Castro, ingresso Grotta Zinzulusa

“Paolo Emilio Stasi e Grotta Zinzulusa: il frammento di vaso tipo Četina con svastica incisa”, di Salvatore Bianco, presenta la lunga vicenda dei materiali archeologici scavati da Paolo Emilio Stasi nel 1904 in Grotta Zinzulusa di Castro (LE) e donati nel corso di un lungo rapporto epistolare ad Arturo Issel, che in quegli anni andava costituendo in Genova le collezioni del Museo di Geologia dell’Università. Stasi, come già per altri siti, sottoponeva a Issel i materiali scavati in Zinzulusa sperando in un aiuto per il loro inquadramento storico e in una conferma della sua teoria: in Grotta Zinzulusa vi sarebbero state due fasi preistoriche (una neolitica e una eneolitica). L’inquadramento dei materiali, all’epoca difficile per l’assenza di una seriazione delle culture preistoriche meridionali, si basava sui variegati e vaghi confronti proposti dagli studiosi, cui lo Stasi faceva riferimento: Issel fin dall’inizio è molto vago e solo in seguito accetta l’idea della presenza di una fase eneolitica; Angelo Mosso istituisce confronti con materiali cretesi ma anche, per la ceramica dipinta, con materiali da lui scavati a Molfetta; il Soprintendente Quintino Quagliati, in antitesi a Stasi, ritiene tutto neolitico. Pertanto rimaneva incerta la collocazione del frammento con motivo geometrico inciso campito dal simbolo della svastica, che tanto aveva colpito Issel, Mosso e tanti altri. Il frammento, sulle basi delle attuali conoscenze, è da collocare all’interno dell’ampia diffusione della cultura dalmata di Četina, che nel corso del tardo III millennio a.C. ha interagito con le culture eneolitiche meridionali, in particolare con quella di Laterza.

Castro, interno Grotta Zinzulusa

Paolo Emilio Stasi e Grotta Zinzulusa:
il frammento di vaso tipo Četina con svastica incisa

(Tratto da Notizie archeologiche bergomensi 28/2020 – “La lezione della cultura e del rigore” Studi di preistoria e protostoria dedicati a Renata Grifoni Cremonesi – a cura di Anna Maria Tosatti e Stefania Casini).

 

di Salvatore BIANCO

Nel 1904, anno di edizione dello scavo di Grotta Romanelli di Castro1, Paolo Emilio Stasi, nei giorni segnati da mare agitato, non potendo raggiungere Romanelli, si recava nella più vicina e riparata Grotta Zinzulusa2, dove nel novembre del medesimo anno eseguiva dei saggi, sicuro di avere individuato una stazione umana dell’età neolitica3.

La Grotta Zinzulusa era stata “scientificamente” scoperta da Ulderigo Botti nel 1870, anche se limitatamente alla breccia ossifera che si estendeva sulle scogliere esterne4. Lo stesso Botti nel 1874, in un lavoro dedicato alla grotta, citava la prima esplorazione effettuata nel 1821 dall’insigne geologo Giovanni Battista Brocchi, che tuttavia non l’avrebbe …visitata intieramente, e nemmeno osservò la breccia ossifera che si vede nell’atrio esterno…5.

La grotta interna, pertanto, è stata “archeologicamente” scoperta solo nel 1904 da P.E. Stasi nel suo peregrinare lungo le alte scogliere di Castro alla ricerca di paesaggi da ritrarre sulle sue tele6. È certo che P.E. Stasi deve aver eseguito in Grotta Zinzulusa dei saggi di scavo nel 1904 e forse nel 1905, all’interno del primo ambiente (Vestibolo)7. Non è escluso che qualche saggio sia stato eseguito in seguito ed è possibile che anche il figlio Gino Stasi possa averne eseguiti o recuperato materiali affioranti negli anni successivi8.

Quasi nulla si conosce dei tantissimi ritrovamenti archeologici determinati dai lavori di estrazione industriale del guano di pipistrello, ritenuto un ottimo fertilizzante agricolo e che nell’interno della grotta formava depositi di diversi metri di spessore. L’estrazione del guano era stata affidata in concessione gratuita dal Ministero dell’Agricoltura dal 1905-1906 al Consorzio Agrario di Tricase. L’attività estrattiva, poi sospesa, continuò ancora fino agli anni ’40 e oltre fino a svuotare la grande cavità interna del Duomo9. Nel corso dell’estrazione, misti al guano, potevano ritrovarsi ossa di animali preistorici e avanzi della primitiva industria umana10. Tale situazione era nota nella comunità di Castro, a P.E. Stasi e al figlio Gino, a quanti gravitavano intorno alle sue ricerche come Pasquale De Lorentiis e a personalità scientifiche quali Antonio Lazzari, che ricorda il rinvenimento di industrie del Paleolitico superiore in grotta11.

È probabile che dai saggi di P.E. Stasi eseguiti in Zinzulusa tra 1904 e 1905 provenga il nucleo di reperti donato dallo stesso ad Arturo Issel, che tra fine ’800 ed inizi ’900 andava costituendo in Genova le collezioni del Museo di Geologia dell’Università12. Questi, valente geologo, dal 1864 si era occupato anche di paleontologia e di paletnologia con particolare riferimento alle caverne del Finalese13, tanto da essere considerato un valente studioso di antichità preistoriche. Fu in occasione della scoperta del deposito archeologico alla grotta Romanelli che lo Stasi contattò Issel inviandogli anche dei reperti per un parere sul loro inquadramento cronologico14. P.E. Stasi era molto riconoscente nei confronti di A. Issel sia per essere stato sostenuto nella discussione con Luigi Pigorini sull’interpretazione della stratigrafia di Grotta Romanelli sia per la soddisfacente risposta ricevuta sui reperti della stessa grotta15.

