di Lino DE MATTEIS
È un dato universalmente assodato che nel primo millennio a.C., nella penisola salentina, si affermò quella che nella storia passa come la “civiltà messapica”, la prima forma di convivenza sociale, civile e militare dei nativi salentini. I villaggi dei messapi – questo almeno è l’etnonimo storicamente prevalso tra quelli che pure designavano gli abitanti della penisola, come iapigi, calabri e salentini – erano distribuiti sull’intero territorio insulare in modo diffuso e in una stretta relazione, talvolta anche conflittuale, tra di loro. L’esigenza di far fronte a nemici comuni, avrebbe portato dodici centri più importanti, villaggi fortificati o vere e proprie città-stato, ad allearsi in una sorta di lega militare, formando la “dodecapoli messapica”, che rappresenta il primo tentativo di associarsi in una federazione delle comunità salentine dell’epoca. Il patto alla base della confederazione delle dodici città messapiche era principalmente a scopo militare-difensivo contro le minacce esterne, ma esso servì certamente anche a consolidare gli scambi commerciali, consolidando il tentativo di una convivenza pacifica e prosperità economica comune.

Sulla effettiva esistenza della dodecapoli messapica, alla stessa stregua della “dodecapoli etrusca” raccontata da Strabone, non si hanno riscontri particolari. Ad essa accenna lo scrittore latino Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.) parlando dell’origine cretese della tribù dei messapi. Varrone racconta di come il re Idomeneo, cacciato da Creta in seguito ad una sommossa, giunse nel Salento e vi si stabilì, distribuendo il suo esercito in dodici città e dando così vita a quella che sarebbe stata la dodecapoli messapica. Secondo Varrone, poi, i profughi cretesi, illiri e locresi che formavano l’esercito di Idomeneo, diventati stabili abitanti della penisola salentina, si amalgamarono tra di loro diventando un unico popolo e scegliendo di chiamarsi “salentini”, avendo fatto amicizia “in salo”, cioè in mare.
Prove certe della dodecapoli messapica non ci sono. L’ipotesi della sua esistenza, oltre che dalle parole di Varrone, potrebbe essere suffragata dall’affermazione straboniana relativa alla presenza nella regione di tredici città-stato. A parte la differenza tra le dodici città indicate di Varrone e le tredici richiamate da Strabone, appare verosimile l’ipotesi che possa essere avvenuto anche nella penisola salentina qualcosa di simile alle simmachie greche (come la Lega di Delo): alleanze militari tra città per obiettivi specifici, una volta raggiunti i quali gli alleati erano liberi di sciogliersi e, magari, di entrare in conflitto anche tra di loro. Le simmachie greche erano in realtà delle prime forme rudimentali di federalismo, associazioni momentanee e occasionali, che impegnavano gli aderenti per il solo tempo necessario a raggiungere gli obbiettivi militari prefissati.
Un’esigenza che, effettivamente, le città-stato messapiche possono aver avuto, visti i rapporti conflittuali con i popoli vicini, sia greci sia italioti. Dal V secolo a.C. in poi, la storia dei messapi è costellata di alleanze più o meno effimere e reversibili: nel 473 a.C., i messapi si allearono con i vicini iapigi in funzione antitarantina e antireggina; nel 356 a.C., si allearono con i lucani conquistando le città greche di Eracle e Metaponto e fu necessario l’intervento del re di Sparta per non far soccombere anche Taranto; tra il 333 ed il 330 a.C., i tarantini furono vittoriosi sui messapi grazie all’aiuto del re epirota Alessandro il Molosso, da loro chiamato in soccorso; dopo la morte di Molosso (330 a.C.) le alleanze si rovesciarono e i messapi non esitarono ad allearsi con Taranto e con Cleonimo di Sparta in funzione antilucana ed antiromana; e poi ancora, nel 279 a.C., furono alleati di Pirro e dei tarantini contro i romani nella battaglia di Ascoli di Puglia. Nonostante le momentanee alleanze, in realtà, fu proprio la secolare conflittualità tra messapi e tarantini a far capitolare definitivamente Taranto, nel 272 a.C., e a favorire poi la conquista dei romani dell’intero Salento, conclusasi nel 260 a.C., avviando la colonizzazione latina sull’intera penisola salentina.
