• Considerato l’interesse che si è sviluppato in questi giorni per il recupero del Molo di Adriano di San Cataldo (Lecce), riproponiamo una intervista  rilasciata nel febbraio 2015 dal prof. Giuseppe Ceraudo  del’Istituto di Topogafia antica dell’Università del Salento  che ha condotto una campagna di scavi sul molo  di Adriano dal 2007 al 2015. L’intervista fu pubblicata a firma di Nicola De Paulis dal Quotidiano di Puglia nel febbraio 2015. La  rivisitazione  dell’articolo  può essere utile in quanto da quegli anni non sono state più condotte indagini archeologiche nel sito, tranne quelle del Dipartimento di Archeologia subacquea dirette dalla prof.ssa Rita Auriemma che hanno individuato i resti del molo di Maria d’Enghein di cui parla il De Giorgi.

di Nicola DE PAULIS

Pur essendo conosciuto e segnalato fin dal XV secolo da storici e studiosi locali come il Galateo, il De Giorgi (1913), le conoscenze sull’antico porto di San Cataldo (Lecce) sono rimaste fino a pochi anni frammentarie. Ora grazie ad un programma di ricerca effettuato dalle cattedre di Topografia antica, Aereo topografia archeologica e Rilievo e analisi tecnica dei monumenti antichi dell’Università del Salento dirette dai professori Marcello Guaitoli, Giuseppe Ceraudo e Carla Maria Amici, le conoscenze di questo antico porto, che una fonte letteraria (Pausania II° secolo d.C.) riferisce essere stato costruito sotto il regno dell’Imperatore Adriano (117-138 d.C.), molti più dati sono stati acquisiti. In occasione di un incontro che si è svolto al Museo storico archeologico dell’Università del Salento abbiamo incontrato il professor Giuseppe Ceraudo.

Giuseppe Ceraudo

Professore Ceraudo il porto di San Cataldo fu costruito veramente dall’Imperatore Adriano?
«In realtà non è così certo quanto tramandato da Pausania e seguendo tutto il discorso della sistemazione urbanistica che ha avuto Lecce, l’antica Lupiae, in età augustea non è da escludere che i resti attualmente visibili possano essere retrodati all’epoca dell’imperatore Augusto (I° secolo). Però sono resti imponenti sicuramente di età romano imperiale. Si pensava che fosse un porto a elle, anche a causa di sovrapposizioni moderne, in realtà abbiamo avuto modo di verificare che il molo è semilunato. La scoperta più portante avvenuta nelle ultime campagne di scavo è che il porto era dotato nella parte interna di anelloni di ormeggio in pietra calcarea inseriti nella struttura muraria del porto che servivano per ormeggiare le imbarcazioni».

Come è avvenuto il recupero della struttura?
«Dal 2004 al 2007 il primo intervento è stato di pulizia dell’area e documentazione dei resti perché rilievi tipografici, rilievi di dettaglio delle strutture ancora conservate. Poi negli ultimi due anni, all’interno di un progetto di recupero e di valorizzazione dei resti del porto, è stato possibile effettuare saggi di scavo nella parte interna. In mare abbiamo fatto delle ulteriori ricognizioni subacque che hanno permesso di individuare resti del porto romano e in terra ci hanno permesso di trovare i solchi delle carraie provocate dal passare dei carri che andavano al porto per caricare e scaricare le merci».

Avete trovato dei reperti che testimoniassero questo tipo di commercio?
«Sono elementi che abbiamo indirettamente da altre ricognizioni come numerosi resti di anfore che testimoniano un commercio ricco in età imperiale non soltanto lungo la costa adriatica ma con tutto il Mediterraneo. In età medioevale i resti del molo non erano più agibili; resta invece la rada, riparo ai venti settentrionali. Poi i tentavi falliti di costruire un porto nell’Ottocento e Novecento».

Ma come era stato costruito il porto antico?
«Con grandi blocchi squadrati di calcarenite, la pietra leccese, che costituivano le cortine esterne e con delle catene sempre in grandi blocchi che racchiudevano la struttura interna e tutto riempito con calcestruzzo, le cui analisi sono in corso da parte di colleghi statunitensi per verificare se si tratta di pozzolana. Ci risulta che i blocchi provengono da vicine cave nella zona retrostante le Cesine».

Secondo lei quanto era lungo il porto?
«Una ottantina di metri, però doveva continuare a terra con strutture che servivano per lo stoccaggio dei materiali e da qui  partiva la strada che raggiungeva il centro di Lecce».

Qual era questa strada che raggiungeva Lecce?
«Non ricalcava la strada moderna, ma aveva un andamento più sinuoso sulla destra del tratto attuale che va da San Cataldo a Lecce, e serviva in qualche modo a quelle che dovevano essere fattorie o centri di produzione individuati durante le ricognizioni. Tracce dell’antica strada restano presso Masseria Ramanno, altri resti sono prossimi al molo, ma grazie alle fotografie aere e le immagini satellitari si ricostruisce il tracciato Alcune di queste strutture sulla antica strada erano delle fabbriche di anfore per il trasporto di olio e di vino sul tipo di quelle rintracciate nella grande fornace di Apani nel brindisino».