Castro, interno Grotta Zinzulusa

Tuttavia il carteggio Stasi-Issel conservato a Genova riguarda in gran parte i reperti preistorici scavati in Zinzulusa, per i quali Stasi richiese pure un supporto per il loro inquadramento cronologico-culturale16. Se a Genova il carteggio Stasi-Issel comprende dodici lettere inviate dallo Stasi tra il 1915 e il 1916, secondo Ciro Drago lo Stasi avrebbe intrattenuto con Issel una corrispondenza ben più lunga: dal 1904 al 191617. In effetti presso l’Archivio degli Eredi Stasi erano conservate diciannove lettere di A. Issel spedite tra il 1904 e il 1916. Purtroppo di queste non si conservano gli originali ma le trascrizioni effettuate nel tempo da C. Teofilato e riportate, ovvero trascritte, nel dattiloscritto da questi elaborato fino al 196118. Nell’archivio degli Eredi Stasi sono anche tre cartoline postali e una lettera autografe di Issel datate tra 1919 e 1920, relative agli ultimi contatti tra Genova e Spongano19.

In un quadro di così forti difficoltà di interpretazione dei reperti archeologici l’unico che sembra osservare con spirito analitico le ceramiche di Zinzulusa, basandosi sul differente aspetto delle argille delle ceramiche dipinte e di quelle ad impasto, sembra essere proprio P.E. Stasi, che ipotizza non a caso le due fasi del Neolitico e dell’età del Rame. Convinzione che afferma solo fino a un certo punto ritenendosi privo di competenze adeguate e affidandosi al parere rassicurante di personalità accademiche o di esponenti ministeriali dal ruolo riconosciuto nelle discipline archeologiche.

In realtà le personalità di riferimento dimostrano difficoltà di lettura dei reperti di Zinzulusa, cercando confronti nelle loro collezioni didattiche o in scavi da loro eseguiti o conosciuti, spesso di aree lontane, senza offrire interpretazioni soddisfacenti. Complicato era invece il rapporto con Q. Quagliati, Soprintendente della Puglia, che si rende sempre più indisponibile nei confronti dello Stasi in quanto autodidatta e quindi inadeguato negli studi di preistoria e soprattutto in quanto responsabile della discussione scientifica con L. Pigorini, di cui il Quagliati era stato allievo devoto, sull’esistenza o meno del Paleolitico superiore in Grotta Romanelli32.

Ritornando al rapporto epistolare Stasi-Issel, in una prima lettera del 4 dicembre 1915 Stasi annuncia di aver inviato a Genova una prima parte dei reperti di Zinzulusa33, mentre in una lettera successiva del 9 dicembre 1915 Stasi incalza Issel per un suo giudizio più pregnante sui materiali inviatigli, evidentemente non contento della risposta avuta, troppo vaga sulla questione della cronologia34. Subito dopo, ormai certo dell’accettazione dei materiali da parte di Issel, in data 18 dicembre 1915 Stasi annuncia un secondo invio di reperti35.

È nella stessa lettera che P.E. Stasi lamenta lo sgarbo ricevuto dal Quagliati36, che sembra confermare l’indisponibilità di questi nei confronti di Stasi. Quagliati sembra non dimenticare la disputa tra Stasi-Regalia e Pigorini sulla presenza del Paleolitico superiore in Grotta Romanelli, affermata e dimostrata da Stasi-Regalia con i loro scavi e negata dal Pigorini, che riconduceva tutto il materiale ad età neolitica, teoria che infine venne sconfessata37.

Frammento con motivo decorativo tipo Četina da Zinzulusa, ora a Genova (riel. e foto da JATTA 1913, p.230 e restituzione grafica di Alberto Potenza)

Infine in una lettera scritta in data 29-XIII(?)-1915 (ovvero 29 dicembre 1915) Stasi ringrazia Issel per aver accettato i reperti di Zinzulusa, mentre Issel in due lettere del 1916 conferma l’arrivo della prima e della seconda cassetta con i materiali38. In una di queste lettere, a proposito del frammento inciso con il simbolo della svastica, dice: una … influenza orientale diffusa…posteriormente ai tempi neolitici … è accusata dalla svastica incisa…. Subito dopo Issel sembra attribuire al Neolitico o all’Eneolitico i reperti di Zinzulusa, sulla base di confronti con materiali di aree anche lontane o soprattutto di semplici impressioni. Nel caso della svastica individua un’influenza orientale e una sua datazione post-neolitica.

P.E. Stasi è comunque riconoscente nei confronti dello studioso di Genova. Le spedizioni dei reperti di Zinzulusa celavano il desiderio che lo scienziato genovese accettasse di studiare quei reperti. E in effetti nella lettera del 28 febbraio 1916 Stasi invita Issel ad occuparsi dell’illustrazione delle ceramiche di Zinzulusa per un’edizione da farsi a spese dello stesso Stasi39. Issel, tuttavia, ha un atteggiamento prudente: forse per una non conoscenza diretta dei materiali meridionali o forse per altre lacune nelle sue conoscenze.

