Pietro DE FLORIO
Da circa un trentennio, nella pubblicistica di massa viene messo in discussione il valore storico della Resistenza (e il cosiddetto “paradigma antifascista”) [Filippi 2021, pp. 133-139], quale elemento unificante dell’Italia, mentre prospera un mercato librario traboccante interessato a individuare le cosiddette “colpe” di episodi sanguinosi commessi dai partigiani, fatti peraltro già studiati in passato e già noti. Si fa passare l’idea che i crimini partigiani siano stati molti, impuniti e taciuti. Insomma si è cercato di scardinare il cosiddetto “mito” della Resistenza, per farlo diventare un “falso mito”, in nome della presunta concordia nazionale.

Spesso la ricorrenza del 25 aprile si riduce a uno scontro tra schieramenti politici, nell’intento di rimarcare la festa con significati nuovi e di parte, sostanzialmente diversi da quelli originari. Si mette in moto un sistema argomentativo con il chiaro tentativo di ridimensionare la pregnanza morale e l’importanza storica della lotta partigiana, al limite giustificando (o comprendendo) di chi fece la scelta di stare con Salò, oppure di mitigare la responsabilità morale delle leggi razziali o di vedere nel Fascismo qualcosa di buono. Per il nuovo revisionismo la Resistenza non fu guerra di popolo, bensì guerra civile, quasi a parificare con contrapposte motivazioni ideali partigiani e fascisti. Una sfida che raccoglie lo storico Claudio Pavone (Saggio Storico sulla moralità nelle Resistenza, 2006 in cui si rivalutano i fondamenti della lotta partigiana), spiegando dettagliatamente il fenomeno resistenziale. Lo storico parla effettivamente di guerra civile, ma in riferimento ad aree specifiche del paese dove ci fu una Resistenza più ampia (magari con alcune ambiguità), invece in altri luoghi, come nel Nord, la lotta mostrò un senso militare forte e politicamente compiuto da una importante minoranza e fu questa guerra di popolo e, al contempo patriottica, civile e di classe.
Lo scopo di questo scritto, pur con i suoi evidenti limiti, è quello di recuperare l’antico “paradigma antifascista” o resistenziale, messo in discussione negli ultimi anni, cioè di quella Resistenza che riscattò l’onore della nazione, fino alla ritrovata unità costituzionale, grazie alla scelta di coloro seppero ribellarsi e opporsi al potere nazifascista.
Prove di democrazia
L’articolato movimento della Resistenza, fondato sulla collaborazione fra partiti (Sinistra, Liberali e Cattolici) che nasce e si sviluppa dopo l’8 settembre 1943, forgia una nuova idea di stato democratico e pluralista (almeno nella intenzione dei padri costituzionali).
Ma già i semi o potenzialità della nuova Italia si potrebbero osservare nei laboratori di democrazia delle “Repubbliche” partigiane. Si tratta di piccole entità geografiche liberate dai Partigiani, nel loro insieme coprono migliaia di chilometri quadrati e sono popolate da migliaia di persone. Tra le repubbliche si segnalano quelle di Montefiorino (modenese e reggiano), Torriglia (tra il genovese e il piacentino), Valle Gesso, Valle D’Ossola, Carnia e Alto Monferrato [Salvadori 1974, pp. 135-139]. In quelle giornate tutto era da inventare e ricostruire, “dobbiamo essere il banco di prova – sosteneva il presidente socialista Tibaldi nel discorso di insediamento a Domodossola (Val D’Ossola) – delle capacità ricostruttive del popolo italiano”. All’inedito fenomeno di autogoverno locale si interessò anche la stampa internazionale, curiosa di sapere come veniva gestita la giustizia, la scuola, l’economia e la cultura; qui si era liberi di argomentare, riguardo la questione femminile, la partecipazione politica pluralista e altri temi impossibili da trattare sotto il Fascismo, quindi nasce una specie di democrazia in “piazza”. Nella Repubblica di Val D’Ossola non si vive di sola cultura, si cercava di controllare i prezzi, si aumentavano i salari a ogni operaio e i grandi industriali della zona confinante con la prospera Svizzera, non lesinavano aiuti alla Repubblica. Se il resto del paese annaspava nella fame, almeno in Val D’Ossola, grazie ad una sana economia, aumentavano le razioni del pane e la carne era in libera vendita. Sul fronte dell’istruzione lo sforzo fu quello di far funzionare quante più scuole possibili, reclutando nuovi insegnanti. Nel campo della giustizia, in un’ottica garantista del diritto, venne affrontata la questione delle epurazioni e la detenzione dei prigionieri. Si tratta nel complesso di comunità che cercano di sopravvivere per alcuni mesi (come le altre repubbliche), soccombendo poi, nonostante strenue resistenze, alla preponderante e violenta reazione fascista [Giornali di Guerra 1986; Sanvito 1944, vedere nota]. Scrive Max Salvadori: “Chi visse l’esperienza democratica delle «Repubbliche» […], non poté non agire democraticamente dopo la guerra”, tutte queste cellule “amministrarono con immaginazione e saggezza la cosa pubblica […]” e, “[…] non mancarono tra gli Alleati coloro che avrebbero voluto consolidare le « repubbliche » e farne basi di operazioni contro il nemico”[Salvadori 1974, p. 139].
Etica partigiana
Prima di tutto occorre osservare che la lotta di liberazione a cura dei gruppi partigiani del CLN (Comitato di liberazione nazionale istituito il 10 settembre 1944) e del CLNAI (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia nato il 31 gennaio 1944) e altri, non fu contro un invasore straniero (come accadde in altri paesi) o, al limite, ciò si verificò dopo l’8 settembre, quando si andava consolidando l’occupazione tedesca. Quindi non uno sforzo di reazione o un semplice resistere lineare all’invasore, ma fu invece, lotta strutturata con l’esito di progettare o pensare un nuovo tipo di società radicalmente alternativo a quello fascista [Malvezzi, Pirelli 1973, p. XIII (prefaz.)].
La Resistenza fu dunque un’azione liberatrice ideale e pratica, sia contro il Fascismo interno, sia contro il tedesco suo “alleato e complice” [ivi, p. XIV].
Nel momento in cui il popolo italiano si è trovato senza stato (quantomeno allo sbando), consapevolmente ha preso, attraverso l’azione partigiana, l’iniziativa di lottare, contro l’oppressione nazifascista [Ibidem], riscoprendo i valori dell’autodeterminazione del dovere e rigore civile, in opposizione ai vari trasformismi liberali pre – fascisti (prima) e al “fanfaronismo fascista e il lassismo borghese” [Guntella 1975, p. 235] (dopo).
Una certa mistica resistenziale vedeva nel nucleo partigiano l’utopia “in vitro”, di ciò che sarebbe stata l’Italia repubblicana, cioè una nazione colta, giusta, democratica, solidale, aperta al mondo ecc. [ivi, pp. 235-236]. Certamente, nella comunità combattente partigiana, i principi di partecipazione e solidarietà erano elementi fondanti di coesione, ma sussisteva anche il disincanto pratico del combattente, legato al gruppo politico di appartenenza (comunista, socialista, cattolico e liberale). Sicuramente i contrasti e le visioni strategiche differenti, non mancavano, tuttavia prevaleva un certo spirito “di severità quasi puritana”, intransigenza morale [ivi, pp. 234 -235] e visione del bene comune.
In quest’ottica partecipativa si pone l’apporto sostanziale delle donne alla lotta, secondo i dati dell’Associazione Partigiani d’Italia (ANPI d’ora in avanti) le donne partigiane combattenti furono 35 mila, 70 mila quelle organizzate nei gruppi di difesa della donna, 4.653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2.750 deportate in Germania e 2.817 fucilate e impiccate, altre 1.070 caddero in combattimento e 19 furono nel dopoguerra decorate di Medaglia d’oro al valor militare (ANPI, in Donne e uomini della Resistenza, 2023). Questo sacrificio contribuì alla causa ideale e civile dell’emancipazione femminile che diverrà diritto per la parità di genere nella futura Costituzione e nell’esercizio dal suffragio universale. Dalla Resistenza in poi la donna cessa di essere mero angelo del focolare e fattrice di figli (combattenti per la patria).
Le donne nella Resistenza sono le uniche vere volontarie, poiché non sottoposte a bando di reclutamento, svolgono un’azione attiva costante e molteplice [Bravo – Bruzzone 1995 p. 189, in ANPI Brindisi], nella Napoli occupata nel 1943, impediscono i rastrellamenti degli uomini, a Carrara si oppongono all’ordine di sfollamento, ostacolando i Tedeschi nella ritirata [Bravo 2000, pp. 268-278, in ANPI Brindisi]. È la loro occasione di “politicizzazione democratica” [ivi, pp. 271], tuttavia rimaneva anche in ambito partigiano un certo pregiudizio a favore della “centralità del paradigma del maschio guerriero” [Peli 2004, p. 213], era meglio invece che le donne si dedicassero a mansioni, per così dire, “ancillari” e “miniaturizzate” [Bravo 2000, p. 273]. Pur con questi stereotipi le donne rappresentarono tutti gli aspetti della Resistenza: dalla lotta armata, alle funzioni logistiche e di assistenza, all’attività di staffetta (trasmissione di dati) i cui rischi erano altissimi e, in quanto disarmate, impossibilitate a difendersi [ivi, p. 272]. Si riporta la lettera [tratta da Malvezzi – Pirelli 1973, p. 129] di Paola Garelli (Mirka), “pettinatrice”, di anni 28, nata a Mondovì (Cuneo), fucilata il primo novembre 1944 a Savona, perché partigiana con incarichi di logistica.
