Stella, affacciata sul versante del T. Sauro e individuata nel 1977, è stata indagata nel 1985 con il recupero di 69 sepolture. Queste hanno rivelato il medesimo rituale e cultura materiale della vasta necropoli di contrada Cazzaiola nella frazione di Alianello Nuovo affacciata sul versante opposto sul fiume Agri. Contrada Cazzaiola, già nota dalla fine degli anni ’60, è stata indagata con campagne di scavo intensive dal 1981, quando l’area è stata individuata come zona di ricostruzione a seguito del sisma del 23 Novembre del 1980. Le diverse campagne di scavo hanno consentito il recupero di oltre 1000 sepolture nell’area interessata dagli interventi postsismici.
[34] Vedi note n. 22-23. Si ricorda che su manufatti bronzei incisi e su forme vascolari della locale prima età del ferro (IX-VIII secolo a. C.) sono noti solo motivi antropomorfi schematici, quali quelli dipinti sull’olla della tomba n. 3 di S. Maria di Anglona con figure umane geometrizzanti dal corpo a clessidra visto di prospetto, gambe e piccola testa rese di profilo e braccia filiformi alzate verso la testa, forse rappresentate in una scena di pianto funebre secondo schemi grafici presenti anche in altri contesti enotri e del mondo italico in genere. Sono ingenue rappresentazioni ispirate alle coeve scene funerarie dipinte sui grandi vasi del Dipylon di Atene ma distanti da quella monumentalità descrittiva. I successivi motivi subgeometrici delle ceramiche enotrie ed italiche del VII-VI secolo a. C. costituiscono l’esito rappresentativo geometrico-astratto di figure umane disposte singolarmente o in serie intorno al corpo del vaso, quasi in una sorta di danza rituale propria delle scene funerarie. Per una rassegna dei motivi antropomorfi in ambito enotrio: S. BIANCO, Immagine e mito nel mondo enotrio, in M.L. NAVA, M. OSANNA, a cura di, Immagine e mito nella Basilicata antica, cit., pp. 63-72; P. ORLANDINI, Figura umana e motivi antropomorfi sulla ceramica enotria, Studi in onore di Ferrante Rittatore Vonwiller, cit., pp. 304-316; D. YNTEMA, Le ceramiche indigene dell’Italia meridionale, in G. PUGLIESE CARRATELLI, Magna Grecia – Arte e Artigianato, Milano, Electa, 1990, pp. 239-268.
[35] S. BIANCO, Una coppa con Herakles, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, I Greci in Occidente, cit., p. 89; M. TAGLIENTE, La ceramica enotria, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, I Greci in Occidente, cit., p. 81; S. BIANCO, Immagine e mito nel mondo enotrio, in M.L. NAVA, M. OSANNA, a cura di, Immagine e mito nella Basilicata antica, cit., p. 71. L’immagine della coppa è di Nicola Figliuolo, il disegno di Lucia Donadio (Archivio Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Basilicata).
[36] M. TAGLIENTE, La ceramica enotria, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente, cit., p. 81.
[37] La palude di Stinfalo in Arcadia era abitata da uccelli mostruosi dai becchi e dagli artigli di bronzo, che procuravano ferite letali e febbri maligne terrorizzando le popolazioni locali. Herakles doveva stanare gli uccelli, che erano antropofagi e distruggevano i raccolti con i loro escrementi (PAUSANIA, Viaggio in Grecia, VIII, 22, 4), utilizzando delle nacchere di bronzo realizzate da Efesto e donategli da Atena (APOLLODORO, Biblioteca, II, 5, 92-93). Il frastuono delle nacchere faceva alzare in volo gli uccelli, che, storditi, potevano essere colpiti da Herakles con l’arco.
[38] LIMC (Lexicon Ichonographicum Mythologiae), V, 1, Munchen-Zürich 1981, p. 71.
[39] LIMC, cit., p. 71; S. TUSA, V. TUSA, F. GIUDICE, La Collezione archeologica del Banco di Sicilia, Palermo, Edizioni Guida, 1992, D116, p. 112. Nella scheda del vaso si fa riferimento ad iconografie simili su vasi a f. n. conservati a Boston e a Parigi.
[40] S. BIANCO, Una coppa con Herakles, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente, cit., p. 89; P. MORENO, a cura di, Lisippo, l’Arte e la Fortuna, Roma, RCS Libri, 1995, pp. 266-277.