Per tali ragioni chiede a Stasi di poter affidare lo studio delle ceramiche di Zinzulusa ad Alessandro Della Seta, giovane e valente archeologo40, che dal 1912 ricopriva a Genova la cattedra di Archeologia e che si occupava anche di protostoria egea. E proprio in un incontro nel marzo del 1916 presso l’Università di Genova A. Issel sottopone ad A. Della Seta i materiali di Zinzulusa, di cui Della Seta avrebbe sottolineato l’interesse archeologico41. In effetti in un breve scritto su cartolina postale del 24 marzo 1916 Stasi ringrazia Issel per il prezioso coinvolgimento di Della Seta anche se non nasconde un certo rammarico per la dilazione dei tempi di studio dei materiali. Purtroppo gli avvenimenti successivi non consentiranno di arrivare all’edizione dei reperti di Zinzulusa sia perché Della Seta parte come volontario per il fronte e sia perché, dopo il primo conflitto mondiale, dal 1919 ricoprirà la carica di Direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene.

Come sottolinea G. Odetti dal 1916 sembra interrompersi il rapporto epistolare Stasi-Issel sulla base della documentazione conservata a Genova: sembra semplicemente la fine di un rapporto di lavoro, senza nessun screzio o malumore42. In realtà il rapporto continua tra il 1919 e il 1920, come dimostrano tre cartoline postali e la lettera inviate da Issel, già sofferente, e che preludono alla fine della corrispondenza tra i due43. Il contenuto verte ancora sulla possibile collaborazione del prof. Della Seta nello studio dei materiali di Zinzulusa, che tuttavia sembra allontanarsi sempre più, come in effetti avverrà.

Con la morte di P.E. Stasi nel 1922 si affievolisce l’interesse per i materiali archeologici di Zinzulusa salvo l’apparire di altri reperti nelle esposizioni del 1939 e del 1956 sulla preistoria del Salento44. L’archeologia della grotta è quasi dimenticata: la grotta, già cava di estrazione di guano, viene aperta al turismo di massa e adattata a tale scopo previo svuotamento del deposito archeologico e sventramento di formazioni rocciose lungo l’asse che dall’ingresso (Vestibolo) conduce alla sala più interna del Duomo45.

Anche i reperti donati da P.E. Stasi al Museo di Geologia di Genova sono dimenticati per lungo tempo e solo nel 1960 sono studiati da M. Cavalier in un articolo ancora di riferimento in letteratura46. In Zinzulusa, dopo gli scavi Stasi, altri saggi furono effettuati dal Soprintendente Q. Quagliati nel 1915, i cui materiali sono rimasti in gran parte inediti47; altri saggi furono effettuati da C.A. Blanc, i cui materiali, dal Paleolitico all’età del Bronzo, furono portati presso l’Istituto di Paleontologia Umana di Roma, anche questi in gran parte inediti; materiali furono raccolti dal figlio di Stasi, Gino Stasi, in parte confluiti nelle mostre sulla preistoria salentina del 1939 e del 195648. Gran parte dei materiali recuperati in Zinzulusa nel corso di tanti interventi abusivi, effettuati per tutta la prima metà del ’900 fino agli anni ’50, è andata dispersa; solo una piccola parte, derivante da interventi più o meno ufficiali, è pervenuta presso la Soprintendenza di Taranto e altri Istituti di ricerca o presso il Museo di Maglie49. Ritornando agli scavi Stasi del 1904 M. Cavalier nel 1960 ha proposto una seriazione culturale dei reperti ceramici di Genova costruita sulla base della sequenza stratigrafica messa in luce pochi anni prima da Bernabò Brea e dalla stessa Cavalier sull’Acropoli di Lipari e in altri siti eoliani50.

Tuttavia rimaneva insoluto l’inquadramento del frammento ceramico con svastica, pubblicato da Mosso e da Jatta, che ha rappresentato per Stasi e per molti studiosi l’enigma di Zinzulusa.

Il frammento di vaso ad impasto presenta un decoro geometrico-lineare inciso al cui centro campeggia la svastica a bracci rettilinei. Pertinente forse al corpo di una brocchetta ad impasto con superficie lisciata o forse più al fondo di una scodella, conserva un breve accenno del collo o forse dell’orlo sottolineato da una doppia linea orizzontale incisa e da una linea a zig-zag sottostante51. Il decoro geometrico, che occupa la superficie del frammento, è formato da due diversi fasci di triplici linee che si incrociano in diagonale, marginati all’interno e all’esterno da una fila di punti impressi. L’intersezione dei fasci di linee definisce degli spazi quadrangolari aperti sui lati esterni e uno spazio quadrangolare centrale chiuso. Il riquadro centrale, lisciato come il resto della superficie, presenta una concavità circolare con al centro il motivo della svastica, i cui bracci ripiegati sono incisi più profondamente (fig. B). Il frammento, come già esposto, è passato nel tempo per le mani di diversi studiosi al fine di penetrarne gli aspetti reconditi e trarne delle indicazioni cronologico-culturali52.

La sua articolazione interna nel meridione, sembra porsi tra la facies piena di Laterza e l’affermarsi del Bronzo antico di Palma Campania, che insieme agli altri aspetti meridionali coevi ne eredita il repertorio formale e decorativo delle ceramiche.

Ritornando al frammento con svastica da Zinzulusa oggi possiamo con certezza attribuire il vaso alla facies Četina, forse a un suo momento di massima espansione nel sud-est della penisola (fine del III millennio). Del vasetto si conserva parte della parete del corpo o del fondo, occupato dal motivo geometrico, con il riquadro centrale, concavo, recante il simbolo della svastica64.