Mimma cara,
la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre agli zii che t’allevano, amali come fossi io.
Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.
Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandovi
la tua infelice mamma
Ma quali sono i valori globali che la Resistenza trasmetterà alla nazione post-fascista? In un’Italia del 1960 (a15 anni dalla fine della guerra), costituzionale e democratica e in piena espansione economica e consumistica, sul quotidiano “La Stampa” di Torino Carlo Jemolo (in un articolo un po’ paternalistico e borghese, ma tutto sommato sincero), manifestava il timore che la nuova società avesse monumentalizzato o cristallizzato la Resistenza, dimenticandone l’autentica portata etica. Ma la Resistenza, scrive il giornalista, è un fatto recente e ha favorito il senso della cooperazione tra i popoli, ha operato per consolidamento democratico dello stato, ha valorizzato il ruolo legittimante delle minoranze politiche e territoriali, salvaguardando la partecipazione popolare e ha sancito la laicità dello Stato, ma senza anticlericalismi, sostenendo l’autogoverno delle comunità.
Inoltre il nuovo Stato post-resistenziale ha abbandonato idee socialisteggianti di uniformità sociale, offrendo però a tutti uguaglianza e pari opportunità, entro il quadro costituzionale garantito anche dall’indipendenza della Magistratura ecc. Se questi valori, conclude Jemolo, fossero pienamente applicati, anche assurdamente a scapito di dimenticare la Resistenza (da molti), gli stessi Partigiani morti sarebbero ben lieti che sulle loro tombe non ci fossero poi tanti fiori [Jemolo 1960].
Efficacia e Numeri
Ma la Resistenza ha avuto qualche utilità militare? A tale domanda lo storico Claudio Pavone (autore del libro Una Guerra Civile, Bollati Boringheri, 1991) risponde che si tratterebbe della scoperta dell’acqua calda. “È ovvio – sostiene Pavone – che la Wehrmacht è stata battuta dagli Alleati e dall’Armata Rossa, non dai Partigiani, anche se il loro ruolo fu tutt’altro che secondario nel tener impegnate fino a quattro divisioni tedesche e nel creare insicurezza fra gli occupanti.
Ma presentare questa banalità come una coraggiosa novità nasconde un’operazione, che consiste nel negare sostanzialmente, pur con qualche formale atto di omaggio, il valore di una vicenda che mirava a far partecipare gli italiani alla propria liberazione” [Valentini 1995]. Anche gli Alleati concordarono nel dire che i “partigiani con la forza delle armi aiutarono a spezzare la potenza del morale del nemico di gran lunga superiore ad essi per numero” [Guntella 1975, p. 139]. I partigiani, secondo Massimo Redina seppero tenere impegnate per la controguerriglia alcune divisioni tedesche, fatto riconosciuto dai generali Alexander e Clark. Solo dal giugno 1944 al marzo 1945 (mancano le statistiche precedenti) le formazioni partigiane effettuarono 6499 azioni di guerra uccidendo 16.380 Tedeschi e Fascisti, altri 10.536 furono messi fuori combattimento, effettuarono 5.551 azioni di sabotaggio (ferrovie, locomotive) distrussero 237 aerei, fecero crollare 276 ponti, resero impraticabili 235 strade, provocarono l’interruzione di linee elettriche ecc. Inoltre e, sono gli stessi servizi segreti alleati ad ammetterlo, i partigiani si adoperarono con successo per la sottrazione di obiettivi strategici al sabotaggio tedesco, permettendo così una più rapida avanzata angloamericana [Redina 1995, p. 86]. Il 10 febbraio 1947, quando Alcide De Gasperi si recò a Parigi, per siglare il trattato di pace tra l’Italia e le Nazioni Unite, nonostante il pesante e negativo fardello del Fascismo, poté presentarsi in maniera dignitosa e gli fu riconosciuto il diritto di parlare, proprio in virtù del riscatto partigiano [Ibidem].
Ma la Resistenza non fu solo azione militare, possedeva anche la forza ideale di mobilitare i lavoratori, dal settembre 1943 alla primavera del 1945 soffiava sul fuoco delle lunghissime serie di scioperi nelle fabbriche (perlopiù piemontesi e lombarde) dove gli operai rivendicavano migliori condizioni di lavoro e salario, ma principalmente i resistenti antifascisti incitavano uomini e donne a manifestare ostilità verso il Regime, ritenuto responsabile di una guerra che affamava il paese. Scrive Luigi Longo in un articolo dal titolo La Nostra Lotta del marzo 1944: “[…] Se non ci date più pane, più pasta, più sale, più grassi, non si lavora! Se non cessano gli arresti arbitrari, le violenze e le deportazioni, non si lavora! Né un operaio, né un giovane, né una macchina devono andare in Germania! Alla violenza nazifascista gli operai risponderanno con la violenza. I partigiani e le squadre garibaldine di azione patriottica sono entrate in azione” [Longo 1944, in Saitta 1961, pp.194-195]. Quindi vi era la seria possibilità che i Tedeschi portassero in Germania gli impianti industriali idonei per la produzione bellica, ma ciò fu impedito dal presidio partigiano nelle fabbriche [Vaccarino 2004, XIII, p. 217] come si evince anche dalla documentazione del segretario del Partito Fascista Pavolini [Bocca 1994, p. 107].
Stando ai numeri, i Partigiani in campo (compresi i Patrioti e Benemeriti, comunque equiparati e riconosciuti dalle commissioni), al termine del conflitto furono circa 365.000 (Ministero della Difesa), compresi quelli all’estero (soldati che non aderirono alla RSI) [Redina 1996, p. 87 (tabella); dati ICAR 2023, Istituto Centrale per gli Archivi, Ministero della Cultura], i caduti partigiani ammontavano a 44.720 unità e i civili patrioti a 9.980 [Redina 1996, p. 86], con una incidenza di mortalità del 15 %, vale a dire oltre una possibilità e mezzo su dieci di essere ammazzato o fucilato. Dai dati ricavati dall’ICAR (o Istituto Centrale per gli Archivi, Ministero della Cultura Partigiani d’Italia), i partigiani furono, invece, circa a 354.301 (conteggio aggregato per singole regioni) unità, ripartite in quote percentuali regionali qui nel grafico “a torta”.
Nel rapporto sopravvissuti/perdite, si ha un prezzo elevato, più alto rispetto a quello degli eserciti regolari, molti caduti, ancora sono ignoti (assenza di documenti indosso e dispersione dei dati) e, anche per questo motivo i numeri tra Ministero della Difesa e ICAR, non coincidono pienamente, dopotutto una guerriglia non produce carte per evidenti motivi di segretezza).

I più diedero la vita in battaglia, altri vennero fucilati, “gli Alleati – scrive Max Salvadori – le cui terre non furono invase, non devono dimenticare quello che devono alla Resistenza delle nazioni invase”, altrimenti “sarebbero il doppio le croci nei cimiteri militari alleati”. La Resistenza ha restituito all’Italia “dignità e onore. Cosa sarebbe stata nel dopoguerra una nazione in cui non vi fossero stati che collaboratori, che attesisti? dove ai collaboratori, attivi o passivi che fossero, si oppose la Resistenza, fu salva l’anima della nazione”. I resistenti “dissero no!” al nemico e scelsero di combattere, anche “quando era sicuro o quasi che la scelta avrebbe portato al muro” [Salvadori 1974, pp. 14-15].
Il “Vento del Sud”
A Brindisi il 9 agosto 1943 si riunisce il Comitato di Liberazione Provinciale di Lecce, Brindisi e Taranto in cui nel verbale del 2 settembre si legge: “[…] Salviamo, salviamo la madre (patria) nostra dolorante e sanguinante. Esercito e popolo […] concordi e stretti contro le minacce tedesche (e) contro le insidie del residuato fascismo. Il martirio della nostra Patria non è ancora finito; ma dal martirio essa risorgerà” [ANPI Brindisi].
Il proclama seguente invitava tutti gli antifascisti del Salento di arruolarsi nella costituenda Legione volontaria per la lotta contro il nazifascismo, quindi esercito e popolo uniti contro Tedeschi e Fascisti.