Potrebbe essere solo un caso il fatto che sulla Mappa di Soleto siano segnate solo tredici città messapiche. In realtà, i ritrovamenti dei reperti archeologici indicano che gli insediamenti messapici nel Salento sono stati molti di più delle dodici o tredici città indicate dagli storici e geografi antichi. Tracce di città messapiche, di solito costruite su luoghi elevati e cinte di possenti mura, sono state trovate ad Alytia (Alezio), Ozan (Ugento), Brention/Brentesion (Brindisi), Hyretum/Veretum (Patù), Hodrum/Idruntum (Otranto), Kaìlia (Ceglie Messapica) ritenuta la capitale militare, Mandyrion (Manduria), Neriton (Nardò), Orra (Oria), Cavallino (non si hanno notizie certe del nome antico), Valesium (Valesio), Muro Tenente (forse identificabile con Scamnum, Mesagne), Bastae (Vaste), ΜΙΟΣ (Muro Leccese), Gnathia (Egnazia), Karpene/Carbina/Carbinia (Carovigno), Sturnium (Ostuni) e Soletum (Soleto). Altri ritrovamenti messapici ci sono stati anche a Pezza Petrosa, nel territorio del comune di Villa Castelli, Francavilla Fontana, San Vito dei Normanni (sull’altura di Castello d’Alceste), Noha (Galatina), Castro, San Pancrazio Salentino e Veglie.
Non è escluso, inoltre, che fosse stato costituito una sorta di “mercato comune messapico”, che, oltre all’intera regione salentina, interessava anche le aree geografiche vicine, attraverso la circolazione di monete riconosciute ufficialmente per gli scambi commerciali. In base ai ritrovamenti dei reperti archeologici, le monete venivano coniate in alcuni dei centri più importanti, come Balethas (Alezio), Brention/Brentesion (Brindisi), Graxa (forse Gallipoli o Porto Cesareo), Kasarium (forse Casarano), Nareton (Nardò), Orra (Oria), Ozan (Ugento), Samadi (non meglio identificata). Nelle monete più antiche, coniate prima della conquista romana del III secolo a.C., il nome della città è in lingua messapica/greca: Ozan, Graxa, Balethas, Nareton, Taras. Dopo la conquista romana i nomi delle città sono in latino: Brundisium, Orra, Tarentum, Uxentum. Vi sono stati anche ritrovamenti di monete condivise tra più paesi, come avvenne tra Carbina (Carovigno) e Brundisium (Brindisi) con la moneta “Carb-Brun”. A partire dal III secolo a.C., Kasarium e Balethas emisero monete d’argento, Nareton d’argento e di bronzo, tutte le altre in bronzo.
L’analisi delle monete rivela anche come nel “mercato comune messapico” esistesse una stretta relazione e un intreccio profondo tra le varie comunità insediate nella penisola salentina, compresa quella greca di Taranto. La figura del mitico fondatore di Taranto, Falanto, che cavalca un delfino, non si trova solo sulle monete coniate dalla zecca tarantina, ma la stessa iconografia fu adottata anche dalla zecca di Brindisi, che ospitò l’eroe spartano dopo essere stato cacciato dai tarantini, diventando in seguito l’effige principale delle monete romane di Brundisium. Altre monete d’argento con la stessa iconografia, rinvenute nella vicina Valesio, fanno pensare quanto i messapi divinizzassero il culto del fondatore di Taranto. Al di là della conflittualità storica, quelle monete testimonierebbero quanto, nella vita di tutti i giorni, fossero vicine le comunità che popolarono la penisola salentina prima della nascita di Cristo.
Se i singoli insediamenti messapici, collegati da un articolato sistema viario, che poi i romani utilizzarono e incrementarono, rappresentavano all’epoca dei microcosmi autosufficienti, talvolta anche in conflitto tra di loro, l’eco che giunge dai reperti archeologici e dalle testimonianze storiche degli scrittori greci e latini ci dice che essi erano anche accomunati da forti legami di comunità, dalla lingua, dalle divinità e da alcune pratiche di vita, come la sepoltura dei morti. Non è escluso, quindi, che, intorno al V secolo a.C., i messapi si siano uniti in una sorta di “sacra lega” per salvaguardare i propri comuni interessi e preservare l’autonomia politica ed economica dell’intera regione, contro la aggressività espansiva dei greci-spartani insediatisi a Taranto, ma anche contro le popolazioni italiote vicine.
È più che plausibile, dunque, che tra le varie tribù messapiche, che in passato avevano usato anche le armi per risolvere i loro contrasti, si sia instaurata una forte unione basata su un nuovo spirito di cooperazione e una politica condivisa, che puntava a preservare i diritti dei singoli contro ogni sopraffazione e s’impegnava a combattere usurpazioni, interne ed esterne, che potevano ledere la collettività. La dodecapoli messapica rappresenterebbe allora una vera e propria confederazione tra le principali città messapiche, basata su un giuramento solenne che stabiliva un patto di fratellanza tra i vari clan e rinsaldava il legame, fino ad allora precario, tra i vari gruppi messapici presenti sul territorio.


