La svastica, simbolo del culto solare, definita da M. Gervasio l’espressione geometrizzata o meglio l’emblema dell’astro in perpetuo movimento65, inizia ad essere attestata nell’Eneolitico per diffondersi poi nell’età del Bronzo europea e nelle culture dell’età del Ferro ed affermarsi anche nel repertorio decorativo-simbolico ellenico66.

Fig. B – Motivo cruciforme tipo Četina su brocchetta da Mezzana della Quercia (FG) (da GRAVINA 2016, fig.2:6)

Nel frammento da Zinzulusa il motivo cruciforme, realizzato con fasci di tre linee incise, trova riscontro nel sito di Mezzana della Quercia sul Candelaro presso Foggia e in Grecia (fig. B)67, mentre i punti impressi disposti in fila a marginare le linee incise, come nel motivo da Zinzulusa, si ritrovano in diversi siti dalmati68. In Grecia si ritrova il motivo della svastica incisa sul fondo di una coppa (fig. C)69. Più diffuse sono le linee incise a zig-zag presenti su vasi di siti del Gargano, come Piani di Lauria sul Fortore, e di area dalmata70.

Fig. C – Coppe di tipo Četina con motivi cruciformi e a svastica sul fondo da Olimpia (da BALLAN 2014, tav.XVI:106,135)

Oggi il frammento da Zinzulusa può essere riferito a frequentazioni di genti Četina lungo le coste del Canale d’Otranto. Tra l’altro Grotta Zinzulusa sembra essere stata sede di un probabile culto delle acque praticato nel laghetto interno “La Conca”, dove alla profondità di m 5-6, lungo il perimetro del bacino, sono stati recuperati diversi vasi integri databili tra Neolitico ed età storica.

Se F.G. Lo Porto considera i materiali provenienti dal laghetto come appartenenti al deposito archeologico fluitato nella conca71, G. Cremonesi e F. D’Andria ipotizzano una giacitura primaria per gran parte degli stessi, in particolare per i vasi integri: il primo ipotizza un culto delle acque attestato fin dal Neolitico, che contemplava la deposizione rituale di vasi nelle acque del bacino, mentre il secondo considera alcune coppette monoansate e una terracotta di Afrodite come oggetti votivi deposti nell’acqua nell’ambito di un culto rivolto alle Ninfe in età storica72.

Occorre precisare che tra i materiali recuperati da “La Conca”, consistenti in forme vascolari integre o ricomponibili e databili fin dal Neolitico, sono anche diversi frammenti ceramici attribuibili ai medesimi orizzonti culturali, che però possono provenire anche dai butti di terreno, ovvero di deposito archeologico, scaricati all’interno del bacino nel corso dei lavori per l’estrazione del guano e di quelli dell’EPT per la realizzazione dell’accesso turistico inaugurato il 13 agosto 195773.

Cartina dell’Italia meridionale e dell’area transadriatica con i siti di facies Četina. Con asterisco sono indicate le attestazioni tipo etina da Zinzulusa (LE) e Policoro (MT) (riel. S. Bianco, G. Maurilio da GORI, RECCHIA, TOMAS 2018, fig.1)

Per quanto sopra si può solo ipotizzare che il frammento con svastica possa riferirsi ad un vaso deposto in Zinzulusa per motivi rituali, in quanto grotta-santuario nota ai naviganti del Canale d’Otranto, che nell’Eneolitico solcavano incessantemente quel braccio di mare e che spesso, per scambi, rifornimenti o sosta forzata nel caso di tempeste, interagivano con le comunità locali, talora consacrando offerte alle divinità venerate nei santuari locali. Genti di cultura Četina della seconda metà avanzata del III millennio a.C. possono aver offerto quel vasetto nel corso di una pratica rituale: forse propiziatoria o legata al culto delle acque o a divinità ctonie o forse deposto come corredo di sepoltura74.

Il frammento tipo Četina, importato dalla Dalmazia o prodotto localmente, si inserisce comunque nel quadro dei traffici transmarini adriatici e del Canale d’Otranto, di cui erano detentrici le popolazioni rivierasche. Le grotte erano frequentate da genti locali e da naviganti stranieri: grotte-santuario come Zinzulusa e Grotta dei Cervi, dedicate al culto delle acque o della Madre Terra, simboli della Natura rigeneratrice della vita, che tra fine del Neolitico ed età del Bronzo divengono anche grotte funerarie e forse luogo di culto degli antenati75. Erano luoghi simbolici per le comunità locali e per naviganti stranieri ma anche luoghi di incontro, dove si sancivano alleanze, matrimoni e scambi di merci e materie prime tra comunità locali ed emissari di comunità lontane o delle terre al di là del mare. Proprio davanti alle grotte, luoghi identitari, sacri e segreti, forse secondo calendari stagionali, si celebravano feste accompagnate da cerimonie suggestive definite da rituali consolidati da secoli, che vedevano anche la partecipazione di uomini venuti da lontano.

