di Giorgio MANTOVANO
Leonardo Prato fu un celebre condottiero nel XV secolo. Menzionato dal Guicciardini, ebbe fama considerevole.
Cavaliere di Rodi e Gran Croce di Malta, si guadagnò i favori di Ferrante d’Aragona e fu ritenuto quasi un Re nel regno di Napoli.
Combattè contro i Turchi a Rodi nel 1479. Poi, passato a servire la Repubblica di Venezia, divenne presto Comandante Supremo della cavalleria veneta.
Fu ucciso nel 1507 combattendo contro l’esercito di Ludovico II di Francia. I veneziani ne celebrarono la memoria erigendogli una statua accanto ai monumenti dei Dogi Mocenigo, Naldo e Morosini.
In Lecce, sulla via intitolatagli, sorse il Palazzo di famiglia col famoso Arco. Verso la fine del Settecento qui accadde un gustoso aneddoto, quando Ferdinando IV di Borbone giunse in visita a Lecce il 22 aprile 1797.
Il sovrano volle visitare la città e le sue chiese. Era accompagnato dal sindaco Oronzo Mansi. Giunti nei pressi dell’Arco, il primo cittadino disse con particolare orgoglio: “Maestà, questo è l’Arco di Prato”.
Secca la risposta di Ferdinando IV: “Me ne strafotto, io, dell’Arco”. Nel frattempo i leccesi avevano mal sopportato la lunga permanenza del re in città ed il conseguente rincaro dei generi alimentari. Quando giunse il momento della partenza, la mattina dell’8 maggio, Piazza Duomo apparve tristemente deserta.
Il sovrano irritato chiese spiegazioni al sindaco. Il Mansi, memore dell’affronto subito, rispose: “Maestà, Lecce è città te l’arte: se nde futte te ci rria e de ci parte”.
Nella Villa comunale, tra i busti dei salentini illustri, compare anche quello di Leonardo Prato, scolpito da Eugenio Maccagnani nel 1889.
Nel 1938 Corallo Menotti compose la canzone “Arcu de pratu”, musicata dal fratello Gino e cantata poi negli anni ottanta da Bruno Petrachi, grande interprete della canzone popolare salentina, scomparso nel 1997.
In quei famosi versi, “Sìmu leccesi core presciatu sòna maestru arcu te Pratu”, vive lo straordinario inno d’amore per la città.


