Il mese successivo gli Alleati sbarcano in Calabria e poi nella piana di Salerno, i Tedeschi rinunciano provvisoriamente a contenerne l’avanzata, attestandosi progressivamente sulla linea fortificata “Gustav”, mentre le azioni resistenziali si moltiplicano in Campania, Lucania, Puglia e Calabria, tuttavia, come scrive Bocca, senza saldarsi con il disagio sociale, espresso dal movimento contadino e socialista [Bocca 1966, in ANPI Brindisi]. “Nel Sud la volontà di resistere è come un’energia tellurica di cui non si possono prevedere gli sbocchi”, una specie di “resistenza anarchica”, non in senso negativo, ma per carenza organizzativa in cui prevale l’azione irruente e improvvisa [ibidem], una specie di “vento del Sud” (secondo una definizione di Nenni a proposito del “vento del Nord” della Resistenza nell’Alta Italia nda.) [De Jaco in ANPI Brindisi].
La Geografia resistenziale (casi esemplari) [ANPI Brindisi]
Un po’ dovunque nel Mezzogiorno, al di qua della linea “Gustav” si verificarono episodi sanguinosi spontanei di resistenza militare e civile si pensi, come evento emblematico, alle quattro eroiche giornate di Napoli alla fine di settembre.
Nel 1999 la Presidenza della Repubblica conferiva alla città di Bitetto la medaglia d’oro al merito civile con la seguente motivazione “Occupata dalle truppe tedesche all’indomani dell’armistizio, la città si rese protagonista di una coraggiosa e tenace resistenza. Oggetto di una feroce rappresaglia contò numerose vittime, ma la popolazione tutta, dando prova di indomito coraggio reagì con fierezza all’invasore costringendolo alla fuga 9 settembre 1943”. Ad Alberona e Ascoli Satriano si verificarono gravi episodi di violenza, specialmente ad Ascoli il presidio militare tedesco, per carenza di alimenti, saccheggiava la città, inducendo la popolazione a ribellarsi, ovunque si verificarono lanci di bombe a mano e sparatorie. Gli oppressori riportarono 15 perdite e furono scacciati, ma ben presto ritornarono e puntarono l’artiglieria contro il paese facendo strage anche di bambini. Intervenne il Vescovo che, rischiando la vita, ottenne la cessazione delle ostilità, in cambio degli approvvigionamenti per i Tedeschi. L’arrivo degli Alleati, ormai vicini, liberò definitivamente Ascoli Satriano. Altro episodio si verificò a Carlantino (14 ottobre 1943), mentre Americani e la Wehrmacht si fronteggiavano sulla collina, una guardia campestre Leonardo Pagliuca, tentò, con un mitra, di attaccare alle spalle da solo i Tedeschi, uccidendone alcuni, riuscì a salvarsi, ma la reazione nemica causò la morte di civili. A Serracapriola i Nazisti perpetrarono saccheggi e violenze carnali, ma il paese il primo ottobre del ’43 insorse, tanto che radio Londra ne diede notizia, parlando di una “eroica cittadina di Capitanata liberatasi dai Nazisti con una battaglia che costò 11 morti”. A Candela e Manfredonia, ancora nefandezze tedesche e morti, nella prima città una corriera saltava su una mina tedesca, nella seconda i Nazisti uccisero diversi cittadini e una bambina. Ma il fatto salente riguarda il Vescovo di Manfredonia Andrea Cesarano che, avanzando verso le postazioni di mitragliamento nemiche, chiese salva la vita di alcune persone prese in ostaggio, sottraendole da sicura morte. Forse perché colpiti dal coraggio del prelato, i Tedeschi lasciarono la città, senza ulteriori spargimenti di sangue. Altri fatti si verificarono a Calenza Valfortore dove la ferocia degli occupanti causò la morte di alcuni ragazzi, nel conflitto che ne seguì molti cittadini rimasero uccisi e altri caddero sul campo minato preparato per gli Angloamericani. A Cerignola a seguito di uno scontro tra Fascisti e Sindacalisti, nelle campagne intorno la città, avvenne l’eccidio di Vallecannella il 25 settembre 1943, qui le truppe germaniche in ritirata massacrarono 11 soldati italiani sbandati.
Il 12 settembre fu la volta di Barletta, una città strategica posta sulla linea di difesa tra l’adriatico e il tirreno che i Tedeschi cercavano di prendere, tuttavia in un primo momento l’impresa fallì, per la resistenza dei soldati italiani che fecero 150 prigionieri e distrussero i blindati nemici, ma con l’arrivo dei rinforzi, la Wehrmacht riuscì a sfondare. Alla minaccia di far saltare l’intera città il colonnello Grasso decise di arrendersi e fu deportato in Germania. Caddero 37 militari italiani e 34 civili (con un colpo alla testa fu ucciso un ragazzo davanti alla propria madre, per aver lanciato un sasso, 11 guardie municipali, 2 netturbini e altri 20 cittadini furono massacrati) [Pirani 2001].
All’indomani dell’ecidio di Barletta, a Castellaneta accadeva un altro fatto di sangue, qui i Tedeschi in ritirata con un colpo di mortaio uccisero 23 giovani e incolpevoli cittadini [Testimonianza di Michele Miraglia, in ANPI Brindisi]. Il 16 settembre nei pressi di Trani si scontrarono reparti corazzati germanici e canadesi, i primi ebbero la peggio lasciando sul campo 5 uomini. La responsabilità dell’accaduto ricadde sull’inconsapevole popolazione tranese, punibile con la fucilazione di 50 cittadini, secondo il feroce rituale della rappresaglia per decimazione. Si attivarono il Vescovo Francesco Petronelli, il Vicario generale Raffaele Perrone e il Podestà Giuseppe Pappola che si offrirono come ostaggi, sostenendo sempre l’estraneità della popolazione per la morte dei 5 soldati. Il Vescovo, implorando un imbarazzato ufficiale tedesco, giurò sul crocifisso pettorale levato dal collo, l’innocenza dei tranesi. Questo gesto scosse l’animo del Tedesco il quale, rassicurato, liberò tutti gli ostaggi [Zacchino 1983, pp. 49-51], almeno per questa volta la vicenda non si concluse con un massacro. A Vieste il 16 settembre, a causa di uno scontro tra Carabinieri e Tedeschi, questi se la prendono con città saccheggiandola e minacciando fucilazioni, per fortuna non eseguite, ma qualche giorno dopo degli aerei della Luftwaffe mitragliano due motobarche a Punta San Francesco facendo 6 vittime.
Una lunga sequenza di atrocità che interessa le campagne del foggiano, zona strategica di transito per la linea “Gustav” dove vengono trovati impiccati, fucilati o barbaramente seviziati militari italiani e civili. Insomma, buona parte dell’Italia meridionale è costellata di episodi come quelli accennati, una fitta mappa di eroica resistenza, non sufficientemente indagata a fondo dalla storiografia. Abbastanza si sa, invece di quel che accadde a Napoli, qui i Tedeschi vollero impedire che la città diventasse base navale per gli Alleati, ma per le vessazioni rivolte alla popolazione, nell’intento di reclutare manodopera portuale, pena la deportazione dei giovani, la città in armi si ribellò e, dopo quattro giorni di combattimenti (contro artiglierie e blindati nemici), Napoli si liberava dai soldati del III Reich.
Bari Resistenza e Antifascismo
Il 28 luglio del ’43 si verificò a Bari, la prima strage subito dopo la caduta del Regime (25 luglio). Vennero uccisi in via Dell’Arca studenti delle superiori, universitari e alcuni illustri professori, in tutto 20 morti e circa 50 feriti, erano giovani che non nascondevano le proprie idee contro il Fascismo. I Fascisti spararono dai balconi sul pacifico corteo che si dirigeva verso il carcere dove, si diceva, della imminente scarcerazione di alcuni prigionieri politici. Inoltre nella notte tra il 28 e il 29 la Questura eseguì fermi di numerosi giovani e, in questo clima di repressione, fu arrestato anche il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Luigi De Secly che ebbe a dire, all’indomani della caduta del Fascismo, “Oggi, si, siamo uomini liberi, ordinatamente liberi, uomini che partecipano volontariamente al grande movimento nazionale e si sentono fieri e protagonisti della nuova storia”, insomma, va riconosciuto a Bari una sorta di primato antifascista, grazie alla vivacità culturale della città della sua Università, della pregevole casa editrice Laterza e di intellettuali di prim’ordine [Leuzzi 2011].
