di Gianfranco PERRI
Grazie all’opera di Tacito Publio Cornelio, lo storico romano vissuto tra il 1º e 2º secolo d.C., ci è stato dato di sapere – Annali, Libro IV (27) – che nel 24 d.C. sotto l’impero di Tiberio ci fu in Brindisi una grave rivolta antiromana di schiavi, che ebbe molta risonanza, che fece molto scalpore fin nella stessa Roma e che non trascese quanto avrebbe ben potuto, solo – a dire di Tacito – per le casuali fortunose circostanze, naturalmente sfortunate per i rivoltosi, che ne permisero la tempestiva violenta e definitiva soppressione.
Sin dall’epoca di Augusto si erano andati creando nella Calabria – l’attuale Salento – latifondi sempre più vasti che già negli ultimi tempi della Repubblica cominciarono ad essere posseduti non più da proprietari locali più o meno facoltosi, quanto da ricchi nobili e potenti proprietari romani – la zia di Nerone, Domizia Lepida, ne possedeva di molto estesi – ed in conseguenza in gran parte del territorio agricolo salentino si erano accumulate squadre, se non addirittura schiere, di schiavi. Schiavi che erano posseduti non solo dai privati, ma anche dagli enti pubblici imperiali gestori del ‘ager publicus’ quando non appartenevano direttamente ai tanti latifondi finiti nel ‘patrimonium principis’ il patrimonio familiare imperiale.
In media il lavoro di uno schiavo non superava il ventennio e verso i quarant’anni d’età, per lo più, o era morto o diventava libero per così confluire nella plebe. Liberi, meglio detti liberti, si diventava con una libertà che si otteneva comprandola dal padrone con l’eventuale ‘peculium’ ricevuto come ricompensa o regalia del lavoro extra a cui gli schiavi erano incentivati dallo stesso padrone, il quale vendeva loro volentieri la libertà giacché con quell’incasso comprava a sua volta uno schiavo più giovane, rinnovando in questo modo la ‘merce’ quasi completamente a spesa dello schiavo precedente. Se questo poi avesse avuto figli che avesse voluto liberare, avrebbe messo da parte un altro ‘peculium’ lavorando duro per quello durante il resto della sua vita.

In quel contesto storico, l’accumulazione di schiavi in una contrada ne accentuava inevitabilmente l’insicurezza politica a causa dello stato di costante potenziale ribellione diffuso tra gli schiavi, che solamente il pugno di ferro costringeva al lavoro coatto sotto una disciplina per lo più durissima. I metodi repressivi nell’impero erano ammessi dalla legge e dal costume, tanto che nel 58 d.C. sarebbe stato emanato un feroce decreto senatoriale, inteso a salvaguardare la vita dei grandi proprietari circondati di schiavi, con cui si intimava “condannare a morte tutti gli schiavi che fossero sotto lo stesso tetto, compresi quelli già destinati a libertà per testamento, nel caso che fosse ucciso il loro padrone”. Un decreto che negli anni fu più volte rigorosamente applicato.
Agli occhi dei detentori del potere politico e militare, infatti, diventava delittuoso perfino allargare le maglie della disciplina; trattare umanamente gli schiavi poteva far nascere il sospetto d’una collusione politica a fini eversivi, giacché si temeva che tra il gran numero esistente di gruppi servili potesse d’improvviso accendersi una vasta sedizione. L’accusa che nel 54 d.C. uccise la citata Domizia Lepida, malignamente architettata da Agrippina minor moglie di Claudio e forse poggiante su qualche fondamento, fu proprio quella d’aver allentato nei suoi latifondi calabri, le norme della disciplina degli schiavi divenuti così, pericolosamente incontrollabili.
Il rischio delle ribellioni schiaviste nei territori italiani romanizzati, in effetti, era stato da molto tempo una costante, e proprio gli schiavi della Calabria avevano costituito con frequenza un grosso problema per la classe dominante romana, mentre non mancò chi pensò bene di sollecitare, o finanche aizzare, quelle masse schiave per rivoltarle contro il potere costituito. Per solo citare il caso più famoso: quando nel 73-71 a.C. Spartaco, fuggito dalla scuola gladiatoria di Capua mise a soqquadro l’ordine repubblicano, inseguito dalle truppe di Crasso raggiunse il corso del Sele e per sfuggire alla morsa, come ultima carta, cercò di raggiungere il passo di Conza, con l’idea di scendere in Puglia e sollevare le enormi masse servili presenti in quel territorio. E forse ci sarebbe anche riuscito, se non gli fosse stato sbarrato il passaggio, obbligandolo quindi a battersi e, inevitabilmente, a soccombere alle armi romane.
