Liljana QAFA

Tardi pomeriggio, l’ufficio semi vuoto, luci al neon fioche. La scrivania sembrava un archivio aperto, fogli sparsi dappertutto. Lei è sola.

Entra Elena, la collega.

«Chiara, per favore mi trovi il cliente di nome Licari? Mi dici la tipologia del contratto?»

«Certo!», risponde Chiara.

Prova a cercare e sotto voce, continua a ripetere a sé il nome Viccari.

Cercava un nome. Solo un nome.

Le era sulla punta della lingua… Viccari?

Si sente la tastiera del pc, le dita che cercavano frettolosamente il nome del cliente. No, ha sbagliato.

Rideva, rideva perché sapeva che qualcuno avrebbe usato quel piccolo errore come arma.

Elena, con lo sguardo amichevole, ma teso, la fissava.

Aspettava la sua risposta. Avevano lavorato assieme per breve tempo, nello stesso ufficio, ma a lei sembrava di conoscerla da tempo. Elena era di poche parole, ironica, scherzosa, di piacevole compagnia

Una domanda semplice, e lei che inciampava sulle lettere.

All’improvviso, appoggiata allo stipite della porta, dietro di lei appare Calogero, in pensione. Come un’ombra. Sguardo freddo. Giudicante. Un servo fedele al potere. Non della verità.

Lei rideva ancora, sì, ma non era una risata propria. Era quella risata che si fa per non urlare.

Per fortuna arriva Margherita, l’altra collega di vecchia data, sguardo solidale, prende un foglio da terra e lo porge a Chiara.

Sopra scrive con la matita il nome corretto del cliente.

Margherita sapeva.

Lei sa sempre tutto.

Sa anche cosa vuol dire lavorare con il fiato sul collo, che ogni errore può diventare una colpa.

È stata lei a trovarlo il nome giusto: Licari.

Una “L” al posto di una “V”.

Basta così poco per cadere.

Chiara si tranquillizza. Dà l’informazione richiesta a Elena. Calogero era sempre lì, dietro di lei.

Un attimo di silenzio.

Tutti se ne erano andati via. Lei spegne le luci, era l’ora per andare via.

Una figura appare in fondo al corridoio, sfocata, ma rassicurante. Era Petro, l’ha visto, il suo ex-collega scomparso da dieci anni.

Non le ha detto nulla. Non ne aveva bisogno.

Lui era lì.

Come lo era quando tutto aveva ancora un senso. Quando il lavoro era fatica, sì, ma anche rispetto.

Quando c’era qualcuno che ti diceva senza giri di parole: “Tu vali!”.