Dopo l’8 settembre 1943, i Tedeschi insediati in città già usufruivano del porto, il giorno 9 provarono a prendersi definitivamente l’importante scalo, indispensabile per i rifornimenti e per non farlo cadere in mano alleata. Con un colpo di mano, si introdussero nel porto, fecero saltare alcune navi, impossessandosi di armamenti e batterie antiaree, uccidendo tutti quelli che si opposero. Intervenne prontamente il generale Nicola Bellomo, incaricato della difesa territoriale di Bari, superando l’inerzia del collega Caruso. L’ufficiale alla testa dei portuali, perlopiù ragazzini (che già in precedenza aiutavano i Tedeschi nelle operazioni di carico e scarico instaurando rapporti a volta amichevoli), attaccarono con bombe a mano i blindati nemici prossimi ad entrare in Bari vecchia per saccheggiarla e stroncare la resistenza, furono questi e Bellomo a salvare la città. Dopo un pomeriggio di scontri sanguinosi (6 morti italiani), i Tedeschi si arresero e Bellomo poté consegnare la città e, soprattutto il porto, agli Alleati. Alcuni mesi dopo il Generale italiano fu ingiustamente accusato dagli Inglesi della morte di un loro ufficiale prigioniero degli Italiani a Torre Tresca nel 1941 il quale venne ucciso mentre tentava la fuga. Si trattava di accuse infondate (alimentate probabilmente dal livore del Re e da Badoglio nei riguardi di Bellomo, perché testimone scomodo dei retroscena della fuga sabauda), poco credibili anche per la stampa inglese, inoltre al processo fu negato all’imputato il diritto di esibire i documenti e testimonianze a sua difesa. Il Generale italiano rifiutò orgogliosamente la grazia e affrontò con sereno coraggio il plotone di esecuzione, lasciando un testamento nel quale auspicava il riesame della vicenda, per un fatto di cui non aveva colpa. Storici e il capo del servizio di spionaggio inglese hanno sempre sostenuto l’innocenza di Bellomo [Tutta la vicenda in dettaglio sulla rivolta di Bari e il caso Bellomo sta in ANPI Brindisi, in particolare Bari 8 settembre ’43 la Wehrmacht fermata da un ragazzino di Marco Brando. Si Veda anche La fine del Generale Bellomo di Vincenzo Castaldi].
Il 28 e 29 gennaio 1944 – come scrive in un articolo Vito Antonio Leuzzi – si svolse a Bari il primo congresso antifascista, osteggiato da Badoglio e dai monarchici, ma sostenuto dagli Alleati, in un’Italia ancora per due terzi occupata dai Nazisti. Tra i partecipanti spiccavano i nomi di Benedetto Croce e Tommaso Fiore, entrambi su posizioni liberali, in particolare Fiore, nel discorso, poneva la questione pregiudiziale della liquidazione della Monarchia, responsabile dello scempio italiano. Il discorso di Croce fu registrato e messo in onda da Radio Londra, il filosofo parlava con estrema semplicità, quasi confidenziale, stando alla testimonianza della corrispondente di “Italia Combatte” (testata filo partigiana) Alba De Cespedes: “Vidi Benedetto Croce entrare sul palcoscenico (si era al teatro Piccinni), con un paltoncino grigio e posare il cappello sul tavolino semplicemente”, nel discorso pronunciava la parola “libertà, come avrebbe detto una parola qualunque, una di quelle parole che gli spiriti liberi sono abituati a pronunciare con dimestichezza, allora mi gettai ad applaudire furiosamente” [Leuzzi 2011, Puglia e Basilicata 150 anni di unità, pp. 78-81].
Ostilità verso il Regime e lotta partigiana
In Puglia e nel resto del meridione ci furono una miriade di episodi di insofferenza verso il Nazifascismo e anche un certo coinvolgimento popolare, senza però quella incisività radicale tipica del Nord o “Vento del nord” [Chianese 2000]. Nel Salento la forma resistenziale scaturisce anche dalla fame, dalle ristrettezze economiche al limite della sopravvivenza e da una sanguinosa e incomprensibile guerra, ciò aveva demolito definitivamente, come nel resto del paese, la credibilità del Fascismo.
Ma una sorta di resistenza antifascista, almeno potenziale nel Salento, già c’era durante gli anni del massimo consenso al Regime. Come scrive Salvatore Coppola, esisteva un antifascismo del silenzio e della rabbia, cioè nel primo caso si aveva la mancata partecipazione di contadini, tabacchine, manovali, braccianti ecc. alle roboanti manifestazioni pubbliche (qualora non strettamente obbligatorie), nel secondo si manifestava l’aperto dissenso nei confronti del Governo. Quindi fin dagli anni ’30, vi furono in Terra d’Otranto, tutta una serie di numerose e capillari manifestazioni ostili e scioperi (in barba ai divieti) in cui i lavoratori chiedevano paghe più consone per sopravvivere, condizioni di lavoro meno servili e azioni concrete contro la disoccupazione e il latifondismo filofascista; si dissimulava celebrando Mussolini (per questo motivo, una certa storiografia non reputa “ostili” queste “insofferenze”), ma si attaccava il potere locale del Segretario del Fascio, Podestà ecc. perchè ritenuti i responsabili diretti del disagio [Coppola 2011, pp. 360-386]. Per esempio – argomenta il Coppola – nel 1930 a Leverano e Novoli una folla di contadini e muratori protestarono contro il Podestà, a Novoli venne distrutta la sede del Fascio, occuparono la piazza oltre 2000 manifestanti (tenuto conto dell’esiguità demografica), urlando la propria rabbia contro il Podestà e il Segretario comunale (espressioni dirette del Regime).
Anche a Nardò tra il 1930 e il 1932, operai, contadini, muratori, braccianti e tabacchine si resero protagonisti di vibranti manifestazioni di protesta controllate a fatica dai Carabinieri, un malcontento contro la superbia feudale dei latifondisti collusi con l’Ammistrazione podestarile. E, ancora, il 9 aprile del 1934 sempre a Nardò “diverse centinaia di lavoratori agricoli inscenarono una manifestazione di protesta al grido di pane e lavoro” [Coppola, in Coppola – Raho 2009, pp. 87-88]. Durante la guerra il contrasto tra nobili neretini organici al Regime e povera gente si accrebbe, quando i primi, possessori di masserie e risorse, riuscirono a nascondere ingenti quantitativi di beni e derrate alimentari destinate al mercato nero, sotto l’occhio distratto e benevolo della Guardia di Finanza [ivi, p. 91]. Ma l’antifascismo (o antiautoritarismo) a Nardò nacque, si potrebbe dire, il 9 aprile 1920, un anno prima della marcia su Roma ad opera della Lega rossa dei contadini in aperto conflitto contro l’autorità e i ceti dominanti già intrisi di incipiente Fascismo. La Lega non mirava solo a migliorare le condizioni di lavoro e liberare le masse da una sorta di servitù della gleba appropriandosi delle terre incolte, ma anche alla messa in discussione dell’ordinamento sociale a carattere elitario, con la proclamazione della Repubblica neretina, infatti il 9 aprile 1921 ad opera di Giuseppe Giurgola (uno dei protagonisti del biennio rosso) e Gregorio Primitivo che si potrebbero definire proto – antifascisti. Entrambi poi pagarono, insieme a tutte le altre numerose “figure secondarie”, con il carcere, la stretta vigilanza e la fuga all’estero (per il secondo) [Coppola 2020]. In particolare il Giurgola era un ex agente di Pubblica sicurezza e poi muratore nato a Galatina e residente a Nardò, fu uno dei dirigenti della Sinistra, di idee anarchico – socialiste, politicante preparato. Anche il Primitivo svolgeva l’attività di muratore /capomastro (nato a Nardò il 17.01.1869), attivo all’interno del Partito Socialista e collaboratore dell’“Avanti!”, fu l’artefice della costituzione delle prime leghe di lavoratori a Nardò [ivi, pp. 105, 114]. Segue le orme del padre, Manfredi Primitivo, impiegato del Catasto a Lecce, sorvegliato speciale (tra il 1928 e il 19309) e diffidato, perché di idee social comuniste [Coppola 2011, p. 344], insieme a un suo collega di lavoro [Coppola 2009, p. 93].
Altri antifascisti nati e operativi a Nardò da annoverare sono:
Alemanno Giuseppe, nato nel 1875, studente universitario e Anarchico [P. Luceri, 2012. p. 18]; Amato Antonio “arrestato il 2 marzo 1942 per scritte murali”; De Simone Michele Benedetto, del 1865, anarchico, negoziante [P. Luceri, cit. p. 84]; Greco Giuseppe, calzolaio nato nel 1888 [P. Luceri, cit. p. 113]; Pantaleo Ingusci, avvocato e attivista repubblicano, fu arrestato nel dicembre 1926 (9 mesi), per “incitamento all’odio fra le classi sociali” (S. Coppola, Bona Mixta Malis, cit. p. 332); Mariano Luigi, arrestato l’11 gennaio 1943 per canti sovversivi alla presenza di militati: “prendi il fucile e gettalo per terra, vogliamo la pace e non la guerra” (S. Coppola, Bona Mixta Malis, cit. p. 359); Metafune Adolfo, avvocato, nato nel 1885, condannato a 9 anni di carcere nel 1941 per “diffusione di inguardabili libelli di esaltazione della Gran Bretagna e apprezzamenti velenosi contro il Duce” (S. Coppola, Una forma originale di Antifascismo: indifferenza e rabbia delle masse contadine, in S Coppola e D. Raho, cit.. pp. 93 -94); Tafuri Guglielmo nato nel 1879 e residente a Taranto, barbiere di fede comunista, denunciato per aver dichiarato “che non aveva i mezzi a disposizione per uccidere il Duce, quando venne a Taranto”. Condannato a 6 mesi nel 1927 e confinato per 5 anni (P. Luceri, cit. p. 240); Tafuro Guglielmo, cameriere comunista, nato nel 1879, fu condannato a 5 anni di confino per “propaganda antifascista” (P. Luceri, cit. p. 240).