E Spartaco non fu certo il solo né l’ultimo a perseguire l’obiettivo di rivoltare contro il potere centrale romano le masse servili e schiave. Se ne può aver conferma dalle pur scarse notizie pervenute di congiure nelle quali furono implicati servi e schiavi, a partire dal famoso ‘bellum servile’ di Sesto Pompeo – che nel 42 a.C. per sfuggire alle proscrizioni della ‘Lex Pedia’ reclutò una flotta composta da ex schiavi e pirati con cui occupò la Sicilia la Sardegna e la Corsica e si diede alla pirateria impedendo i rifornimenti a Roma – fino ai tempi, appunto, di Tiberio. L’azione promossa nel 19 a.C. contro Augusto dall’ex pretore Ignazio Rufo che aveva acquisito un crescente favore popolare, non sfociò in aperta rivolta, ma quando fu arrestato e giustiziato, gli schiavi da lui addestrati per il servizio contro gli incendi avrebbero potuto costituire una pericolosa forza d’urto.

Quando, morto nel 14 d.C. Augusto, fu assassinato Agrippa Postumo, il suo schiavo Clemente, che per età e aspetto somigliava al suo padrone, ne sottrasse le ceneri e si nascose in attesa che gli crescessero capelli e barba. Quindi, servendosi di abili complici, fece diffondere macchinosamente la notizia che – per dono degli dei – Agrippa era vivo e salvo, e che una gran folla l’aveva accolto al suo sbarco a Ostia diretto a Roma e che tanti uomini potenti in città l’attorniavano in riunioni clandestine per appoggiarlo contro Tiberio e prenderne il posto. Questi da parte sua, preoccupato per l’appoggio che quell’avventuriero andava evidentemente raccogliendo, indeciso tra fare arrestare quello schiavo o lasciare che il tempo dissipasse l’illusione, risolse infine mandarlo a catturare con un inganno e farselo portare al cospetto. Si dice che alla domanda di Tiberio, su come fosse diventato Agrippa, abbia risposto: “come tu sei diventato Cesare”. Tiberio non riuscì a costringerlo a denunciare i complici e non osò giustiziarlo sotto gli occhi di tutti, ma lo fece uccidere in segreto facendone scomparire il cadavere. E benché girassero voci insistenti e credibili su protezioni e aiuti prestati allo schiavo da parte di appartenenti alla stessa casa del principe, oltre che da cavalieri e da senatori, nessuna indagine fu avviata. [Tacito – Annali]
Ma ecco quello che invece, a proposito della rivolta di Brundisium, relata Tacito nel IV Libro dei suoi Annali: «In quella stessa estate [24 d.C.] solo ‘il caso’ annientò i germi, già sparsi in Italia, di una guerra servile. Ad organizzare la rivolta fu Tito Curtisio, un tempo soldato di una coorte pretoria, il quale, dapprima con riunioni clandestine presso Brindisi e nei borghi circostanti, poi con pubblici proclami chiamava alla libertà gli schiavi impiegati nei campi e nei pascoli di quel vasto territorio, gente dura e decisa. Ma, quasi per grazia degli dèi, approdarono tre biremi, impiegate a protezione del commercio su quel mare. Sempre in quelle regioni si trovava il questore Curzio Lupo, cui, secondo un antico costume, era toccata la giurisdizione sulle vie di comunicazione. Costui, fatti intervenire quei reparti di marina, stroncò la sedizione proprio quando stava per scoppiare. E il tribuno Staio, inviato in tutta fretta dall’imperatore Tiberio con effettivi consistenti, trascinò il capo della rivolta e gli organizzatori più audaci a Roma, già allarmata per la massa degli schiavi in vistosa crescita, mentre la popolazione libera diminuiva di giorno in giorno».
Si sa molto poco di Tito Curtisio, praticamente solo che era un ex soldato pretoriano. Da quando e perché era a Brindisi non se ne ha idea, mentre si è ipotizzata la presenza stabile di pretoriani a Brindisi nella prima età imperiale, sulla base di considerazioni relative alla cronologia di alcune iscrizioni di militari su stele funerarie rinvenute in città e di un caso specifico interamente documentato – C. Ventidius Bales – corrispondente a un veterano pretoriano stabilitosi a Brindisi dopo il congedo e sepolto con suo figlio morto a due anni.
