di Gianfranco PERRI
Nel 553 dC, la rovinosa ventennale guerra greco-gotica si era conclusa con la vittoria dei Bizantini dell’imperatore Giustiniano e la sottomissione dell’intera penisola italiana, ma dopo pochissimi anni quella vittoria si rivelò essere stata del tutto pirrica, giacché a partire dal 568, i nordici Longobardi penetrarono in Italia dal Friuli sotto la guida del loro re Alboino e dilagarono occupando Pavia, che divenne la loro capitale. Quindi, si infiltrarono nel Sud della penisola e si insediarono a Spoleto e a Benevento, dove fondarono due potenti ducati.
I Longobardi assoggettarono i locali con una occupazione a carattere militare e agricolo che si irradiò attraverso gruppi consortili di unità stanziali, dette arimannie, sale o fare. Eliminarono la residua aristocrazia di origine romana sostituendola con una nuova casta aristocratico-militare, si spartirono terre e genti e, da ariani quali erano, non risparmiarono neanche atti di persecuzione ai danni della Chiesa cattolica.

I Bizantini organizzarono la difesa in prossimità delle coste e intorno ad alcune città fortificate, riuscendo inizialmente a conservare la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, Roma, l’esarcato di Ravenna con la Pentapoli, il Bruzio (l’attuale Calabria), parte della Campania e della Apulia e tutta la Calabria (l’attuale Salento) con le sue importanti città costiere di Taranto, Gallipoli, Castro, Otranto, e Brindisi, città che con gli anni furono sottoposte dai Bizantini a un impoverimento progressivo con il quasi totale ripiegamento dell’iniziativa economico-produttiva, privata e statale. Tra esse, unicamente Otranto, elevata a centro del potere regionale bizantino, divenne un polo dinamico e di grande rilievo, affermandosi come emporio di quella parte rimasta bizantina.
Dopo il fondatore Zottone, la guida del Ducato di Benevento passò nel 591 a Arechi I, il quale nei primi anni del suo ducato propugnò assalti e distruzioni di centri abitati, in molti casi con la relativa soppressione delle sedi vescovili: Canosa cadde nel 591, Cuma nel 592, Capua tra 593 e 594, Venafro non più tardi del 595 e Crotone nel 596. Poi, conclusa nel 605 una pace con i Bizantini, Arechi I si occupò di organizzare amministrativamente il Ducato mediante la figura dei gastaldi e di fortificarne i confini, consolidandolo come entità politica autonoma e indipendente dal regno di Pavia. Arechi I governò mezzo secolo e alla sua morte, nel 641, i presidi meridionali bizantini si erano notevolmente ridotti, essenzialmente limitati alla Sicilia, a Napoli, Amalfi, Gaeta, Sorrento, alla parte nord del Bruzio, alle città costiere pugliesi di Trani e Bari, e a quelle salentine di Brindisi, Otranto, Castro, Gallipoli e Taranto.
I Longobardi beneventani si convertirono al Cristianesimo sotto il governo di Romoaldo – divenuto duca nel 671 – per opera di San Barbato a cui fu attribuita una miracolosa intercessione in favore della città di Benevento durante l’assedio bizantino dell’imperatore Costante II, il quale – sbarcato a Taranto nella primavera del 663 e risalita la Puglia saccheggiando Oria, Ceglie, Conversano, Monopoli, Bari, Ordona, Siponto, il santuario dell’arcangelo Michele, distrutte Lucera e Troia e sconfitto in Acerenza – s’inoltrò nel Sannio senza però riuscire a conquistare Benevento.
Morto Costante II, Romoaldo I intraprese la riconquista dei territori perduti e ne conquistò anche di nuovi, tanto che all’inizio dell’VIII secolo il ducato giunse a comprendere i tre quarti di tutti i territori dell’Italia meridionale, mentre ai Greci restarono: in Campania solo i ducati di Gaeta Napoli e Amalfi, nel Bruzio solo Crotone e Reggio e solamente Gallipoli e Otranto nel Salento, dove Romoaldo I aveva conquistato Taranto Oria e Brindisi.
