La battaglia di Maleventum - da allora Benevento - nel 280 a.C.

di Gianfranco PERRI

Anche se si potrebbe partire da ancor prima, provo a farlo da un numero rotondo, per esempio: mille anni prima della venuta di Cristo. E già… perché a quell’epoca Brindisi già esisteva, visto che l’aveva fondata nientemeno che Brento, figlio di Eracle, il quale deve esser passato da quelle parti tra il 1200 e il 1100 a.C. Taranto, invece, ha una data di nascita ben precisa: 706 a.C. e fu fondata da fuoriusciti spartani guidati da Falanto, il quale poi subì un vero e proprio ostracismo per cui dovette andare in esilio e rifugiarsi a Brindisi, dove morì e fu onorato con una splendida tomba dai Brindisini, che non vollero mai restituire ai Tarantini il suo corpo. Ebbene, quei Lacedemoni giunti da Sparta e sbarcati sulla costa ionica presso la foce del fiume Taras, di fatto invasero un territorio già abitato: un territorio appartenente alla Messapia – la cui città principale era proprio Brindisi – che si estendeva da sopra l’istmo Taras-Brunda (Taranto-Brindisi) verso sudest, fino a tutto il Capo.

In quel 1000 a.C., a nordovest della Messapia c’era la Peucezia e più a nord ancora la Daunia, per costituire tutte e tre quelle subregioni la Japigia, su di un territorio pressoché coincidente con quello dell’attuale Puglia. E tutte le genti che l’abitavano già da secoli, gli Japigi, avevano avuto anche loro origine orientale, illirica tra le ipotesi attualmente più accreditate, si erano insediate a più ondate e si erano poi gradualmente differenziate in Dauni, Peucezi e Messapi. Questi ultimi, i popolatori della parte peninsulare della Japigia, comprendevano due gruppi distinti per i quali si usarono due etnici distinti: i Calabri stanziati più a nord e a est, intorno a Brindisi, e i Salentini stanziati nel restante territorio, più a ovest e a sud fino a tutto il Capo.

In quel contesto, gli invasori Lacedemoni di fine VIII secolo a.C., in numero probabilmente limitato a poche centinaia, poterono inserirsi con relativa facilità tra gli indigeni che, pur eventualmente più numerosi, erano civilmente tecnicamente e militarmente meno evoluti e a quel tempo non curavano troppo le coste ioniche, svolgendo i loro scambi commerciali prevalentemente sull’Adriatico. Quei Messapi pertanto, probabilmente in quel settore ionico della penisola più Calabri che Salentini, a fronte dei diversi e ripetuti attacchi iniziali dei nuovi arrivati, indietreggiarono senza opporre grande resistenza, mentre gli invasori necessitati di terreno per pascolo e per coltivazione, forzarono per anni la loro avanzata sulla terraferma, spingendosi lungo la fascia litoranea dello Ionio: a nordovest fino ai limiti del territorio metapontino, dove già vi era insediata una colonia di Achei, e a sudest fino a debita distanza dall’importante centro messapico di Manduria.

Manduria, Parco Archeologico delle mura messapiche e della necropoli

Nel mentre, Taras cresceva e prosperava, sia economicamente che urbanisticamente, sfruttando a pieno il già vasto e ricco territorio occupato nell’entroterra e, soprattutto, grazie alla particolare posizione geografica del suo porto, divenendo in breve punto obbligato di crocevia per i ricchi traffici marittimi tra Oriente e Occidente.

Si sa poco degli scontri dei primi tempi tra Tarantini e Messapi, anche se i contrasti dovettero sorgere fin dal primo momento e, proseguendo senza sosta, dovettero presto raggiungere livelli elevati di asprezza, nella misura in cui i locali, finalmente organizzatisi, riesumarono il loro spirito combattivo, che non era propriamente scarso. Come scarsi a quel tempo non erano neanche i loro allevamenti di bestiame, la loro agricoltura estensiva, la loro arte della navigazione e il loro commercio d’ampia portata.

Verso la fine del VI secolo a.C. le frizioni tra Tarantini e Messapi – ma anche tra i Tarantini e gli ugualmente contigui Peucezi – continuarono ad accentuarsi come conseguenza diretta del desiderio e della necessità degli ellenici di allargarsi finché, durante il primo trentennio del V secolo, tra il 500 a.C. e il 470, le operazioni militari deflagrarono.

