di Lino DE MATTEIS
Come si chiamassero i nativi salentini e quali territori effettivamente occupassero nessuno è in grado di dirlo con certezza. Temi controversi sui quali gli studiosi dibattono da sempre, imbastendo discussioni infinite, ma senza riuscire a trovare un punto di vista comune e lasciando così la popolazione locale nell’anonimato anagrafico della preistoria. Quando gli storici e geografi antichi cominciarono a parlarci dei nativi, li chiamarono in vari modi, a seconda delle loro conoscenze, della loro cultura o dei loro punti di vista geopolitici: iapigi, messapi, calabri, salentini. È probabile però che questa varietà di nomi non indicasse popolazioni diverse ma designasse, in modo diverso, la stessa gente, gli stessi gruppi etnico-tribali che abitavano il medesimo territorio, spesso, in competizione tra di loro per la sopravvivenza, la conquista del cibo e la supremazia militare.
Di questa confusione, intreccio o sovrapposizione di nomi erano in parte consapevoli già nell’antichità. È significativo questo passo del più grande geografo greco, Strabone (I sec. a.C. – I sec. d.C.): «…la Iapigia, che i Greci chiamano anche Messapia, mentre le popolazioni epicorie una parte la chiamano terra dei Salentini, quella intorno al Capo Iapigio, l’altra terra dei Calabri. A settentrione di questi vivono i Peucezî e i Dauni, così chiamati nella lingua greca, mentre invece gli indigeni tutta la regione al di là dei Calabri la chiamano Apulia…». E ancora, sempre Strabone: «La regione che si circumnaviga andando da Taranto a Brindisi somiglia ad una penisola… che i più chiamano con un unico nome Messapia, o anche Iapigia o Calabria o Salentina; alcuni invece… distinguono in essa più parti».
La letteratura, e non solo quella classica, è ricca di discordanze sull’etnomino relativo ai nativi salentini. Già prima di Strabone, il drammaturgo greco Rintone (IV-III sec. a.C.) parla della “Calabria” come una «regione della Messapia». Lo storico greco Dioniso di Alicarnasso (I sec. a.C.), raccontando di Enea e dei suoi compagni, dice che «non sbarcarono in Italia tutti nello stesso punto, ma la maggior parte delle navi approdò al Capo di Iapigia, che allora era chiamato Capo Salentino…». Lo scrittore e naturalista romano Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), descrivendo la seconda regione romana d’Italia, parla della “Calabria” e dice che «i Greci la chiamarono Messapia dal nome di un condottiero, e prima ancora Peucezia da Peucezio, fratello di Enotro, stabilitosi nel territorio Sallentino». Così il geografo greco Tolemeo (II sec. d.C.), descrivendo questa parte d’Italia, parla indifferentemente di «Capo Iapigio o Capo Salentino». Lo storico romano Granio Liciniano (II sec. d.C.), sostiene che «dal Greco Messapo abbia tratto origine la Messapia, quella che più tardi ha cambiato nome in Calabria, ma che in un primo tempo Peucezio, fratello di Enotro, aveva chiamato Peucezia». Anche lo storico romano di lingua greca Cassio Dione (II-III sec. d.C.) conferma l’intreccio tra i nomi: «La Messapia e la Iapigia vennero chiamate in seguito Salentìa, quindi Calabrìa»… Le citazioni sul tema potrebbero essere tante, ma, senza voler sconfinare in un trattato storico, preme indagare solo su come, tra i diversi nomi dati ai nativi salentini, si sia affermato l’etnico “messapi” e il coronimo “Messapia”, con cui oggi universalmente ci si riferisce volendo parlare della prima civiltà storica affermatasi nella penisola salentina, della quale ci sono state tramandate tracce archeologiche e letterarie.