Si celebravano i miti delle origini delle comunità, si rinnovavano i riti della fecondità della Natura e le alleanze con la Madre Terra, si praticavano i rituali iniziatici per i giovani e si veneravano gli antenati, il cui culto rinsaldava i vincoli di alleanza tra gruppi etnicamente affini. Lungo la costa del Canale d’Otranto, oltre a Zinzulusa e Grotta dei Cervi, dovevano esservi altre grotte-santuario, tra cui quella della Poesia di Rocavecchia, dove l’ingressione del mare ha smantellato il deposito archeologico ma ha risparmiato le decine di simboli, anche preistorici, incisi sulle pareti, che accanto alle iscrizioni in greco, messapico e latino, attestano devozione e ringraziamenti alle forze della Natura per la salvezza dai pericoli del mare76. Zinzulusa sembra essere il sito pugliese più meridionale con attestazione di elementi tipo Četina, che forse potranno riconoscersi in futuro anche in altri siti del basso Salento costiero ricollegandosi con il frammento del medesimo orizzonte rinvenuto sull’acropoli di Policoro-Herakleia, finora isolato sulla costa ionica della Basilicata77.

NOTE

  1. STASI, REGALIA 1904, pp. 17-79.
  2. Con il mare in tempesta è impossibile accostare alle scogliere in cui si apre Grotta Romanelli, esposta al forte moto ondoso.
  3. TEOFILATO 1961, p. 12 (dattiloscritto inedito contrascrizione di documenti manoscritti, in gran parte lettere, dell’Archivio di P.E. Stasi, conservato presso gli Eredi Teofilato). Si ringrazia Glauco Teofilato, che ha reso disponibile il documento per il previsto progetto su P.E. Stasi presso il Museo Provinciale di Lecce. V. nota 18.
  4. BOTTI 1871, pp. 37-40, IDEM 1874, p. 37. U. Botti nel 1870 nell’individuare la breccia ossifera non si accorse del deposito archeologico nell’interno della grotta. Botti nella breccia rinvenne zanne di elefante e altra fauna pleistocenica. Le brecce sono formate da rocce di versante sgretolate dal freddo intenso e arido dell’ultimo glaciale (Würm), successivamente trasportate per dilavamento sui pendii insieme a resti di faune presenti sul terreno e quindi cementate in un’unica matrice dalle terre rosse. Oggi la breccia ossifera di Zinzulusa è stata quasi smantellata: dal moto ondoso, dagli sbancamenti degli anni ’50 per la costruzione della passerella dell’accesso turistico alla grotta e da decenni di depredamento. Solo lungo il fianco della passerella si conservano ancora pochi lembi cementati contro le pareti rocciose.
  5. BOTTI 1874, p. 12.
  6. E. Stasi, inizialmente studente di Farmacia a Napoli, si indirizza in seguito verso gli studi di pittura diplomandosi in disegno nel 1875, materia che insegnerà presso il Regio Liceo di Maglie (Lecce).
  7. L’assegnazione di nomi fantasiosi ai vari settori di Grotta Zinzulusa Vestibolo, Conca, Corridoio delle Meraviglie, Trabocchetto, Duomo e Cocito si ebbe nel corso di una seduta del 1922 presieduta dal prof. Filippo Bottazzi e volta allo studio generale della grotta: LAZZARI 1958, p. 21; ROSSETTI, ORLANDO 2008, p. 64.
  8. CAVALIER 1960, p. 9.
  9. LAZZARI 1958, p. 37.
  10. CANALI, GALATI 2018-19, pp. 164-165. A Castro si ricorda che nel tempo appassionati locali si erano dedicati al recupero di reperti archeologici dalla massa di guano, che dalla grotta veniva trasportato in cesti sulle barche e quindi scaricato sul piazzale del porto (informazione orale di Ninì Ciccarese).
  11. LAZZARI 1958, p. 51. L’A. ricorda di aver …rinvenuto i resti di un focolare, di età paleolitica… nella sala terminale del Duomo. Sui reperti recuperati dal guano si veda anche: DRAGO 1939, p. 18; ROSSETTI, ORLANDO 2008, p. 64.
  12. I frammenti ceramici conservati a Genova sono stati pubblicati solo nel 1960 da Madeleine Cavalier: CAVALIER 1960, pp. 7-34. Per l’interesse di Stasi ed Issel verso i materiali di Zinzulusa si veda il carteggio Stasi-Issel conservato a Genova: ODETTI 2017, pp. 797-802. Ugualmente importante è il carteggio Issel-Stasi in parte conservato dagli Eredi Stasi e in gran parte riportato nel dattiloscritto inedito di Cesare Teofilato conservato dagli Eredi dello stesso: v. note nn. 3 e 18.
  13. MORELLO 2004.
  14. ODETTI 2017, p. 797; DRAGO 1935, p. 66.
  15. DRAGO 1935, p. 66. Secondo Drago, Issel esaminati i reperti ricevuti da Stasi, avrebbe affermato: i manufatti litici…interessantissimi perché rappresentano l’età paleolitica, ma anche perché hanno un riscontro con quanto s’è trovato sinora nei Balzi Rossi.
  16. Nel 1904 Stasi si rivolge ad Issel per suggerimenti sulla cronologia dei reperti di Romanelli scoperta nel 1900 e di Zinzulusa scoperta nel 1904.
  17. DRAGO 1935, p. 70: indicazioni fornite da Cesare Teofilato a C. Drago.