[41] La scena vista dall’artigiano di Aliano non doveva essere molto diversa da quelle dipinte sui vasi attici sopracitati in cui l’eroe è avvolto dagli uccelli. E’ anche possibile che qualcuna delle metope frammentarie di Foce Sele con Herakles saettante rappresentasse l’episodio degli uccelli stinfalidi. Nell’Enotria di Basilicata le ceramiche attiche con episodi eraclidei provengono solo da sepolture, in quanto dovevano essere piuttosto richieste dalle élites locali per le note valenze salvifiche dell’eroe.
[42] S. BIANCO, Una coppa con Herakles, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente, cit., p. 89.
[43] J. DE LA GENIERE, Essai sur le vèhicules de la légende d’Hérakles en Occident, cit., pp. 20-21. Lo scrivente aveva proposto come ipotesi secondaria l’idea di una possibile identificazione del personaggio con un daimon locale; D. ROUBIS, Le ceramiche greche di importazione, in S. BIANCO, A. BOTTINI, A. PONTRANDOLFO, A. RUSSO TAGLIENTE, E. SETARI, a cura di, I Greci in Occidente, cit., pp. 90-92.
[44] Il cippo fittile, alto circa 40 cm e databile all’ultimo quarto del VI secolo a. C., è affine alla classe dei cippi in pietra lavorati e squadrati del santuario di Apollo Liceo di Metaponto (tetragonoi lithoi), alcuni dei quali conservano una dedica ad Apollo. Pertanto non è da escludere che il cippo di Nikomachos avesse collocazione in un’area sacra della mesogaia metapontina fortemente influenzata, anche sul piano religioso, dalla grande colonia achea. Il testo della dedica recita: ‹‹Salve, o Eracle Signore. Nicomaco mi fece. Concedi che fra gli uomini abbia buona fortuna. Il vasaio mi ha dedicato›› : M. GIANGIULIO, La dedica ad Eracle di Nicomaco (IG. XIV 652). Un’iscrizione arcaica di Lucania ed i rapporti fra Greci ed Indigeni nell’entroterra di Metaponto, in A. MASTROCINQUE, a cura di, Ercole in Occidente, Atti del Convegno (Trento – Marzo 1990), Trento, Università degli Studi, 1993, pp. 29-52.
[45] Il santuario di Armento, sorto tra seconda metà del IV e III secolo a. C. nei pressi di un abitato e della necropoli lucana di Campo Scavo, è incentrato sul culto delle acque spesso collegato ad Herakles ma anche a divinità femminili demetriache in tanti luoghi segnati da acque e sorgenti in Grecia e in Italia meridionale.
[46] A. LOMBARDI, Discorsi Accademici ed altri opuscoli, Cosenza, De’ Tipi di Giuseppe Migliaccio, 1836, pp. 223-227. Sia A. Russo Tagliente che J. de La Genière hanno sottolineato le adesioni del gruppo familiare dominante di Armento, sottese dal rituale funerario descritto da A. Lombardi nel 1814, alle dottrine orfico-pitagoriche e alla eroizzazione dei propri defunti secondo l’ideologia di Alessandro il Molosso, re d’Epiro, che nella metà del IV secolo a. C. era impegnato proprio in Lucania nella campagna militare in favore delle città magno-greche contro l’offensiva delle popolazioni lucane: STRABONE, Geografia, VI, 280, 4. Il Molosso, strettamente imparentato con la corte macedone, doveva aver diffuso sul territorio i modelli dei dinasti macedoni, cui doveva far riferimento l’élite di Armento: A. RUSSO TAGLIENTE, Armento-Archeologia di un centro indigeno, cit., pp. 123-125, 181-184. Il culto di Herakles presso le popolazioni italiche del IV secolo a. C. è altresì espresso dai numerosi bronzetti che lo raffigurano: E. LATTANZI, Bronzetti votivi italici, in Il Museo Nazionale Ridola di Matera, Matera, Edizioni META, 1976, p. 117.
[47] B. NEUTSCH, a cura di, Archӓologische Forschungen in Lukanien, cit., pp. 5-253); J. BERARD, La Magna Grecia, cit., pp. 398, 423.
[48] ID, La Magna Grecia, cit., pp. 398; Licofrone, Alexandra, vv. 978-983; Pseudo Aristotele, De mir. Ausc., 97; M. LOMBARDO, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterrarie greche e latine, cit., p. 23.
[49] J. BERARD, La Magna Grecia, cit., pp. 362, 398.
[50] Le spire del drago potrebbero essere un’immagine dei pericolosi gorghi del fiume; Etymologicum Magnum, 544, 30.
