di Fernando DURANTE
Appuntamento con la tradizione nella ricorrenza di San Biagio, protettore della gola, il 3 febbraio, a Calimera. In questo giorno, i cittadini del luogo si recano a piedi (a circa tre chilometri dal paese) verso la radura dell’omonima antica masseria in cui è presente la chiesa semiipogea, dedicata al santo. A causa della pandemia, non sarà celebrata la Santa Messa. Sarà, invece, possibile effettuare una visita guidata gratuita nell’insediamento tardo medievale e l’area intorno. Luoghi che conservano, ancora oggi, segni leggibili nel terreno: tracciati viari antichi, gonfi per montare a cavallo, l’aia, la “scuola” estiva dello studioso e ricercatore dell’antico grico, che ancora si parla in paese, Vito D. Palumbo; la “neviera (luogo in cui si conservava il ghiaccio che cadeva nel periodo invernale, fino all’estate)”. Per i Calimeresi, la ricorrenza è legata al mondo contadino e dei carbonai, mestiere, quest’ultimo, che per oltre due secoli è stato sinonimo di calimeresi. La storia racconta che, all’inizio dell’ottocento, il “Grande Bosco di Calimera”, fu tolto per metà ai feudatari ed assegnato a contadini, poveri e bisognosi di terra da coltivare. Perciò, iniziò un grande disboscamento. La legna serviva per l’inverno, ma le piccole case dei contadini non avevano spazio per conservarla. Fu trasformata in carbone, che -per molti- divenne il nuovo mestiere, perché ne occupasse meno. La chiesetta semiipogea affrescata, fu rilevata dal circolo culturale, Ghetonìa, negli ultimi anni 80 del secolo scorso, e venne vincolato con Decreto del Ministero dei Beni Culturali. Purtroppo, attende ancora il recupero e la valorizzazione. L’impalcatura realizzata dal circolo venticinque anni or sono per proteggere il manufatto, esposta alle intemperie, andrebbe sostituita ma, fino ad oggi, agli auspici non sono seguiti gli interventi pubblici indispensabili.


