Ma alla rabbia o alle posizioni di dissenso celato di qualche intellettuale non irretito dal Fascismo si aggiunge, come scrive il Coppola, l’opposizione dell’indifferenza. Per esempio, è risaputo che il Fascio di Nardò ebbe spesso grandi difficoltà a realizzare parate e manifestazioni a causa dell’esiguo numero di partecipanti, solo qualche centinaio di persone ed erano perlopiù impiegati statali, comunali e qualche professionista, pochi erano commercianti e artigiani [Coppola, in Coppola – Raho 2009, p. 92]. Per di più, in occasione delle adunate ricorrenti, il Fascio aveva non pochi problemi per mettere insieme un certo gruppo di giovani, quali Balilla, Avanguardisti, Giovani del Littorio ecc. gonfiando artificiosamente i numeri e gli stessi dirigenti erano di solito tollerati e privi di autorevolezza [ivi, p.93]. Quindi non si tratterebbe per Nardò (come in altri comuni salentini) di un consenso di massa, per il Fascismo, ma di “passiva accettazione” da parte cospicua della popolazione, tutto l’apparato politico si sosteneva attraverso le roboanti parate, velando una triste realtà fatta di sofferenza [ibidem].
È comprensibile allora, come sostiene il Coppola, che all’indomani del 25 luglio del ’43 “non ci fu un solo segretario politico, un solo fiduciario dei Fasci femminili, un solo ispettore politico, un solo dirigente sindacale, un solo presidente dei Dopolavoro o delle sezioni comunali della GIL, non ci fu un milite, un capo manipolo, un centurione, un seniore, un console a scendere in piazza per manifestare la propria solidarietà al duce; tutte le organizzazioni create dal regime si dissolsero come altrettanti castelli di carta” [Coppola 2011, pp. 386-387].
Quindi il contributo del Salento alla Resistenza e all’Antifascismo se si vuole, viene da lontano, magari istintivamente, come osserva Bocca riguardo al Meridione in generale, ma anche con una partecipazione diretta, infatti migliaia furono i meridionali che entrarono nelle brigate partigiane sui monti dell’alta Italia, insomma il 15-20% delle formazioni partigiane del Piemonte (regione particolarmente attiva sul fronte resistenziale), erano costituite da meridionali, spesso militari fuoriusciti dall’esercito dopo l’8 settembre. Infatti questi soldati “sbandati” (anche meridionali), piuttosto darsi alla macchia e salvare la pelle, rifiutarono l’adesione alla RSI che assicurava paga, vitto e alloggio e preferirono, invece, salire sui monti unendosi ai Partigiani, con buone possibilità di morire in battaglia o essere fucilati. Stessa cosa accadde anche per i soldati all’estero che si unirono ai gruppi partigiani. Non vanno dimenticati gli IMI (internati militari italiani), cioè soldati e ufficiali che, sebbene rimasti fedeli al Re, rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e, quindi, vennero deportati nei lager di cui molti non tornarono. A costoro si aggiungono i deportati politici (Schutz) e quelli destinati ai lavori forzati (AZR), complessivamente circa 800.000 unità, secondo il dati del Ministero della Difesa. Gli internati neretini furono circa 237 secondo lo studio fondamentale di Pati Luceri [Luceri 2015, in ANPI Lecce] e l’elenco pubblicato da Mario Mennonna [Mennonna 2021, pp. 69-78].
Ma anche i soldati di stanza all’estero subirono i tremendi contraccolpi dell’8 settembre, come nel caso della guarnigione di Cefalonia (tra i caduti si contano numerosi pugliesi e salentini), qui l’assenza di ordini, oppure di ordini ambigui e contraddittori, faceva perdere tempo alle truppe italiane per prendere il controllo dell’isola, ne approfittarono i Tedeschi che, nel frattempo, ricevevano rinforzi aerei, di truppa e artiglieria, riuscendo così a massacrare circa 8.400 militari italiani (fucilando anche i superstiti), colpevoli per non essersi arresi e consegnare le armi, battendosi, invece, eroicamente.
Consultando gli archivi ANPI, numerosi sono i nomi di Pugliesi e Salentini caduti a Cefalonia.
Nel complesso delle azioni resistenziali, 1200 furono i Partigiani della provincia di Lecce, 160 furono i caduti di cui 8 donne (a tal proposito si ricorda Maria Teresa Sparascio, staffetta partigiana di Caprarica del Capo nata il 16 ottobre 1944 e uccisa dai Nazifascisti a Langhirano il 7 ottobre 1944), 68 feriti e 150 eliminati nei campi di sterminio [Luceri 2012, pp. 10, 234].
Per quel che concerne l’Istoreto di Torino, cioè l’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti” dove si rileva che in Piemonte, una delle regioni a più intensa attività partigiana, operavano 5.544 partigiani meridionali, perlopiù militari passati nei gruppi partigiani dopo l’8 settembre, nonchè lavoratori e studenti presenti in regione. [I partigiani combattenti veri e propri sono, secondo il regolamento, coloro hanno contribuito alla lotta per un periodo non inferiore a 3 mesi e in almeno 3 azioni ad alto rischio. I patrioti hanno contribuito alla lotta, per un periodo minore rispetto ai partigiani. Inoltre i benemeriti sono assimilati ai patrioti e hanno svolto anche loro, con rischi rilevanti attività di resistenza e collaborazione]

La Sicilia, secondo Istoreto, tra le regioni meridionali, è quella con il più alto numero di partigiani in Piemonte, pari a 2.016 unità e 126 caduti, segue la Puglia con 1.171 e 74 caduti e segnatamente il Salento (Prov. di Lecce, Brindisi e Taranto) con 362 partigiani e 22 caduti, mentre la più alta incidenza percentuale di mortalià partigiana appartiene alla Basilicata con 8,9% la Puglia 6,3%, Salento 6,1%, Meridione 7,2% (% nel grafico sotto gli istogrammi). Secondo i numeri tratti dall’ICAR (quote online marzo 2023), la Puglia sul piano nazionale, ha partecipato alla Resistenza con 3.656 Partigiani e Patrioti, compresi i militari combattenti all’estero contro i Tedeschi. Tra questi si ricorda l’ufficiale Marcello Bonacchi di Torritto (Bari), caduto nel 1943 a Cefalonia lottando eroicamente contro i Tedeschi, mentre incitava i propri uomini a combattere e, per questo, insignito di medaglia d’oro.
Ovviamente è impossibile menzionare tutti i Pugliesi, partigiani combattenti e patrioti, qui si ripropone, oltre al già citato Bonacchi, un breve elenco, tratto dall’ANPI di Brindisi (ove non diversamente specificato) di altri Partigiani pugliesi, ognuno rappresentativo per il genere di azione resistenziale e, per il martirio subito.
Si segnalano Angelo Ricapito di Giovinazzo, ucciso a San Polo (Arezzo) e insignito di medaglia d’oro al valor militare. Dall’aeronautica passò ai partigiani aretini, diventando comandante della Brigata Garibaldi, distinguendosi in numerosi scontri. Cadde in mano dei nemici e, dopo orribili sevizie, non rivelò alcun nome o segreto, fu ucciso con altri 47 compagni. Antonio Ayroldi di Ostuni (P. Luceri, 2012 cit. p. 264), arrestato dai Tedeschi e fucilato alle Fosse Ardeatine nel 1944. Militare nella campagna d’Africa, dopo l’8 settembre non si arruolò nella RSI, ma passò al Fronte clandestino Montezemolo operativo nel Lazio. Cosimo Palma di Campi Salentina, insignito di medaglia d’oro, aviatore dell’Aeronautica Militare, dopo l’8 settembre partecipò alla lotta di liberazione, passando nella nuova Aeronautica Militare nel raggruppamento di bombardieri e aerei da trasporto a Galatina. Nel maggio 1944, intercettato e colpito da caccia nemici di numero superiore, con l’aereo in fiamme ordinò ai sui compagni di lanciarsi, mentre tentava invano di riportare a terra le salme dei propri compagni. Don Pietro Pappagallo (prete) di Terlizzi, fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. A Roma, durante l’occupazione Tedesca si prodigò a soccorrere e salvare con tutti i mezzi: Ebrei, soldati sbandati, antifascisti e soldati alleati in fuga, ma fu tradito e consegnato ai Tedeschi. Una vicenda esemplare che ispirerà Roberto Rossellini nel film “Roma città aperta” dove Aldo Fabrizi che interpretava Don Pappagallo. Anche Gioacchino Gesmundo di Terlizzi fu ucciso alle Fosse Ardeatine e insignito di medaglia d’oro. Era professore di Filosofia, Storia e Pedagogia nel Liceo “Cavour” di Roma. Valido e stimato studioso ed educatore, era capace di trasmettere l’amore per la libertà nei sui giovani allievi. Dopo l’8 settembre si iscrisse al Partito Comunista, partecipando alla Resistenza romana. Fu un attivista di spicco del CLN, ospitando clandestinamente in casa la redazione dell’Unità e deteneva in custodia arsenali ed equipaggiamenti dei Partigiani. Qui irruppe la Polizia fascista, mentre era intento a preparare azioni di sabotaggio contro i Tedeschi. Incarcerato in via Tasso fu a lungo torturato, senza rivelare nulla.