[51] G. GIANNELLI, Culti e miti della Magna Grecia, cit., p. 86; Et. Mag., 579, 29.
[52] Il vaso presenta un’altezza di cm 38 e un diametro all’orlo di cm 35 ed è registrato col n. inv. 425. Si ringrazia il Museo Provinciale “S. Castromediano” per la concessione dell’immagine.
[53] P. ROMANELLI, M. BERNARDINI, Il Museo Castromediano di Lecce, Roma, Libreria dello Stato, 1932, pp. 30-31. Il fatto che già nel 1932 fosse incerta la provenienza del vaso fa supporre che si trattasse di un vecchio rinvenimento, forse risultante dalle indagini di C. De Giorgi (a partire dal 1872) o di L. De Simone (1877) eseguite in diverse località intorno alla cinta muraria di Rudiae. In ogni caso fino agli inizi del ‘900 molti rinvenimenti archeologici casuali da Rudiae venivano acquisiti dal Museo Provinciale.
[54] P. ROMANELLI, M. BERNARDINI, Il Museo Castromediano di Lecce, cit., p. 30. Gli A. riportano le interpretazioni della scena in voga in quel momento: scena di caccia o l’episodio del giardino delle Esperidi; A. CASSIANO, Museo Provinciale S. Castromediano di Lecce, in R. GRIFONI CREMONESI, F. RADINA, a cura di, Guide Archeologiche – Preistoria e Protostoria in Italia, 11, Puglia e Basilicata, Forlì, ABACO Edizioni, 1995, p. 163.
[55] A. ROUVERET, Tradizioni pittoriche magno-greche, in G. PUGLIESE CARRATELLI, Magna Grecia – Arte e Artigianato, Milano, Electa, 1990, p. 326; F. D’ANDRIA, Messapi e Peuceti, in G. PUGLIESE CARRATELLI, a cura di, ITALIA omnium terrarum alumna, cit., p. 663. L’interpretazione è condivisa dalla Dott.ssa A. L. Tempesta del Museo Provinciale di Lecce.
[56] P. ROMANELLI, M. BERNARDINI, Il Museo Castromediano di Lecce, cit., p. 30.
[57] Al contrario l’artigiano enotrio della coppa di Aliano sembra aver conosciuto immagini attiche dell’episodio eraclideo e il relativo significato, come sembra indicare la movimentata rappresentazione degli uccelli, pur non avendo conoscenza delle tecniche figurative delle ceramiche a figure nere.
[58] F. D’ANDRIA, Messapi e Peuceti, in G. PUGLIESE CARRATELLI, a cura di, ITALIA omnium terrarum alumna, cit., p. 663.
[59] Nella Messapia centro-meridionale sono vasi a f. n. del Pittore della Gorgone, Gruppo di Haimon, Leafless Group, Pittore di Athena, Cerchia di Antimenes, Pittore di Teseo ecc., mentre quelli a f. r. sono riferibili al Pittore di Alkimachos, della Centauromachia del Louvre, della Danzatrice di Berlino, Myson, Gruppo del Louvre, Pittore del Pithos, di Chicago, di Efesto, di Leningrado ecc. Sicuramente diffuse sono le produzioni a f. n., mentre quelle a f. r. sono maggiormente documentate in ambito funerario: G. SEMERARO, En neusì, Ceramica greca e società nel Salento arcaico, Lecce-Bari, Martano- Edipuglia, 1997, p. 379.
[60] E’ noto che in ambito etrusco-tirrenico fosse molto diffuso e rappresentato il ciclo eraclideo: K. MANNINO, Tra mito e realtà: Note su alcuni vasi figurati, in F. D’ANDRIA, a cura di, Cavallino – pietre, case e città della Messapia arcaica, Ceglie Messapica, Progetti per comunicare, 2005, pp. 77-79; F. D’ANDRIA, Messapi e Peuceti, in G. PUGLIESE CARRATELLI, a cura di, ITALIA omnium terrarum alumna, cit., p. 668; D. YNTEMA, Le ceramiche e l’artigianato, cit., TAVV. 2,2; 3,1; A.L. TEMPESTA, Usi, Costumi, Rituali dei Messapi, in Capolavori del Museo S. Castromediano, in ‹‹I Quaderni del Museo Provinciale››, 2, Lecce, AUS Edizioni, 2014, p. 42. Secondo E. De Juliis tali crateri sarebbero opera di artigiani etruschi, forse vulcenti, prossimi alla scuola del Pittore di Micali per ‹‹l’uso eccessivo del graffito››: E. DE JULIIS, Importazioni e influenze etrusche in Puglia, Atti XXXIII Convegno Studi Magna Grecia, Taranto 8-13 Ottobre 1993, Taranto, ISAMG, 1994, pp. 544-548.
