Per la sua rilevanza, riportiamo di seguito l’intervista integrale rilasciata dal giornalista e storico Lino De Matteis al quotidiano pugliese “L’Edicola”.
Felice BLASI
A Lino De Matteis, giornalista e scrittore, autore della “Storia del Grande Salento”, chiediamo che cosa ne pensa del dibattito sulla “salentinità di Taranto”, che si è sviluppato, nelle ultime settimane, sulle pagine di questo giornale.
«Credo che sia un tema centrale per la crescita, non solo di Taranto ma dell’intera penisola salentina. Stare insieme non è una nostalgia del passato comune nell’antica Terra d’Otranto, ma una necessità per affrontare le sfide della modernità, che marginalizzano i localismi. Per questo, credo che brindisini, leccesi e tarantini debbano rendere questo territorio un laboratorio confederativo, per il raggiungimento di obiettivi comuni, evitando le polemiche, che non hanno mai dato da mangiare, ma, anzi, ostacolano il progresso».
Come è possibile ciò quando il marketing territoriale di alcuni enti presenta il Salento come se fosse solo la provincia di Lecce?
«È un grave errore, storico e geografico, perché Taranto è fisicamente parte integrante della penisola salentina, e, insieme a Lecce e Brindisi, importante componente della storica Terra d’Otranto. Alla Bit di Milano, per esempio, la “Destinazione Salento” dovrebbe presentarsi con un marchio unico, valorizzando tutte e tre le province insieme, perché, indipendentemente da dove pernotta il turista, è possibile raggiungere in giornata qualsiasi luogo della penisola. Ho ritenuto sbagliato, sin dall’inizio, utilizzare l’accattivante slogan “Salento d’amare” solo per promuovere la provincia di Lecce. I Giochi del Mediterraneo dell’anno prossimo a Taranto trasformeranno l’intero Salento in un albergo diffuso, per questo è necessario valorizzare insieme tutti i più importanti attrattori del territorio».
Come il fenomeno del tarantismo?
«Certo. Il fenomeno del tarantismo è stato sfruttato massicciamente dai leccesi, vedi il concertone della Notte della Taranta a Melpignano, ma è una realtà che coinvolge anche il Tarantino. Sembra, ormai, acclarato che il fenomeno abbia avuto origine proprio nella Taranto spartana, dove, all’epoca della colonizzazione della Magna Grecia, sono stati introdotti i riti lacedemoni. Presentarlo, dunque, come facente parte dell’intero Salento non può che essere un valore aggiunto per tutti».
Ma sono i tarantini a non sentirsi salentini o sono i leccesi e brindisini a non considerarli tali?
«Diciamo che c’è un concorso di colpa. Già nell’Ottocento Taranto soffriva la lontananza dal capoluogo leccese e non faceva mistero delle sue mire autonomiste. Ma la vera frattura emotiva sulla “salentinità” è avvenuta una ventina di anni fa, con l’esplodere della crisi ambientale dell’Ilva: mentre Taranto, infatti, era percepito, in tutt’Italia, come un territorio inquinato, da evitare, a Lecce e Brindisi esplodeva, invece, il boom turistico a livello mondiale. I tarantini si sono sentiti abbandonati dai cugini brindisini e leccesi, una frattura che non è stata ancora risanata del tutto».
La competitività tra le province ha, comunque, anche un’origine storica, quando, un secolo fa, il fascismo suddivise la Terra d’Otranto, con la creazione delle tre province.
«Il provincialismo è stato una delle cause che hanno frenato lo sviluppo e reso il Salento succube di decisioni altrui, vedasi l’assurta vicenda della bradanico-salentina, la superstrada Lecce-Taranto rimasta incompiuta. Ma, a guardare la storia dell’ultimo secolo, si scorge anche che lo spirito unitario non è mai morto del tutto, a partire dal tentativo di istituire la “Regione Salento” alla Costituente; dal Consorzio interprovinciale per la fondazione dell’Università di Lecce, poi diventata del Salento; dal cambio di nome dell’aeroporto di Brindisi, anch’esso diventato del Salento; ecc. Fino al 1993, col sistema elettorale proporzionale, le tre province erano un’unica circoscrizione, e la stessa industrializzazione, del siderurgico a Taranto, del petrolchimico a Brindisi e delle macchine movimento terra a Lecce, rappresentava elemento di socializzazione tra gli operai, che giungevano da ogni parte del Salento».
Come è possibile, oggi, rilanciare quegli elementi unitari?
«La tendenza unitaria dei salentini si è più volte manifestata, nel corso dell’ultimo ventennio, con la firma di vari protocolli d’intesa, sottoscritti dai presidenti delle tre Province. L’ultimo, quello del 2020, è stato voluto, oltre che dai presidenti di Provincia, anche dai tre sindaci dei capoluoghi e dal rettore dell’UniSalento. Bisogna dire, onestamente, che sono mancati i risultati concreti, ma quei protocolli hanno dimostrato che esiste, ed è vivo, uno spirito confederativo tra le tre province, che, al momento, rappresenta l’unica strada possibile di collaborazione».
Parlare di “Grande Salento”, come fai nel tuo libro, non contribuisce però all’idea che esiste il Salento e poi una parte che, invece, non è Salento, da inglobare?
«L’espressione “Grande Salento” è stata coniata con il protocollo d’intesa del 2007, firmato dai tre presidenti di Provincia di allora, e proposto proprio dal tarantino Gianni Florido. In realtà è un’espressione che non ha alcun intento egemonico o annessionistico, è si è resa necessaria solo per poter comprendere alcuni comuni che, fisicamente, ricadono al di fuori dalla penisola salentina, ma, naturalmente, non possono essere esclusi, facendo amministrativamente parte della Provincia di Taranto. La mia recente scoperta dell’esistenza della “Provincia del Salento”, nella Costituzione del 1820 del Regno delle due Sicilie, rende comunque superflua quella espressione, bastando semplicemente il toponimo “Salento”, quale erede della Terra d’Otranto, per indicare insieme le tre province di Lecce, Brindisi e Taranto».


