Anche se non rientra negli archivi partigiani, va menzionato Michele Romito di Bari deceduto il 31 agosto 2009. Era uno dei ragazzini portuali che nel 1943, guidati dal Generale Bellomo (di cui già si è detto), affrontò i Nazisti sul lungomare di Bari. Un ragazzo – capo, capace di bloccare, con lanci di granate, i blindati tedeschi, impedendo la presa di Bari vecchia e del porto [I fatti in dettaglio sono riportati dal “Corriere del Mezzogiorno”, Settembre 2003]. Michele Silvestri di Cavallino fu fucilato a Salluzzo il 4 dicembre 1944. Attivo nella Brigata Morbiducci div. Garibaldi, venne sorpreso con il suo gruppo dai soldati tedeschi la notte del 19 ottobre 1944 in contrada Masoeria. Tre compagni caddero, altri furono catturati e spediti nei campi di sterminio in Germania, il Silvestri, trattenuto e torturato per oltre 40 giorni, non gli uscì una parola di bocca, anzi irrise i suoi torturatori. Prima di essere fucilato, “Salutava tutti e che tutti si ricordassero di lui”, come testimoniava il prete confessore (cfr. P. Luceri 2012, cit. p.229). Ugo Baglivo di Alessano fucilato alle Fosse Ardeatine. Laureatosi a Roma in Giurisprudenza con il massimo dei voti, intraprese la carriera universitaria, poichè liberale antifascista, fu condannato al confino per 3 anni a Gioisa jonica in Calabria. Esercitò la professione di avvocato e aderì al Partito d’Azione, l’8 settembre tentava di organizzare, contro i Tedeschi, la difesa di Roma. Fu il responsabile militare della Resistenza romana (stampa clandestina, finanziamenti, sabotaggi e armi). Arrestato il 3 marzo del 44, benché consapevole della condanna a morte, non tentò una possibile fuga (cfr. P. Luceri, 2012 cit. p. 25). Felice Loidice di Corato, operaio residente ad Andorno (Biella), più volte arrestato (già negli anni ’30) in quanto “convinto comunista” e per attività politica clandestina comunista. Fu uno dei primi partigiani nel Biellese, catturato in combattimento, fu fucilato il 24 marzo 1944 (Fonte Istoreto Torino).
Da questa breve, parziale e rappresentativa rassegna pugliese, alla lotta per la liberazione partecipano militari, operai e intellettuali (attivisti e cospiratori) che non esitano a passare nella Resistenza o rimanere nel rifondato esercito antinazista una molteplicità di ruoli che avvalora l’idea della “guerra di popolo”.
Partigiani neretini
Il Salento e Nardò, almeno dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, non ebbe una particolare rilevanza strategica, per la guerra (escludendo il bombardamento del 23 luglio 1943), quindi non ci furono particolari azioni cruente. Tuttavia il contributo alla lotta di liberazione dato dalla città di Nardò non può essere trascurato, 70 furono (stimati ad oggi) i Partigiani neretini e 6 morirono in combattimento: Calabrese Archimede, Carrino Giuseppe, Costadura Archimede (disperso), Dell’Anna Giuseppe, Romanello Pantaleo e Zacà Giuseppe.
I Partigiani, compresi i Patrioti/benemeriti, nati a Nardò, sono perlopiù, militari che dopo l’8 settembre passano nelle formazioni partigiane, con qualifica “estera”, se combattenti fuori dall’Italia, oppure si tratta di giovani residenti in altre regioni che scelgono di militare nella Resistenza partigiana locale.
Per Mele Salvatore e Vanini Giulio Carlo, la scelta resistenziale non è immediata, dopo l’armistizio si arruolano nell’esercito della RSI, ma dopo qualche mese, passano nei gruppi partigiani. Il più giovane partigiano neretino è il diciannovenne Pasquale Musio (ex operaio in Liguria), a fronte di una media generale d’età pari a 26 anni.
Si riporta un elenco dei Partigiani neretini tratto dalle fonti ICAR (Istituto Centrale per gli Archivi, Ministero della Cultura Partigiani d’Italia); Istoreto (di Torino, cioè l’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti”); Pati Luceri, Partigiani e Antifascisti in Terra d’Otranto, Giorgiani Editore, Castiglione, 2012; Mario Mennonna, La Resistenza dei neretini nella Guerra di Liberazione, Congedo Galatina, 2021
Partigiani neretini:
Adamo Domenico nato il 21 marzo 1919, da Cosimo e Alligri Assunta, residente a Cuneo, frequenta la Scuola Allievi Ufficiali e consegue il grado di Sergente, presso il locale distretto militare. Dopo l’armistizio entra nella brigata partigiana “Cuneo” dal 10 agosto 1944 al 7 luglio 1945, con la qualifica di Benemerito, Commissione regionale piemontese (ICAR, P. Luceri, cit. p. 16).
Briganti Angelo nato il 22 agosto 1915, residente a Torino e pilota dell’Aeronautica Militare con il grado di Maresciallo, Distretto Militare di Torino. Dopo l’8 settembre passa “Giustizia e Libertà” e successivamente alla Brigata partigiana “Superga” con grado di caposquadra e qualifica riconosciuta di Partigiano combattente, nome di battaglia Ulisse Angelo dal 15 giugno 1944 al 7 luglio 1945 (Istoreto P. Luceri, cit. p. 36).
Caballo Angelo nato l’1 gennaio 1902, entra nella Brigata partigiana “Vittorio”, dall’8 marzo 1944 all’ 8 maggio1945, qualifica riconosciuta di Partigiano (Istoreto, P. Luceri, cit. p. 39).
Calabrese Archimede, Partigiano nato il 31 gennaio 1912, soldato delle Div. “Acqui”, scampa all’eccidio di Cefalonia ed entra nella milizia partigiana in Grecia. Risulta disperso in combattimento (P. Luceri, cit. p. 41).
Carrino Giuseppe, nato il 19 agosto 1923, da Sebastiano e Gregoria Roccarda, a 19 anni allievo dell’arma dei Carabinieri e Partigiano dopo l’8 settembre 1943, con il nome di battaglia “Lecce”. Apparteneva alla 6° divisione Giustizia e Libertà, comandata da Mario Costa (nome di battaglia “Diavolo nero”), un gruppo particolarmente attivo che impegna il nemico attacchi e sabotaggi. Il 31 marzo 1944 nei pressi del piccolo borgo di Trausella – Traversella in provincia di Torino, il gruppo partigiano di Carrino si trovava presso le miniere Fiat di Trausella, per procurarsi esplosivi, olio, micce e combustibili, ma venne sorpreso dagli uomini del Federale fascista Pietro Mancinelli. Nel conflitto a fuoco persero la vita, oltre lo stesso Carrino, anche i suoi compagni: Michele Cena, Michele Castelletto. Anselmo Audagna, altro componente del gruppo, catturato (P. Luceri, cit. p. 51; ICAR), verrà fucilato il giorno successivo a Melle provincia di Cuneo (Alessandro Bollino, 31 Marzo 1944 Un Partigiano di Nardò “Porta di Mare” Nardò del 31.03.2020). L’Amministrazione comunale di Nardò, nel 2016 dedicava una strada al Carrino e un cippo in marmo commemorativo sulla sua tomba, nel cimitero di Nardò (Per la biografia in dettaglio del Carrino si veda: Mario Mennonna, cit. pp. 37- 40).

Carrino Michele nato il 5 maggio 1922 da Raffaele e Maria Romano, già Carabiniere e successivamente Partigiano combattente, qualifica riconosciuta dalla Commissione Partigiani all’estero div. Garibaldi Jugoslavia dal 28 novembre 1943 all’8 maggio 1945 (ICAR, P. Luceri, cit p. 51).
Chiffi Cosimo, nato il 12 agosto 1915 Nicola e Lucia Miccoli. Partigiano inquadrato nei Reparti italiani in Grecia conto i nazifascisti dal 9 settembre 1943 al 24 gennaio 1944. Catturato dai Tedeschi viene detenuto fino all’8 maggio 1945 (P. Luceri, cit. p. 59).
Costadura Archimede “Partigiano caduto. Nato a Nardò nel 1895. Tenente colonnello del 14° Rgt. Artiglieria ‘Ferrara’. È stato decorato con la medaglia d’argento e con la seguente motivazione. ‘Dopo l’armistizio dell’8 settembre partecipava alle eroiche gesta del Div. Perugia, in Albania nell’aspra lotta contro i Tedeschi. Catturato assieme ai resti del proprio reparto, veniva condannato a morte per aver opposto resistenza agli oppressori. Davanti al plotone di esecuzione teneva contegno fiero e dignitoso. Colpito a morte da una raffica trovava ancora la forza di gridare viva l’Italia. Albania ottobre 1943” Gli è stata dedicata una via a Lecce” (P. Luceri, cit. p. 72).