[61] Basti ricordare i tanti insediamenti costieri del Salento con presenza di materiali egeo-micenei (Torre Guaceto di Brindisi, Rocavecchia, Otranto, Leuca, Scalo di Furno ecc.), che talora si riscontrano anche nell’entroterra (Parabita): F. RADINA, G. RECCHIA, a cura di, Ambra per Agamennone, Indigeni e micenei tra Adriatico, Ionio ed ed Egeo, Bari, Mario Adda Editore. E’ possibile che alcuni degli insediamenti protostorici più importanti abbiano ospitato figure allogene di artigiani o preposte all’organizzazione degli scambi.
[62] F. D’ANDRIA, Insediamenti e territorio: l’età storica, Atti XXX Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto-Lecce, 4-9 Ottobre 1990, Taranto, ISAMG, 1983, p. 415. Otranto nell’VIII secolo a. C., grazie alla ricchezza di importazioni corinzie ed euboiche, ha visto la presenza di più nuclei greci che gestivano le ‹‹rotte marittime sul Canale d’Otranto››: ID., Intervento, Atti del XXX Convegno di Studi sulla Magna, cit., p. 213; ID., Messapi e Peuceti, in G. PUGLIESE CARRATELLI, a cura di, ITALIA omnium terrarum alumna, cit., pp. 659; M. LOMBARDO, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterrarie greche e latine, cit., p. 81.
[63] Tali presenze attive dal IX secolo a. C., in seguito, sembrano indipendenti da ‹‹qualunque mediazione tarantina››: ID., I Messapi e la Messapia nelle fonti letterrarie greche e latine, cit., p. 39.
[64] F. D’ANDRIA, Salento arcaico: la nuova documentazione archeologica, in Salento arcaico, Atti del Colloquio Internazionale, Lecce 5-8 Aprile 1979, Galatina, Congedo Editore, 1979, pp. 15-25.
[65] Ne sono prova le innovazioni tecniche e le decorazioni di matrice greca nelle produzioni ceramiche (motivi figurati e floreali) presenti su vasi destinati in genere ad uso funerario e votivo: D. YNTEMA, Notes on greek influence on iron age Salento, in ‹‹Studi di Antichità››, 3, Galatina, Congedo Editore, 1982, pp. 83-131. Vedi nota n. 28 per le ceramiche prodotte localmente da artigiani di formazione ellenica o greco-orientale: F. D’ANDRIA, Ceramica decorata e figurata di produzione italiota e messapica, cit., pp. 260-268.
[66] F. D’ANDRIA, Intervento, Atti XXX Convegno di Studi sulla Magna Grecia, cit., p. 214; D. YNTEMA, Le ceramiche e l’artigianato del Salento tra l’età del ferro e la romanizzazione, Atti XXX Convegno di Studi sulla Magna Grecia, cit., TAV. 3, 2.
[67] M. LOMBARDO, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterrarie greche e latine, cit., pp. 88-90.
[68] Vedi nota n. 10. STRABONE, Geografia, C 281; G. GIANNELLI, Culti e miti della Magna Grecia, cit., p. 399.
[69] M. LOMBARDO, a cura di, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine, cit., pp. 98-100.
[70] G. GIANNELLI, Culti e miti della Magna Grecia, cit., p. 399. Si tratterebbe, anche qui, della spiegazione di un fenomeno naturale inspiegabile per gli antichi, quale la posizione del cd. “masso della Vecchia” presso Giuggianello dovuta in realtà a un processo erosivo di strati geologici differenti, mentre nei pressi un altro grande masso isolato con solchi di erosione ad un’estremità è indicato dalla tradizione popolare come “piede di Ercole”. M. LOMBARDO, a cura di, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterrarie greche e latine, cit., pp. 98-100.
[71] ID., a cura di, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine, cit., pp. 205, 221.
[72] G. GIANNELLI, Culti e miti della Magna Grecia, cit., p. 45.
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[Da “L’ inesauribile curiosità. Studi in memoria di Gianni Carluccio”, a cura di Gianluca Tagliamonte e Mario Spedicato, collana Quaderni dell’Idomeneo, Grifo (Cavallino), 2018].
