Meno ancora si sa delle ragioni e dei piani effettivi per cui l’ex pretoriano Tito Curtisio avesse intrapreso il fomentare quella sua convinta e insistente azione sovversiva tra gli schiavi del Salento. Un’azione che si svolse a Brindisi e città limitrofi ‘apud Brundisium et circumiecta oppida’. Dapprima avviò incontri clandestini con gruppi isolati ‘coetibus clandestinis’ e poi addirittura fece giungere manifesti ‘libellis’ di eccitamento alla rivolta anche in località più lontane ‘per longinquos saltus’. Auspicando la lotta armata della classe oppressa contro gli oppressori, nei discorsi e nei manifesti reclamava la libertà delle squadre servili addette ai lavori dei campi particolarmente esasperate dall’enorme sofferenza fisica ‘ad libertatem vocabat agrestia et ferocia servitia’. [La Schiavitù nell’Italia Imperiale. I-III Secolo di E. M. Staerman & M. K. Trofimova, 1975]
Nelle Regio italiche, il rispetto delle leggi che sul territorio regolavano quanto relativo alle vie di comunicazione erano all’epoca affidati al ‘questore’, un magistrato di basso rango che, pur avendo perduto importanza sotto il principato, oltre ad essere addetto alla regolamentazione dei pascoli conservava tra le sue attribuzioni anche quella di polizia delle coste con l’eventuale comando delle operazioni militari che potevano derivarne. Il questore Curzio Lupo, competente sul territorio salentino e che in qualche modo era stato posto in allarme, si era fatto presente nelle zone interessate dalle attività sovversive del Curtisio.
Apparentemente, giusto poco prima che Curtisio desse formale inizio alla rivolta in armi delle squadre servili e comunque in procinto di completarne la mobilitazione, il questore Lupo s’imbatté nei rivoltosi radunatisi presso uno dei porticcioli salentini dell’Adriatico proprio nello stesso momento in cui inaspettatamente e “per caso” ‘velut munere deum’ vi giunsero tre delle biremi romane addette al servizio di guardiacoste per la sicurezza dei trasporti marittimi. Ed a quel punto, il questore Curzio Lupo solo dovette ordinare ai soldati della marina romana di piombare su quei primi assembramenti di schiavi rivoltosi armati, per discioglierli ed arrestarne i capi. E così accadde: la pericolosa sedizione maturata in terra di Brundisium era stata stroncata sul nascere.
Nel mentre, a Brindisi giungeva da Roma un tribuno militare tempestivamente inviato dall’imperatore Tiberio con ingenti forze: Stazio, il quale, avendo verificato come la sommossa fosse già stata sedata, procedette solertemente ad eliminarne sommariamente ogni residuo indizio e condusse a Roma Curtisio con tutti i rimanenti capi della congiura. A Roma furono tutti condannati e giustiziati d’accordo con la legge vigente: crocifissi tutti gli schiavi e battuto mediante flagellazione il veterano pretoriano Tito Curtisio.
Per concludere, ecco qualche disaccordo in merito alla versione tramandataci da Tacito sulla vicenda brindisina:
«Verosimilmente non fu ‘il caso’ a reprimere il movimento sovversivo, ma fu grazie a un’efficiente organizzazione poliziesca, con un funzionale servizio per terra e per mare appoggiato dalle forze armate». [Puglia romana di Vito Antonio Sirago, 1993]
«Il racconto di Tacito appare francamente esagerato: la rivolta di Curtisio non fu affatto paragonabile a quella di Spartaco, ma ebbe un carattere del tutto locale. Le altre regioni rimasero tranquille, non perché le condizioni degli schiavi fossero migliori, ma perché mancavano capi e organizzazione». [Tiberio dalla finzione alla pazzia di Zvi Yavetz, 1999]
D’altra parte, però, se un trentennio dopo i fatti di Brundisium la semplice accusa di scarsa severità con gli schiavi fu causa di morte per la nobile Domizia Lepida, vuol dire che la paura provocata dalla possibile rivolta delle masse servili era pur sempre viva, anche perché gli schiavi del Salento erano restati indomabili e, di fatto, non atterriti nemmeno dalla crocifissione. Certo è, comunque, che quell’episodio in apparenza puntuale meriterebbe molti altri approfondimenti: per esempio sul gran numero degli schiavi presenti intorno a Brindisi, sui torbidi che potevano scoppiare da un momento all’altro localmente ma con ripercussioni perfino nella lontana capitale dell’impero, sul tempestivo e feroce intervento delle forze repressive romane, e molto altro. Ma sarà per qualche altra buona occasione!


