Da allora, circa il 680, in quel confine Sudest del Ducato di Benevento, la linea di frontiera tra territori longobardi e bizantini si stabilì subito a sud della direttrice Taranto-Oria-Brindisi, mentre il governo bizantino trasferì da Otranto al Bruzio meridionale la capitale del Ducato di Calabria, conservandone il nome anche quando finì per comprendere per lo più terre riconducibili al Bruzio, che assunse da allora il suo nome attuale di Calabria.

Su quella linea di frontiera in Puglia, le tracce dell’effettivo stanziamento longobardo lungo la direttrice salentina Taranto-Oria-Brindisi rimasero alquanto evanescenti, non essendoci riscontri certi dell’esistenza di un fronte fisico – un limes – ermetico, ma solo evidenze di contiguità di influenze non arginate da confini stabili e duraturi. I Longobardi, la cui influenza si stemperava nel Salento settentrionale e svaniva del tutto da Otranto in giù, infatti, non furono in grado di riempire del tutto il vuoto di potere che in quella fascia intermedia pur lasciava la debole amministrazione bizantina e di conseguenza, Bisanzio, pur avendo trasferito nel Bruzio la sede del governatore e anche lo stesso nome di Calabria, non cessò di considerare la situazione pugliese come una guerra interrotta, programmandone e, infine, completandone la riconquista dopo due secoli, a fine secolo IX.
I Longobardi comunque, con il preciso e cosciente intento di sottrarre le popolazioni locali all’influenza culturale dei Bizantini – che non rinunciarono mai a poter espellere completamente dalla penisola – portarono avanti una lenta ma costante opera di penetrazione nella mentalità, nel costume e negli ordinamenti giuridici delle popolazioni indigene. Così, Longobardi, Apuli e parte dei Salentini, finirono accomunati per le abitudini, gli interessi, la cultura, la religione e per il diritto consuetudinario longobardo che, specialmente in materia matrimoniale, regolamentava i rapporti tra le persone.
«Mentre nessun elemento sembra confortare l’idea dell’esistenza di una sorta di cordone, un luogo geometrico lineare, che è sottesa alla proposta di un fantomatico “limitone dei greci” privo di prove documentarie, un’idea di esistenza di rapporti in auge dentro tale frontiera è, invece, suggerita dallo studio di alcuni caratteri culturali della regione noti per l’epoca bassomedievale e moderna. Sul piano del diritto, Bisanzio sembra riconoscere con la stessa denominazione del Thema di Langobardia che trattasi in gran parte di un paese longobardo, dove, tuttavia, l’impronta cattolica romana e del diritto germanico, maggioritaria fino a Bari, è meno intensa più a sud. I costumi della Puglia centro-settentrionale si fonderanno sul longobardo Editto di Rotari del 643, ancora fino all’XI-XII secolo. A sud di Lecce, invece, la popolazione di costume romano-bizantino appare numerosa, se non maggioritaria. Il progressivo attenuarsi dei caratteri culturali veicolati dai Longobardi su un substrato bizantino, potrebbe, allora, riflettere una relativa coesistenza nella zona tra Bari e Lecce. Parallelamente, sul piano linguistico, i dialetti pugliesi settentrionali accolgono le novità romanze di tipo napoletano, l’area compresa fra Taranto e Brindisi ne accoglie solo alcune e i dialetti basso-salentini conservano tutte le caratteristiche della parlata tardo-latina. È, perciò, verosimile che quando fu interrotta l’unità linguistica meridionale, i territori controllati dai Longobardi abbiano accolto le nuove condizioni linguistiche che si andavano sviluppando.» [Stranieri G. Un limes bizantino nel Salento? La frontiera bizantino-longobarda nella Puglia meridionale. Realtà e mito del limitone dei greci in Archeologia Medievale XXVII, 2000]
Dario Stomati però, nel suo “Memorie disperse. Frammenti di storia tra gli ulivi. L’Alto Medioevo nel Salento” pubblicato nel 2019, in relazione al “limitone dei greci” afferma esattamente il contrario.