  18. Secondo quanto riferito dagli Eredi Stasi e Teofilato P.E. Stasi avrebbe incaricato Cesare Teofilato, conosciuto nel 1917 e di cui aveva apprezzato la grande onestà intellettuale e la comunanza di interessi, di documentare l’intera sua vicenda personale: scientifica ed artistica. Per tale motivo Stasi avrebbe periodicamente consegnato a Teofilato il proprio archivio privato (epistolario, pubblicazioni, articoli a stampa ecc.) ai fini di un riordino e di una trascrizione dei documenti manoscritti, tra cui le corrispondenze intrattenute con diversi studiosi. La documentazione originale veniva poi regolarmente riconsegnata a P.E. Stasi. Una cassetta conservata in casa Stasi, che doveva contenere le diciannove lettere autografe di A. Issel a Stasi, dopo la morte di quest’ultimo nel 1922, non è stata più ritrovata. Di tali lettere esistono le trascrizioni di C. Teofilato riportate nel documento dattiloscritto del 1961 e rimasto inedito per la morte sopravvenuta in quell’anno. Ringrazio Glauco Teofilato per le notizie ricevute.
  19. Ringrazio Paolo Emilio Stasi jr per aver reso disponibile l’archivio privato di famiglia.
  20. Lettera di Issel del 1906, trascritta da C. Teofilato. Nella lettera Issel ringrazia Stasi per l’invio della sua memoria sulla grotta funeraria di Badisco, tanto ricca di fittili di diversi tipi: STASI 1906, pp. 4-25.
  21. ODETTI 2017, p. 799.
  22. Lettera trascritta da C. Teofilato.
  23. Quagliati era Soprintendente alle Antichità della Puglia. Lettere trascritte da C. Teofilato.
  24. MOSSO 1910-b, pp. 193-194, fig. 132.
  25. Il termine pintadera sarebbe stato dato dai conquistatori spagnoli a dei manufatti in forma di timbro con cui i nativi dell’America del sud si imprimevano sul volto disegni dai “vivi colori”: MOSSO 1910-b, p. 187.
  26. Mosso ricorda le pintaderas ritrovate in un villaggio neolitico della Tessaglia o quelle presenti nell’Alta Italia già fino dall’età neolitica delle Caverne Liguri … e per l’età del bronzo nelle terramare, ossia nei villaggi dell’età del Bronzo dell’Emilia indicati con il termine dialettale terra marna, ossia terra nera e grassa ricca di sostanze organiche e all’epoca utilizzata come concime naturale con conseguente distruzione degli antichi villaggi: MOSSO 1910-b, pp. 189-193.
  27. MOSSO 1910-b, pp. 193-194.
  28. MOSSO 1910-a, p. 327. Mosso era colpito dalle decorazioni dipinte o incise e graffite sulle ceramiche, i cui motivi accostava a quelli di Molfetta o delle ceramiche cretesi.
  29. GERVASIO 1913, p. 273.
  30. E. Stasi non si rende conto che anche le importanti personalità scientifiche con cui era in contatto avevano difficoltà di interpretazione dei materiali di Zinzulusa o di altri siti, come si evince dalle risposte vaghe o mancate da parte di studiosi di fama: A. Issel, A. Mosso, A. Della Seta. I tempi, anche per quegli scienziati, non erano maturi per un corretto inquadramento della documentazione archeologica.
  31. JATTA 1914, fig. 79, p. 130. Lo Jatta vede una confusa continuità tra Neolitico ed Eneolitico indicando un altrettanto confusa continuità d’uso della croce fin sui menhir salentini.
  32. La discussione verteva sull’esistenza del Paleolitico superiore in Grotta Romanelli, affermata da P.E. Stasi ed E. Regalia nella pubblicazione del 1904 ed osteggiata e negata per motivi ideologici dal Pigorini: INGRAVALLO 2000, pp. 11-12. V. nota n. 37.
  33. Tra questi era il frammento con svastica: MOSSO 1910-b, pp. 193-194, fig. 132; ODETTI 2017, p. 798; JATTA 1914, fig. 79.
  34. ODETTI 2017, p. 799.
  35. ODETTI 2017, p. 799.
  36. ODETTI 2017, p. 799: Quagliati, recatosi in visita a Castro da Blanc, che scavava in Grotta Romanelli e che aveva il proprio campo-base nel villino di Castro di proprietà dello Stasi, lì rimase ospite del Blanc, al fine di effettuare dei saggi in Grotta Zinzulusa, senza darne notizia allo Stasi.
  37. E. Stasi ed E. Regalia nel corso della disputa scientifica erano supportati da diversi scienziati come lo stesso A. Issel e soprattutto Aldobrandino Mochi dell’Istituto di Antropologia di Firenze di scuola naturalistico-evoluzionistica (Scuola fiorentina). Sull’argomento: PALMA DI CESNOLA 1993, pp. 10-19, 36-38; COPPOLA 2002, p. 54.
  38. Lettere trascritte da C. Teofilato.
  39. ODETTI 2017, p. 801.
  40. Lettere trascritte da C. Teofilato.
  41. Lettera trascritta da C. Teofilato.
  42. ODETTI 2017, p. 801.
  43. Archivio Eredi Stasi.
  44. Esposizioni del 1939 a S. Cesarea Terme e del 1956 presso il Museo di Lecce. Nella mostra del 1939 erano esposti reperti da Zinzulusa raccolti anche da Gino Stasi: CARDINI, DRAGO 1939, pp. 18-20; CARDINI et Al. 1956, pp. 27-28, 40-42.