Dapprima, nel 500 a.C., i Tarantini sconfissero sul campo i Messapi e quindi occuparono la loro città di Carbina – attuale Carovigno, a 28 Km da Brindisi – commettendo atrocità d’ogni tipo sulla popolazione inerme finché… “per intercessione divina, i colpevoli furono tutti fulminati e la loro memoria consacrata a Zeus fulminatore”.

«Cresciuti in potenza e ricchezza i Tarentini, e con ciò divenuti insolenti nella loro prospera fortuna, dandosi ad opprimere la libertà dei loro vicini, assaltarono i Carbinati probabilmente per impadronirsi delle loro terre, e la città ne distrussero. Né a ciò contenti, i fanciulli, le vergini e le matrone dei vinti congregarono nei tempi, dove le lasciavano ignude così a chi voleva vederle, come a chi piaceva abusarne. Tutti fulminati dal nume caddero quegli autori di tanta nefandigia e sino al tempo del cipriota Clearco di Soli – il quale nella seconda metà del IV secolo a.C. lo scrisse nel suo IV libro delle Vite – si vedevano a Taranto, davanti le case di quegli scellerati, alcune colonne su cui ne erano scolpiti i nomi per i quali non si offrivano sacrifici né libazioni, ma si sacrificava a Giove fulminatore, che tutti li aveva uccisi.»

In seguito, ci fu una altrettanto aspra guerra dei Tarantini contro i Peucezi, anche questa vinta dai primi, e finalmente – nel 473 a.C. – i Tarantini con i Greci di Reggio accorsi in loro aiuto, subirono da parte dei Messapi e Peucezi coalizzati, una gravissima sconfitta: al dire di Erodoto “il più grande massacro di Greci mai accaduto”. Dapprima furono massacrati i Reggini, bloccati sul fronte ionico intorno a Ginosa prima che si potessero unire con i Tarantini, poi toccò agli stessi Tarantini che correvano al loro incontro lungo la stessa costa. L’orrore del massacro fu enorme e come tale si diffuse nel mondo greco e a Taranto provocò la caduta del governo aristocratico della città, a seguito dello scoppio di una rivoluzione interna pro-partito democratico.

Quegli scontri dei Tarantini con gli indigeni furono documentati anche dal rinvenimento, a Delfi, delle tracce di due donari eretti dai Tarantini per le vittorie conseguite. Il primo, scolpito da Hageladas di Argo e probabilmente riferito alla prima grande vittoria dei Tarantini sui Messapi, rappresentava cavalli di bronzo e donne prigioniere. Il secondo donario, commissionato da Taranto a Onatas di Egina a ricordo dell’altra vittoria, quella sui Peucezi e Messapi coalizzati, raffigurava un gruppo di guerrieri a piedi e a cavallo con Taras e Falanto che sovrastavano e uccidevano Opis, il re dei Peucezi alleato dei Messapi.

Resti di mura messapico romane in via Camassa a Brindisi

Nella seconda metà del secolo V a.C., all’inasprimento dei rapporti con Taranto i Messapi contrapposero più stretti rapporti di alleanza con Atene in chiave anti-tarantina, nel contesto del perpetuarsi anche nella Magna Grecia delle lotte per la supremazia tra le genti dei Dori e quelle degli Achei. Durante la guerra del Peloponneso, i Messapi militarono apertamente a favore di Atene con centocinquanta lanciatori messapici che a Brindisi furono imbarcati sulle navi ateniesi dall’allora re dei Messapi, Arta, mentre Taranto riusciva a mantenersi in status di pro-spartana neutralità. Nel 425 a.C. la messapica Ceglie accorse in difesa di Eraclea contro i Tarantini, e nella guerra di Sicilia, tra 420 a.C. e 413, i Messapi si schierarono apertamente con Atene, accorsa in aiuto di Segesta in lotta contro la dorica Selinunte, protetta da Siracusa, alleata di Taranto e Sparta.

Con il nuovo secolo, il IV a.C., Taranto, sotto il nuovo governo anti-aristocratico raggiunse l’apice della sua potenza economica, culturale e politica, soprattutto grazie all’affermarsi della figura di Archita, personaggio prestigioso, eletto dal 367 al 361 a.C. a capo del governo cittadino, il quale tra tanto altro riuscì anche a far assumere alla polis tarantina l’egemonia della lega italiota, l’alleanza politico-militare formata dalle città greche dell’Italia meridionale per fronteggiare le continue incursioni dei Lucani.