«A segnare ancora la linea ideale e storica dell’insediamento longobardo in Puglia, va posto in risalto il sostrato linguistico dei dialetti pugliesi. È stato infatti dimostrato come nel Salento le aree linguistiche bizantina e longobarda si distinguano nettamente sulla base di precise specificazioni dialettali, come, ad esempio, quella delle diocesi di Brindisi, Oria e Nardò, che hanno accettato innovazioni provenienti perfino dal barese, da quella delle diocesi di Otranto, Castro, Ugento e Alessano, piuttosto conservatrici e poco sensibili agli influssi esterni. Questo “confine fonetico” può avere una spiegazione solo su basi storiche, in quanto là dove si formò un confine politico, amministrativo e militare fra territori longobardi e territori bizantini, là si formò anche un importante confine linguistico. Un confine linguistico che rimane incerto in un’area piuttosto ampia, come quella della diocesi di Gallipoli, che a volte concorda con l’area conservatrice otrantina, a volte con quella innovatrice neretina, per il continuo flusso e riflusso delle due distinte dominazioni, bizantina e longobarda.» [Fonseca C.D. I Longobardi in La storia della Puglia I. Editore Mario Adda, Bari 1979]
Anche se l’anno della conquista longobarda di Brindisi non è riportato esplicitamente in alcuna fonte, si sa per certo – vedi Paolo Diacono – che deve essersi prodotta durante il ducato di Romoaldo I, quindi tra il 671 e il 687. Pertanto, durante due interi secoli – tra circa il 680 e circa l’880 – Brindisi restò “formalmente” longobarda. E che ne fu di Brindisi in tutto quel tempo? Ebbene ben poco, a giudicare dalla carenza estrema di fonti storiche pervenute, solitamente indizio di mancanza di eventi, circostanze e personaggi da riferire e quindi, forte indizio di marcata decadenza, associata, anche e certamente, ad un progressivo processo di depopolamento ed alla conseguente perdita della stessa fisionomia urbana della città. Del resto, già durante i cent’anni precedenti la conquista longobarda, la città aveva sofferto un progressivo decadimento socioeconomico che, innescato dalla guerra greco-gotica, era proseguito e si era aggravato sotto la disastrosa amministrazione – inefficiente, esosa e corrotta – del governo bizantino insediato a Otranto.

Quando i Longobardi di Romoaldo I presero l’impoverita città – in buona parte già abbandonata dai suoi abitanti in fuga – non sapendo come gestire quel porto che i Bizantini avrebbero potuto utilizzare per aprirsi una comoda testa di ponte sul territorio peninsulare più a nord di Otranto, decisero di non recuperarla e la lasciarono sopravvivere solo in grazia alla propria sorte, preoccupandosi unicamente che non se la riprendessero i Bizantini. Preferirono invece, elevare a loro caposaldo regionale la vicina Oria, già ricca roccaforte bizantina, localizzata in posizione strategica e facile da difendere in quanto lontana dalla costa e arroccata su una altura. E benché non ci siano elementi del tutto certi per stabilire la data in cui anche il vescovo brindisino trasferì la sua sede a Oria, è probabile che ciò avvenne in quello stesso frangente storico e, forse, furono gli stessi Longobardi, avviati a convertitisi intorno a quegli anni al cristianesimo romano, a favorire l’instaurazione per la prima volta in quella città di una cattedra episcopale tra fine ‘600 e primi ‘700.
Quando nel 771 Carlo Magno scese in Italia e sconfisse i Longobardi del Nord, rinunciò ad estendere il proprio controllo sulle longobarde terre meridionali, preferendo mantenere in vita uno stato longobardo in qualche modo a lui sottomesso, anche se irrequieto, piuttosto che sottometterlo del tutto e stimolare imbarazzanti richieste di ampliamento territoriale a Sud da parte pontificia, nonché attivare pericolose frizioni con l’impero bizantino, confinante proprio lungo il già commentato labile limes distribuito sulla direttrice Taranto-Oria-Brindisi.