Il primo a parlare di messapi è stato lo storico greco Erodoto (484-430 a.C.), padre della storiografia classica. Nel riferire delle vicende di un gruppo di cretesi naufragati sulle coste salentine, e poi stabilitisi permanentemente qui, Erodoto scrive: «Si racconta che Minosse, giunto in Sicania, oggi detta Sicilia, alla ricerca di Dedalo, vi morì di morte violenta. Dopo qualche tempo i Cretesi, su istigazione di un dio, …, sarebbero giunti in Sicania con una grande flotta e avrebbero assediato per cinque anni la città di Camico, ai miei tempi abitata dagli Agrigentini. Infine, non potendo né conquistarla né rimanere lì a soffrire la fame, abbandonarono l’impresa e ripartirono. Quando, durante la navigazione, giunsero dinanzi alle coste della Iapigia, una violenta tempesta li avrebbe sorpresi e gettati a riva. Poiché erano andate distrutte le loro imbarcazioni e non vedendo più alcun mezzo per fare ritorno a Creta, fondarono sul posto una città, Hyrie (Oria, ndr), e vi si stabilirono cambiando nome e costumi: da Cretesi divennero Iapigi Messapi e da isolani continentali. Muovendo da Hyrie fondarono altre città, che, molto più tardi, i Tarentini tentarono di distruggere, subendo una tale sconfitta da causare in quella circostanza la più clamorosa strage di Greci di cui si abbia conoscenza, di Tarantini appunto e di Reggini. I cittadini di Reggio, venuti ad aiutare i Tarantini …, morirono in tremila; i Tarantini caduti non si contarono neppure…».
Dunque: «…vi si stabilirono cambiando nome e costumi: da Cretesi divennero Iapigi Messapi e da isolani continentali». Per la prima volta, nella storiografia classica antica, Erodoto lascia traccia dell’etnico “messapi”. È una frase che, però, deve essere analizzata più a fondo per carpirne un potenziale duplice significato. Erodoto sa con certezza che la penisola salentina all’epoca erano chiamata Iapigia e i suoi abitanti iapigi. Perché allora affianca anche il termine di “messapi”? Le ipotesi sono due: o era a conoscenza di un gruppo etnico messapico che abitava gli stessi luoghi della Iapigia oppure quel nome è da intendersi come un aggettivo sostantivato che lo scrittore attribuisce ai cretesi per i cambiamenti cui la stanzialità li aveva costretti («… vi si stabilirono cambiando nome e costumi»). I cretesi provenivano dall’isola di Creta, il naufragio nel Salento li aveva cambiati, dal momento che da «isolani» furono costretti a diventare «continentali». Definizione corretta, poiché giustamente la Iapigia era attaccata al continente, ma era anche una penisola bagnata da due mari e per i greci “messapia” significava “terra tra due mari”, “terra di mezzo”. Da qui probabilmente la definizione di messapi data da Erodoto ai cretesi che dovettero adattare la loro esistenza a questa nuova situazione geografica: «divennero Iapigi Messapi». Un’originale intuizione linguistica dello storico greco, che, data la sua notorietà ed autorevolezza, condizionò gli studiosi dell’epoca, accreditando come prevalente l’idea della Messapia.
Interessante, comunque, anche la sottolineatura che Strabone fa tra le definizioni usate dagli scrittori greci e quelle utilizzate dalle “popolazioni epicorie”, cioè dalla gente locale, dai nativi per denominare se stessi: i termini “iapigi” e “messapi” venivano infatti usati prevalentemente dagli scrittori greci; mentre le popolazioni locali dividevano il Salento in due parti, distinguendo due gruppi etnici: quello dei “calabri”, che si propende a collocare sulla fascia adriatica della penisola, e quello dei “salentini”, sulla fascia ionica fino al Capo di Leuca. Con l’avvento dell’impero romano, gli scrittori latini preferirono utilizzare le denominazioni usate dai nativi, tralasciando la terminologia utilizzata dagli scrittori greci. Una distinzione che introduce la necessità di rivedere la storia antica del Salento sotto il profilo della cultura e dei valori dominanti della popolazione locale, attraverso il loro punto di vista, che, evidentemente, è stato poco indagato e molto trascurato dalla storiografia ufficiale.


