  45. I lavori di svuotamento della grotta furono eseguiti senza nessuna sorveglianza archeologica da parte di EPT di Lecce e della Soprintendenza comportando danni irreversibili al sistema carsico della grotta e la perdita del deposito archeologico. Dopo l’apertura al pubblico nel 1957 nella memoria locale si conserva appena il ricordo di Zinzulusa come grotta di interesse preistorico. Nelle visite attuali le guide accompagnatrici ignorano del tutto tale aspetto.
  46. CAVALIER 1960, pp. 7-34.
  47. Materiali presso i depositi della Soprintendenza di Taranto. Alcuni reperti sono ora esposti presso il Museo di Castro di recente allestimento su progetto scientifico di chi scrive. Con il suo scavo Quagliati intendeva interdire Stasi da qualsiasi attività in grotta.
  48. STASI 1940, pp. 260-263.
  49. A proposito dei vari depredamenti in grotta: LAZZARI1958, p. 29. Di salvaguardia fu lo scavo del focolare del Paleolitico superiore eseguito nel Duomo da Lazzari: LAZZARI 1958, p. 51. Lo scavo è rimasto inedito come pure parte dei materiali recuperati con le ricognizioni subacquee degli anni ’70 nel laghetto della Conca: recupero di vasi neolitici ed eneolitici conservati a Taranto, Maglie e presso il Museo di Castro (ZEZZA 1984, pp. 69-84, tavv. I-VI).
  50. BERNABÒ BREA, CAVALIER 1958, pp. 5-105.
  51. Si fa presente che il frammento non è stato oggetto di esame diretto e di esso si ignorano le dimensioni, gli spessori delle diverse porzioni della parete e l’inclinazione della stessa. Se riferibile a una brocchetta il frammento sarebbe parte del corpo del vasetto, mentre se riferibile a una scodella o coppa potrebbe costituirne il fondo esterno decorato con il motivo geometrico-lineare con svastica. Tale ultima ipotesi può essere rafforzata dalla concavità centrale in forma di omphalos e dalla presenza di motivi crucifomi o della svastica sul fondo di diversi vasi di facies Četina (BALLAN 2014, p. 122, n. 106; p. 132, n. 135) o di orizzonti influenzati da etina come Capo Graziano (BERNABÒ BREA 1985, fig. 83).
  52. Sulle interpretazioni di A. Mosso si vedano le note nn. 24-27, su quelle di M. Gervasio si veda la nota n. 29 e su quelle di A. Jatta la nota n. 31. Ma anche personalità come Q. Quagliati, che pure avrà visto il frammento, o A. Della Seta, che lo aveva esaminato a Genova, riescono a dare solo indicazioni cronologiche di massima oscillanti tra Neolitico ed Eneolitico.
  53. MAROVIC 1975, pp. 245-246; IDEM 1991, pp. 1-324. Marovic ha studiato contesti scoperti già negli anni ’50 nella valle del fiume etina.
  54. Nella facies di Laterza sono evidenti le influenze del bicchiere campaniforme, che si manifestano anche negli aspetti salentini di Cellino San Marco e Grotta Cappuccini di Galatone ad essa correlati.
  55. ARCURI et Al. 2016, p. 86.
  56. Si pensi alle necropoli pugliesi del IV-III millennio a.C. con rituali funerari misti: sepolture entro recinti di pietre con inumazioni e incinerazioni ad Orsara di Puglia; tumuli di pietrame ricoprenti incinerazioni ed inumazioni a Salve (APRILE et Al. 2018, pp. 17-110), che ricordano i tumuli della non lontana isola di Leucade. Simboli del rango, a parte gli stessi monumenti funerari, sono le armi, anche se raramente attestate in Puglia. Nel Salento sono le asce litiche rinvenute a Salve o il raffinato pugnale in selce rinvenuto agli inizi del ’900 in una tomba di tipo non precisato presso Diso: JATTA 1914, pp. 127-128. In Basilicata si ricordano il tumulo con grande cassa litica di Tursi con il suo corredo di armi e quello di Missanello con diverse ciste litiche con singole inumazioni: BIANCO, PREITE 2016-a, pp. 170-174.
  57. BIANCOFIORE 1967, pp. 195-299. Nelle sepolture diLaterza e Altamura compaiono le tipiche forme Četina, come le brocchette, importate o imitate localmente e attestate in diversi siti meridionali. Per le presenze tipo Četina nel meridione: ARCURI et Al. 2016, pp. 90-91.
  58. GRAVINA 2015, pp. 45-54. I gruppi di facies Četina sono arrivati attraverso il ponte formato dalle isole dalmate, da Pelagosa e dalle Tremiti.
  59. RADINA 1987, pp. 15-27.
  60. PALMIOTTI 2004, pp. 46, 53. Si tratta di un frammento tipo Četina proveniente dall’area di un villaggio neolitico.
  61. Da Zinzulusa proviene il frammento, oggetto del presente lavoro, con decoro geometrico-lineare con al centro il simbolo della svastica. Esaminato da importanti studiosi del tempo e pubblicato da A. Mosso e A. Jatta non poteva essere compreso in quanto all’epoca non erano note le facies dell’Eneolitico meridionale e balcanico: MOSSO 1910-b, pp. 193-194, fig. 132; JATTA 1914, p. 130, fig. 79.