E così Brindisi restò ancora formalmente longobarda, pur se in pratica vi restò quasi da “città fantasma”. Difatti non compare mai come centro nevralgico di una qualche suddivisione amministrativa; non fu né gastaldato né emirato e della città, evidentemente quasi spopolata e senza un’economia minimamente valida, nelle cronache dell’epoca se ne risente parlare solo nell’838, quando sullo scenario meridionale d’Italia, affianco ai tre preesistenti contendenti, bizantini, longobardi e franco-imperiali-sacro-romani, comparve un quarto litigante: i Saraceni, musulmani berberi nordafricani provenienti dalla loro nuova vicina base, la Sicilia, che da poco più di una decina d’anni avevano cominciato ad occupare sottraendola ai Bizantini e da cui avevano cominciato a guardare all’Italia peninsulare come ad una meta di facili scorrerie, in una delle quali risalirono per la prima volta l’Adriatico e nell’838 s’impadronirono di Brindisi.

Racconta il Chronicon Salernitanum che il principe Sicardo, appena saputolo, accorse da Benevento a Brindisi con numerose forze a cavallo per respingerli, ma fu bloccato da un banale tranello: gli assalitori, scavata una trincera in prossimità dell’ingresso alla città, la ricoprirono con rami e con zolle di terra e vi attirarono il nemico che cadde nella trappola subendo gravissime perdite; lo stesso Sicardo riuscì solo fortunosamente a salvarsi. I Saraceni poi, avuta notizia che dopo lo scacco il principe Sicardo preparava la rivincita, non esitarono a dar fuoco alla città e a ritirarsi, non senza averla depredata del poco ancora depredabile. Sembra che alcuni di loro si stabilirono una quindicina di chilometri più a nord, nella strategica e protetta baia di Guaceto, ove costruirono un campo trincerato che utilizzarono a lungo come base per le loro scorrerie.
Nell’840 i Saraceni risalirono le coste della Calabria ed occuparono Taranto e qualche anno dopo, nell’847, espugnarono anche Bari. E per Brindisi, vicina sia a Taranto che a Bari, non ci furono molte possibilità di scampo, ubicata com’era proprio nel mezzo di quella labile frontiera, sul limes longobardo-bizantino. Nonostante un primo tentativo fallito del sacro romano imperatore Ludovico II, infatti, i Saraceni continuarono a spadroneggiare in Puglia e dintorni e quando nel marzo dell’867 l’imperatore ridiscese in Puglia per scacciare i Saraceni, solo riuscì a liberare Venosa Matera Canosa e Oria. Poi, dopo qualche anno ritornò e agli inizi dell’871 finalmente espugnò Bari liberandola dal trentennale dominio arabo.
Nell’880 anche i Saraceni di Taranto, dopo quarant’anni di occupazione, furono scacciati dalle forze bizantine dell’imperatore d’Oriente Basilio I e nell’885 l’abile stratega bizantino Niceforo Foca estese l’offensiva su quasi tutto il Meridione continentale, riconquistando sia le città ancora rimaste in mano araba e sia gran parte dei territori ancora occupati dai Longobardi. I limiti territoriali di quella cosiddetta “seconda” conquista bizantina non si trovano definiti con esattezza nelle fonti, ma è verosimile che abbiano compreso tutta la regione che si estende dalla valle del Crati fino a Taranto e che siano arrivati fino a nordovest di Bari, liberando comunque tutti i territori continentali dalla presenza araba e restringendo di parecchio le aree rimaste soggette al controllo dei Longobardi.
Certo è, comunque, che fu nel contesto della campagna di Niceforo Foca che Brindisi tornò sotto il formale controllo dei Bizantini, i quali, dopo i duecento anni della parentesi longobarda, la ritrovarono in condizioni pietose, forse persino peggiori di quelle in cui l’avevano lasciata. La Brindisi longobarda, infatti, altro non era stata che una “città fantasma”.


