La morte di Archita però, creò inevitabilmente un vuoto incolmabile. L’instabilità economica e soprattutto quella politica e militare che ne conseguì, unita alle risorte discordie interne, implicò per Taranto la scelta – suicida – di rivolgersi a milizie mercenarie guidate da condottieri stranieri per fronteggiare l’ormai incombente minaccia dei Lucani ed il risorto antagonismo dei vicini Messapi, che non disdegnarono allearsi circostanzialmene coi Lucani. E proprio quella reiterata politica di ricorrere agli aiuti militari esterni doveva costituire uno dei principali motivi di declino della città giacché, oltre a richiedere enormi risorse finanziarie, la pose in balia di strateghi stranieri, più o meno velatamente mossi da ambiziosi progetti di dominio personale.

Prima – nel 344 a.C. – fu la volta Archidamo di Sparta, che morì nel 338 a.C. durante l’assedio alla messapica Manduria. Poi Taranto si rivolse a Molosso dell’Epiro il quale, sbarcato sull’Adriatico con mal celate pretensioni di conquista, fu accolto senza ostilità dai Messapi e strinse alleanze con varie città apule. Dopo aver liberato Eraclea dai Lucani, scese verso sud attaccando i Bruttii presso Cosenza, ma fu sconfitto, trovando in seguito – nel 330 a.C. – la morte tra i monti della Sila, ucciso da un sicario lucano.

Trozzella messapica

Liberatisi dall’ambizioso Molosso, trent’anni dopo i Tarantini ricaddero nella tentazione di ricorrere a uno straniero e nel 303 a.C. fu la volta dello spartano Cleonimo, chiamato a combattere i Lucani allora alleatisi con i Romani: Taranto con le sue navi trasportò un ingente esercito di alcune decine di migliaia di unità e reclutò anche numerose truppe tra i Messapi, i quali per l’occasione pensarono bene di fare causa comune con i Tarantini contro il nuovo temibile nemico comune: Roma.  Cleonimo vinse i Lucani sul campo, ma ben presto si rivelò tutt’altro che amico dei Tarantini e dei Messapi, i quali finalmente lo obbligarono al ritiro.

In quello stesso frangente – 303 a.C. – Taranto, in mezzo alle notevoli difficoltà politico-commerciali che l’attanagliavano, concluse un trattato di non ingerenza con Roma ottenendo a cambio della sua neutralità, l’impegno della nascente potenza a non oltrepassare il Capo Lacinio. Dopo vent’anni però, Roma violò la clausola provocando la guerra, e Taranto ricorse per l’ennesima volata ad un dinasta straniero: Pirro, il re dell’Epiro che sbarcò a Brindisi nel 280 a.C. e si cimentò in una guerra quinquennale in cui, nonostante le sue conclamate vittorie – prima quella di Eraclea con la partecipazione dei famosi elefanti – i Romani conservarono sempre il controllo e alla fine vinsero, a Maleventum, costringendo Pirro alla ritirata.

I Romani, finalmente, espugnarono la greca Taranto nel 272 a.C. e pochi anni dopo completarono la conquista della penisola italica vincendo in due successive campagne l’ultima resistenza, quella della messapica Brindisi: nel 267 trionfarono sui Sallentini e nel 266 a.C. sui Sallentini et Messapii.

Da allora in avanti le due sole città rimaste tali nella regione – Brindisi e Taranto – ormai romanizzate, seguirono destini differenti. Taranto, che durante la guerra annibalica si schierò con il cartaginese, a guerra finita nel 202 a.C., fu sottoposta dai Romani a gravi condizioni, quali la confisca di una parte del territorio, il divieto di battere moneta, eccetera. Brindisi, invece, già sede di colonia latina e rimasta fedele a Roma, assurse a città di primaria importanza strategica, militare e non solo, già per la Roma repubblicana e successivamente per quella imperiale: la città più popolosa della Regio II Apulia et Calabria, che raccoglieva Hirpinos, Apuliam, Calabriam et Sallentinos. Brindisi fu il più grande e attivo centro commerciale della regione, con una precisa fisionomia che andava anche ben al di là dell’orizzonte regionale. Di una regione che comunque era, tra le undici, seconda solo alla Regio I Latinum et Campania, tanta era la considerazione in cui era tenuta quella nostra terra di frontiera.

Gianfranco PERRI
Brindisino, professore universitario e ingegnere progettista di gallerie. Appassionato studioso, scrittore e divulgatore della Storia di Brindisi, autore di numerosi articoli e vari volumi di storia brindisina. Residente a Miami, ma fedele e assiduo frequentatore di Brindisi e del Salento.