  62. Qui, dopo il valico spartiacque dell’Ofanto-Sele e la confluenza del Tanagro nel Sele, la facies Četina si irradia verso il Vallo di Diano (Caggiano, Atena Lucana) e verso il Tirreno (Oliva Torricella, Agerola) e più a N verso la piana di Acerra. I siti di Oliva Torricella e Agerola, richiamanti in parte la facies di Zungri-Corazzo, sembrano rappresentare le fasi di transizione verso gli aspetti del Bronzo antico meridionale (ARCURI et Al. 2016, pp. 77-95; PACCIARELLI 2011, pp. 249-302).
  63. Si pensi alle attestazioni di Altamura di Grotta 1 del Pulo, delle sepolture di Casal Sabini e Pisciulo e di quelle di Laterza: CATALDO 1996, pp. 109-164. Ancora sono i contesti d’abitato di Matera-Murgecchia e Matera-Trasano richiamanti la facies calabrese di Zungri-Corazzo. A Policoro un frammento di brocchetta tipo Četina viene dall’acropoli della colonia greca: BIANCO, PREITE 2016-b, pp. 16-20.
  64. A tal proposito si considera errato quanto affermato da Gervasio (GERVASIO 1932, pp. 129-130): la croce gammata vedesi incisa su la superficie raschiata posteriormente. Secondo Gervasio la svastica sarebbe stata incisa sulla superficie del riquadro centrale dopo essere stata raschiata. In realtà, da un attento esame della foto del frammento, la piccola superficie del riquadro centrale è stata modellata fin dall’inizio in forma concava per dare maggiore risalto al simbolo della svastica da incidere. La superficie non risulta raschiata ma lisciata al pari di quella circostante, a parte alcune abrasioni dovute all’azione del tempo. Pertanto la svastica è stata incisa insieme al restante motivo tipo Četina, di cui fa parte integrante.
  65. GERVASIO 1932, p. 133. Il frammento proviene di sicuro dagli scavi Stasi del 1904-05 effettuati all’ingresso della grotta.
  66. La svastica è presente su diverse forme vascolari dell’età del Bronzo peninsulare e per rimanere nell’area di Castro si ricorda il fondo di vasetto dall’abitato protostorico su promontorio di Pizzo Mucurune di Castro o le ceramiche tardo-geometriche decorate con motivi a svastiche da Rocavecchia o da Cavallino: MALECORE, COLUCCIA 2013, fig. 74; PANCRAZZI 1979, fig. 55:29.
  67. GRAVINA 2015, fig. 2:6; BALLAN 2014, tavv. XVI, XXXI. Il motivo cruciforme, formato da due fasci di tre linee incise, si trova sul fondo di coppe.
  68. MAROVIC 1991, figg. 2:8; 3:2-3; GORI et Al. 2017, fig. 2; BALLAN 2014, tav. XV:50.
  69. BALLAN 2014, tav. XVI:106.
  70. GRAVINA 2015, fig. 2:9. Per l’area dalmata si ricordano i siti di Rudine, Lukovaca e Ogradice: MAROVIC 1991, figg. 19:1, 48:10, 66:1; BALLAN 2014, fig. 23.
  71. LO PORTO 1974, p. 414.
  72. CREMONESI 1979, p. 119; IDEM 1989, p. 38; D’ANDRIA 1988, p. 710.
  73. Per i lavori di estrazione del guano: LAZZARI 1958, pp. 20-21, 37, 51; ROSSETTI, ORLANDO 2008, p. 61; CANALI, GALATI 2018-19, pp. 164-165. Nel corso dei lavori di estrazione del guano si smantellava anche il deposito sottostante ricco di materiale archeologico, come attestato dalle testimonianze del tempo. Anche per i lavori dell’accesso turistico iniziati nel 1956 e finiti nel 1957 fu effettuato uno sventramento di tutta la grotta ora percorso dal corridoio di visita. Nella zona anteriore buona parte del deposito archeologico del “Vestibolo” venne scaricato in mare senza vagliatura del contenuto. Tale scempio fu bloccato solo in parte dall’ intervento di Decio De Lorentiis: ROSSETTI, ORLANDO 2008, pp. 65-66. Nel corso dei medesimi lavori nel laghetto “La Conca” venivano scaricati materiali di risulta degli scavi e una vecchia passerella in legno crollata, che prima attraversava il laghetto: RIPA, COLANTONI 1977, pp. 95-97.
  74. Nella parte interna di Grotta Zinzulusa, nonostante levaste distruzioni, sopravvivono ancora in due piccoli e reconditi anfratti i resti di due sepolture, purtroppo quasi del tutto distrutti da tentativi di asportazione nonostante siano ricoperti da un velo stalagmitico cementato.
  75. In Grotta dei Cervi sono attestazioni di ossa umane relative a sepolture databili tra tardo Neolitico ed età del Bronzo: TIBERI 2019, pp. 36, 40; APRILE et Al. 2017, p. 63, nota 21, pp. 68-69, 87, 100-101. Negli adiacenti Cunicoli o Grotta dei Diavoli, facenti parte del medesimo sistema carsico di Grotta dei Cervi, P.E. Stasi rinvenne nel 1904 numerosi resti ossei con qualche avanzo di primitiva ceramica: STASI 1906, p. 19. Si tratta di un luogo utilizzato per deposizioni collettive nell’Eneolitico, come attesta il campione osseo, che ha restituito la datazione calibrata del 3250-3090 BC.
  76. MALECORE, COLUCCIA 2013, pp. 72-77.
  77. BIANCO, PREITE 2016-b, pp. 229-233.

Abbreviazioni
ASUP       Annali di Storia dell’Urbanistica e del Paesaggio, Firenze
IIPP         Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Firenze
MAL        Monumenti Antichi dei Lincei, Roma
RSP        Rivista di Scienze Preistoriche, Firenze

Salvatore BIANCO
Già Soprintendenza Archeologia della Puglia