di Aldo RECCHIA
Un premio Nobel alla memoria per Sir Winston Churchill. Non è una notizia, ma solo una modesta proposta. A Churchill, del resto, un premio Nobel per la Letteratura è stato già attribuito nel 1953, quando l’interessato aveva 80 anni e a soli dieci anni dalla sua scomparsa. Ma – sia pure con uno strappo al regolamento dell’Accademia svedese – sarebbe ora che gli venisse tributato un nuovo Nobel. Questa volta – come si diceva – alla memoria, per la “Colonizzazione pacifica dei popoli”.
L’idea viene – anche se indirettamente – generata da quanto evidenziato dal prof. Rosario Coluccia, linguista e illustre accademico della Crusca, in un suo recente articolo dal titolo “Ma il booster / è più efficace / del richiamo?”, pubblicato dal “Nuovo Quotidiano di Puglia” il 2 gennaio 2022.
In questo articolo, il linguista ha avuto il merito di ricordare una grande intuizione dell’illustre statista inglese, peraltro illustrata da Churchill, in occasione del conferimento di una “laurea honoris causa”, attribuitagli dall’Università di Harward il 6 settembre 1943. Come dire, ancora in piena atmosfera di Seconda Guerra mondiale, in cui Churchill peraltro aveva avuto modo di mettere a frutto le proprie capacità di vero grande statista, con il preciso obiettivo di arrestare l’avanzata del nazismo in Europa.
In occasione del conferimento della laurea honoris causa, Sir Winston Leonard Spencer Churchill, nel corso del suo intervento ebbe modo – ricorda Coluccia – di esporre una vera e propria strategia sui vantaggi che possono essere ricavati da un imperialismo “per via linguistica”. Secondo lo statista inglese, infatti, una capillare diffusione dell’inglese avrebbe potuto senz’altro rimpiazzare – tranquillamente e in modo pacifico – l’imperialismo coloniale otto-novecentesco. Tra l’altro, stando a quanto affermato da Churchill, una lingua mondiale costituisce un vantaggio inestimabile per chi la possiede per nascita.
Detto fatto. Da questa circostanza – ricorda ancora il prof. Coluccia – venne fuori la proposta di costituire un apposito comitato per la diffusione mondiale del “basic english” (inglese di base), un piccolo contingente di parole da diffondere nel mondo intero: circa 650 nomi e 200 verbi (o altre parti del discorso), peraltro contenibili in pochi fogli di carta. Per Churchill era questo il “nuovo strumento di colonizzazione”.
Ebbene sì, non c’è che dire. Bisogna assolutamente prenderne atto e riconoscere che – a distanza di quasi 80 anni – la geniale intuizione dello statista inglese si è realizzata nei fatti, con il risultato che ormai il cosiddetto inglese di base sta “fagocitando” lingue come l’italiano, che pure sino a non molto tempo fa era considerato e invidiato come la lingua più bella del mondo.
Gli anglismi ormai hanno invaso letteralmente la nostra lingua e i nostri linguaggi. In tutti gli ambiti: dal sociale all’economia, alla comunicazione, alla politica e quant’altro.
Basta sfogliare i giornali, per accorgersi della “colonizzazione pacifica linguistica”. E dire che, approdando nel mondo giornalistico, la prima raccomandazione – rivolta allo scrivente – fu quella di non usare mai acronimi senza chiarirli subito almeno una volta nel pezzo e, soprattutto, di non utilizzare mai termini stranieri – esclusi quelli entrati nell’uso comune, come bar e record – nel pezzo e nei titoli se non quando strettamente necessari e, comunque, con la immediata traduzione.
L’arrivo del Covid-19 ha fatto letteralmente precipitare la situazione, provocando una vera e propria endemia nella collettività, in aggiunta (tra le altre) alla pandemia linguistica, che si continua a registrare tutti i giorni.
Onore e merito, pertanto, al grande statista inglese per la sua lungimirante intuizione sul nuovo strumento di colonizzazione. «Questi piani – affermò chiaro e tondo Churchill nel 1943 – offrono guadagni ben migliori che portando via le terre o le provincie agli altri popoli, o schiacciandoli con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono imperi della mente».
Dopo quasi 80 anni, alla luce della innegabile “cannibalizzazione” in atto della nostra lingua, sembra quanto mai opportuno un nuovo riconoscimento – sia pure alla memoria – al grande statista inglese, per la sua lungimiranza. Altro che gli statisti “de noantri”.
Un bel Nobel, questa volta alla memoria, per la “colonizzazione pacifica”. Nella fattispecie, del popolo italiano che rinuncia volentieri alla sua splendida lingua, privilegiando – senza colpo ferire – gli anglismi.
Meditate gente!!! Meditate!!!
Sarebbe opportuno, però, che meditassero soprattutto i nostri governanti, abbastanza inclini a privilegiare termini come booster, lockdown, smart working, green pass, meeting e così via, trascurando senza alcuna ragione i termini corrispondenti dell’italiano – peraltro abbastanza chiari ed espliciti – come richiamo, isolamento o clausura, lavoro agile, lasciapassare, incontro.
Ha perfettamente ragione il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini – ricorda ancora l’emerito prof. Coluccia – quando afferma che, continuando così, «ancora una volta si è persa una buona occasione per aiutare gli italiani a capire facilmente quello che viene loro proposto, combattendo meglio, grazie a ciò che è già linguisticamente ben noto, eventuali timori o resistenze».
E, allora: “booster” o “richiamo”?


