De Carolis Carlo nato il 22 febbraio 1911, da Salvatore, già Maresciallo dei Carabinieri, dal 13 settembre 1943 all’11 maggio 1945, Partigiano combattente “Div. Garibaldi”, qualifica riconosciuta dalla Commissione Partigiani all’estero Jugoslavia (ICAR, P. Luceri, cit. p. 76).
Dell’Anna Giuseppe, nato il 16 marzo 1913 da Leonardo e Agata Tondo, sergente dell’esercito, poi dopo l’armistizio nel Corpo italiano di liberazione, muore per la libertà combattendo contro i nazifascisti a Corfù il 13 settembre 1945 (P. Luceri, cit. p. 87, M. Mennonna, cit. p. 58).
Di Gesù Cosimo, nato il 3 novembre 1921 da Michele e Addolorata Tarantino, contadino si arruola nell’esercito Div. “Pinerolo” 72° Battaglione costiero. Dopo l’8 settembre è Partigiano combattente in Grecia fino al 30 ottobre 1944 1945 (P. Luceri, cit. p. 88).
Falconieri Egidio, nato il 4 agosto 1921 da Cosimo Damiano e Augusta Incoronata Falconieri, residente a Galatone e di professione cuoco. Arruolato nell’esercito combatte in Albania, dopo l’armistizio passa nella Divisione partigiana “Gramsci” dal 19 settembre al 3 aprile 1945. Qualifica di Partigiano combattente da Commissione partigiani all’estero (P. Luceri, cit. p. 95, ICAR).
Felline Antonio (forse di Nardò, in quanto con il nome di battaglia “Nardò – Lecce”), appartenente alla Brigata “Gerolamo”, Commissione regionale della Lombardia (non riconosciuto ICAR).
Filieri Agostino, nato nel 1913 a Galatone da Francesco, domiciliato a Nardò, qualifica riconosciuta di Partigiano combattente, Commissione riconoscimento partigiani italiani all’estero (P. Luceri, cit. p. 97, ICAR).
My Egidio, nato il 13 febbraio 1920 da Guglielmo ed Epifania Zampagna, dopo l’8 settembre combatte tra le fila dei Reparti italiani in Grecia contro i nazifascisti, fino al 19 settembre 1944. Qualifica riconosciuta di Partigiano combattente, dalla Commissione partigiani italiani all’estero (ICAR, P. Luceri, cit. p. 59).
Gervasi Antonio, di Donato, nato il 21 luglio 1922 Brigata “24 Maggio”, Patriota, qualifica riconosciuta dalla Commissione Partigiani di Lombardia, milita tra le fila della Brigata XXIV maggio, combattendo nella bergamasca per 2 mesi (ICAR, P. Luceri, cit. p. 107).
Landone Egidio nato il 29 ottobre 1905 da Andrea e Marinaci Pasqualina, formazione antisabotaggio dall’8 settembre 1943 al 5 luglio1944, qualifica riconosciuta Patriota, Commissione regionale del Lazio (ICAR).
Marinaci Vito nato il 6 luglio 1915, da Giuseppe e De Benedittis Maria Apollonia, formazione Organizzazione Militare Partito Socialista d’Italia (o.m.p.s.i.), Partigiano combattente, qualifica riconosciuta dalla Commissione regionale del Lazio dall’1 dicembre 1943 al 5 luglio1944, con funzione di caposquadra (ICAR).
Mea Giuseppe nato il 25 marzo 1922, da Carmelo e Tedesco Assunta Maria, formazione “Bandiera Rossa”, Patriota, qualifica riconosciuta dalla Commissione regionale del Lazio (ICAR).
Mele Salvatore, nome di battaglia “Pietro” nato il 29 maggio 1920, da Cosimo e Sofia Oro di professione panettiere, appartenente ai Carabinieri, in un primo momento aderisce alla RSI dal 06 settembre 1943 al 4 gennaio 1944, per poi passare alla Brigata Garibaldi con la qualifica riconosciuta di Partigiano dal 4. gennaio1944 al 7 giugno1945 (tra varie formazioni) (Istoreto, P. Luceri, cit. p. 149)
Musio Pasquale, nato il 13 aprile 1925 da Luigi, operaio arruolato nell’esercito, dopo l’8 settembre passa come capo squadra nei partigiani Div. “Garibaldi Bevilacqua”, dal 1 maggio 1944 al 30 aprile 1945, con il nome di battaglia “Orso”, operante in Liguria e nel Savonese. Qualifica riconosciuta di Partigiano combattente, Commissione regionale Liguria (ICAR, P. Luceri, cit. p. 59).
My Egidio, “di Guglielmo, Barbiere e soldato del 6° Rgt. Lancieri – Aosta, poi combattente contro i nazifascisti in Grecia (P. Luceri, cit. p. 163).
Papadia Cosimo, nato il 28 aprile 1915 da Giovanni e Geneoveffa De Monte. Soldato e fatto prigioniero dai Tedeschi dopo l’8 settembre, ma riesce a fuggire l’11 novembre del 1943, passando nelle formazioni partigiane dal 10 dicembre 1944 fino all’8 marzo 1945. In un primo tempo nella decima Brg. Montenegrina e successivamente nella quarta Brg. Partigiana della Div. “Garibaldi”. Area operativa Jugoslavia, qualifica riconosciuta di Partigiano combattente, Commissione riconoscimento partigiani italiani all’estero (P. Luceri, cit. p. 177, ICAR).
Però Salvatore Giuseppe, nato il 4 gennaio 1922 da Pasquale e Adelina Concetta D’Alessandro. Militare, dopo l’8 settembre passa nei partigiani nella decima Armata jugoslava, per combattere i nazifascisti, dal 13 dicembre 1944 al 16 marzo 1945 (P. Luceri, cit. p. 184).
Piccione Adalgerio, nato il 6 luglio 1909, da Ottavio e Valentina Morgano, formazione politica nel Partito Socialista Italiano, Patriota, dal 9 settembre1943 al 4 luglio 1944, qualifica riconosciuta dalla Commissione regionale del Lazio (ICAR).
Presicce Giovanni nato il 18 agosto 1924, da Egidio e Maria Sabatelli, professione marittimo (proprietario) e soldato artigliere 1° Reggimento Distretto Militare di Lecce, passa alla formazione “Monferrato”, con il nome di battaglia “Morgan” dal 7. Settembre 1944 al 7 luglio1945, qualifica riconosciuta Patriota (Istoreto, P. Luceri, cit. p. 195).
Quaranta Carlo, nato il 12 gennaio 1906, da Antonio e De Monte Addolorata Patriota, qualifica riconosciuta dalla Commissione regionale del Lazio (ICAR).
Quaranta Otello nato il 25 luglio 1907 da Vincenzo e Rosaria De Pace, Partigiano combattente, qualifica riconosciuta dalla Commissione Partigiani all’estero div. Garibaldi “Italia” in Jugoslavia, dal 5 luglio all’8 marzo 1945 (ICAR, P. Luceri, cit. 191).
Romanello Pantaleo, nato nel 1921 da Salvatore, arruolato nell’esercito, dopo l’armistizio muore da Partigiano combattente il 5 dicembre 1943 a Pljevlja in Jugoslavia. Qualifica di riconosciuta dalla Commissione partigiani italiani all’estero (P. Luceri, cit. p.184, ICAR).
Ruggeri Antonio nato il 16 dicembre 1916, da Luigi e Maria Teresa Bove, professione muratore, militare artigliere nel 48° Reggimento con il grado di Caporale Maggiore. Passa dal 3 maggio1944 al 8 giugno 1945 alla 180° Brigata partigiana “Garibaldi” con il nome di battaglia “Franco”, qualifica non indicata (Istoreto, P. Luceri, cit. p. 215).
Russo Alfredo nato il 13 agosto 1913, da Michele e Filomena Fonte, residente a Torino, professione legatore, entra nella Brigata partigiana “Giustizia e Libertà” con nome di battaglia “Alfio” dall’1 Luglio 1944 al 7 giugno1945, qualifica riconosciuta di Patriota (Istoreto, P. Luceri, cit. p. 216).
Russo Orlando, nato il 9 luglio 1922 a Porto Cesareo (fraz. di Nardò) da Francesco e Caterina Anna Fai. Militare operativo in Grecia, dopo l’8 settembre è nei reparti italiani e combatte contro i nazisti a Leros (Grecia). Dopo aver partecipato alla conquista dell’isola, trova riparo in Turchia. Qualifica di Partigiano combattente Commissione riconoscimento partigiani italiani all’estero (P. Luceri, cit. p.216, ICAR).
Russo Pasquale, nato l’1 aprile 1923 da salvatore e Assunta Spenga, si arruola nell’esercito conseguendo il grado di tenente, dopo l’armistizio entra nel Div. “Garibaldi Italia” dall’1 ottobre 1944 all’11 maggio 1945 in Jugoslavia. Qualifica di Partigiano combattente riconosci, Commissione partigiani italiani all’estero (P. Luceri, cit. p. 216, ICAR).
Santo Arturo, nato il 4 gennaio 1921 da Ettore e Maria Addolorata Logino, giovanissimo si trasferisce a Torino per trovare lavoro. Allo scoppio del conflitto è chiamato alle armi, ma dopo l’8 settembre passa in una brigata partigiana. Fatto prigioniero nel 1944 dai Fascisti, riesce, con uno stratagemma, a fuggire (Antonio Falconieri, Nardò scopre nove Partigiani sconosciuti, “Quotidiano di Puglia” del 25.04.2020); Pietro De Florio Arturo Santo (1921-1989), il pittore amato dalla gente, “Fondazione Terra d’Otranto” del 25.06.2021)
Siciliano Fulvio, nato il 19 luglio 1921, sergente dell’esercito, passa dopo l’8 settembre nella Divisione partigiana “Garibaldi Italia” (P. Luceri, cit. p. 228).
Spartano Luigi, nato il 24 maggio 1919 da Salvatore e Salvatora Valente, militare in Jugoslavia, dopo l’8 settembre passa nella Div. “Garibaldi Italia” in Jugoslavia fino al 28 giugno 1944. Fu rimpatriato per malattia. Qualifica di Partigiano combattente, Commissione riconoscimento partigiani italiani all’estero (ICAR).
Spenga Antonio, nato il 4 settembre 1918 da Salvatore e Addolorata Napoli, dall’esercito passa alla Div. “Gramsci”, per combattere i nazifascisti in Albania dal 15 marzo al 30 novembre 1944. Qualifica di Partigiano combattente, Commissione riconoscimento partigiani all’estero (P. Luceri, cit. p. 235, ICAR).
Tarantino Mario nato il 3 agosto 1920, da Gregorio e Anna Ippolito residente a Torino, professione meccanico aggiustatore, poi soldato presso Distretto Militare di Torino, entra nella Brigata Partigiana “Ferrero” dal 15 ottobre 1944 all’8 maggio 1945, con la qualifica di Benemerito e nome di battaglia “Mario” (Istoreto, P. Luceri, cit. p. 242).
Tarantino Nicolino nato il 5 febbraio 1915, da Massimo e Amelia Russo, Carabiniere facente parte della Brigata “Matteotti Città”. Patriota dal 14 aprile 1944, fino alla liberazione, qualifica riconosciuta dalla Commissione regionale dell’Emila Romagna (ICAR).
Tolometo Vittorio nato il 22 maggio 1915, da Giuseppe formazione “Matteotti Città” dal 14.10.1944 al 21.04. 1945, Patriota, qualifica riconosciuta dalla Commissione regionale dell’Emilia Romagna (ICAR).
Vallone Federico nato il 25 marzo 1910, da Gregorio e Fracella Amelia, Partigiano combattente, qualifica riconosciuta dalla Commissione regionale del Lazio, appartenente al Fronte militare combattenti della Resistenza Caruso dal 8 ottobre 1943 al 4 maggio 1944, ferito in combattimento e invalido (ICAR, P. Luceri, cit. p. 249).
Vanini Giulio Carlo nato il 6 maggio 1919, da Egidio e Romanello Raffaella, studente e poi artigliere dell’esercito, con il grado di Sergente Maggiore dal 2 marzo1944, fino a giugno 1944. Aderisce alla RSI dal 20 marzo 1944 al 15 giugno dello stesso anno, passa il 15 giugno 1944 nei Partigiani della “Brigata Garibaldi” con la qualifica attribuita dalla Commissione Piemonte di Benemerito e nome di battaglia “Vittorio”, fino al 22 dicembre1944 (Istoreto, P. Luceri, cit. p. 250, ICAR).
Zacà Giuseppe, nato il 24 novembre 1919, da Cosimo e Salvatora De Trane. Arruolato nell’esercito impegnato in Grecia nel reggimento “Acqui”, dopo l’armistizio combatte nei reparti italiani contro i tedeschi, perdendo la vita il 12 settembre 1944 (M. Mennonna, cit. p. 65).
Zacchino Antonio, nato il 15 marzo 1914 da Angelo a Maria Lucia Caputo. Paracadutista a Leros (Grecia). Dal 9 settembre 1943 combatte contro i Tedeschi, ma il 17 dello stesso mese, in uno scontro armato, viene fatto prigioniero, fino al 30 giugno 1944. Qualifica di Partigiano combattente, Commissione riconoscimento partigiani italiani all’estero (P. Luceri, cit. p.255, ICAR).
Zacchino Luigi nato il 22 agosto 1905, da Giovan Battista e Manca Rosaria, residente a Manciano, (Grosseto), da Carabiniere a Partigiano combattente nel raggruppamento Monte Amiata 7° Gruppo Bande Compagnia Comando, grado gregario. Attività riconosciuta dall’1 aprile 1944 al 20 luglio 1944. Qualifica riconosciuta dalla Commissione regionale toscana (ICAR). Grazie alla funzione di carabiniere, protesse e coprì i Partigiani, prodigandosi anche nell’assistere la popolazione, rischiando la fucilazione, se scoperto. A Manciano viene ricordato con onorificenze e una dedica toponomastica (M. Mennonna, cit. pp. 43 – 46, per approfondire la biografia).
Giuseppe Zuccaro nato il 13 settembre 1915, citato dalla Commissione regionale della Liguria (ICAR);
L’elenco dei partigiani neritini non finisce qui con 46 unità, tuttavia ci sono altri 24 nomi da aggiungere, riportati nel libro di Mario Mennonna (pp. 56 – 65) a cui si rimanda per le notizie biografiche.
BIBLIOGRAFIA e NOTE
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- Bravo, Resistenza Civile, in Dizionario della Resistenza, vol. I, a cura di E. Colletti, R. Sandri, F. Sessi, Torino Einaudi, 2000, in ANPI Brindisi.
- Santi Peli, La Resistenza in Italia, Storia e Critica, Torino, Einaudi, 2004 p. 213.
- Carlo Jemolo, I Valori della Resistenza, “La Stampa” Torino del 24.07.1960.
- Chiara Valentini, Ora Parliamo degli Eccidi Rossi, “Espresso” del 28.05.1995, intervista a Claudio Pavone.
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- L’articolo di Luigi Longo sul giornale clandestino “La Nostra Lotta”, marzo 1944, Torino, sta in Armando Saitta, Dal Fascismo alla Resistenza, La Nuova Italia, Firenze, 1961.
- Giorgio Vaccarino, La Resistenza e La Repubblica di Salò in Italia, in “La Storia”, vol. XIII, Utet, De Agostini /Repubblica, 2004.
- Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Mondadori Cda, 1994.
- Fonte tabella dati del Ministero della Difesa, in M. Redina, Italia 1943/1945 Guerra Civile o Resistenza, Newton Compton, Roma, 1995 e i dati aggiornati a marzo 2023, per singole province e sommati ricavati da ICAR cioè Istituto Centrale per gli Archivi, Ministero della Cultura.
- Anpi Brindisi portale online
- Bocca, Le Ribellioni del Sud, Storia dell’Italia Partigiana Settembre 1943 – Maggio 1945 (1966), in ANPI Brindisi.
- Mario Pirani, L’Eccidio di Barletta, “La Repubblica” del 16.09. 2001, in ANPI Brindisi.
- Vittorio Zacchino La Resistenza in Puglia nel 1943, Panico Galatina, 1983.
- Vito Antonio Leuzzi, Bari 28 Luglio 1943, Eccidio di via Niccolò Dell’Arca Studenti e Prof. in Piazza all’Alba della Resistenza “Gazzetta del Mezzogiorno” del 22.05.2011
- A. Leuzzi, 1944 Da Bari si Alzano le prime Voci Libere, “La Gazzetta Del Mezzogiorno Puglia e Basilicata 150 anni di Unità, Marzo 2011.
- Gloria Chianese, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, vol. I in Dizionario della Resistenza, cit. ANPI Brindisi
- Salvatore Coppola, Bona Mixta Malis, Fascismo e Antifascismo e Chiesa Cattolica nel Salento, Giorgiani Editore, Lecce, 2011, pp. 360 – 386 (si vedano in dettaglio tutti gli episodi di protesta).
- Coppola, Conflitti Sociali a Nardò, tra il primo e il secondo dopoguerra (1919-1946), in Salvatore Coppola e Dora Raho, Nardò dal Fascismo alla democrazia, Salento Books Nardò, 2009.
- Coppola, Repubblica Neretina, Giorgiani Castiglione, 2020.
- Pati Luceri, Partigiani e Antifascisti di Terra d’Otranto, Giorgiani Castiglione, 2012.
- Luceri, I Deportati salentini leccesi nei lager nazifascisti, a cura dell’ANPI di Lecce, 2015
- Mario Mennonna, La Resistenza dei neretini nella Guerra di Liberazione, Congedo Galatina, 2021.


















