Monteruga (Veglie)

Nel villaggio fantasma

  • Domenica, 24 Marzo 2019
Nel villaggio fantasma

di Ilenia FALCO

C’è un villaggio fantasma nel cuore del Salento: si chiama Monteruga e sorge in campagna nel territorio di Veglie, tra San Pancrazio, Salice e Veglie, in provincia di Lecce. E’ stato abbandonato nei primi anni ottanta e mai più ripopolato. In questo piccolo borgo si ritrovano ancora oggi le rovine del passato, come gli alloggi, la scuola, la piazza centrale, la chiesa intitolata a sant’Antonio Abate, ma nessun abitante. Una fiorente azienda agricola che il tempo ha trasformato in un paese fantasma.

Il villaggio nasce durante il ventennio fascista, quando il governo decise di porre in atto una serie di operazioni di bonifica agraria nel comprensorio dell’Arneo, porzione di territorio in cui è situata Monteruga. Un vasto latifondo sostanzialmente incolto, quasi selvaggio, su cui aveva titolarità un ristretto numero di famiglie abbienti, principalmente i Tamborino di Maglie.

Viste le condizioni di abbandono in cui versava era utilizzato come nascondiglio dai briganti e godeva per tanto di cattiva fama. Si racconta infatti che i trasportatori di merci e prodotti quando dovevano arrivare da Lecce a Taranto, per non incorrere in brutti incontri, evitavano di percorrere durante le ore notturne il tratto stradale Nardò-Avetrana in corrispondenza della boscaglia più folta e se proprio non avevano alternative, proseguivano sempre in carovana.

L’opera di bonifica fu affidata alla Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazione (Sebi), che rilevò una parte dell’Arneo dagli storici proprietari privati e aprì un pubblico bando indirizzato specialmente ai contadini e ai braccianti del Basso Salento, con la proposta di spostarsi un po' più a nord, dai loro piccoli poderi verso le terre da bonificarsi nell’Alto Salento. Così gli aderenti, dietro regolare retribuzione e utilizzando le attrezzature e i mezzi meccanici procurati dalla Sebi, contribuirono alla trasformazione di quei terreni incolti in superfici coltivabili, dopodiché, a ciascuno sarebbe spettato un appezzamento (due o tre ettari, in base al nucleo familiare), dove coltivare tabacco e le colture necessarie alle esigenze domestiche.

Nel frattempo la Sebi piantò migliaia di ulivi e vaste estensioni di viti, ma furono patrimoni che mai passarono ai coloni, bensì finirono nelle mani dei massari, cioè i responsabili delle precedenti masserie acquisite dai privati, “fiduciari” della società neo proprietaria. In parallelo vennero realizzate stalle, silos, un frantoio, serbatoi per l’acqua potabile, uno stabilimento vinicolo, una grande manifattura, disposta su tre piani, per la lavorazione del tabacco e una trentina di abitazioni per i coloni arrivati da fuori.

Nasceva così il piccolo borgo di Monteruga, i residenti, circa trecento persone, vivevano in case composte da due stanze e un giardinetto sul retro, con servizio igienico ed impianto elettrico. C’erano tutte le condizioni per una lunga e proficua vita all’interno del villaggio, invece, se pur vero ci si trovava nei delicati anni di transizione che segnarono il passaggio dal regime monarchico a quello repubblicano, l’insediamento finì con lo svuotarsi del tutto, fra il 1970 e il 1980, dopo che la Sebi andò in liquidazione e permise il subentro di imprenditori privati, senza nessuna concreta prospettiva di rilancio.

Il primo consiglio da dare a chi voglia avventurarsi in questo posto è di indossare pantaloni lunghi e scarpe chiuse, per poter avanzare tra le sterpaglie senza pungersi troppo. All’esterno c’è un cancello fatiscente posto a protezione, ma è facile aprirlo facendo attenzione alla ruggine. Una volta superato, si è catapultati nella piazza centrale, ricoperta da erbacce in cui spicca alto e imponente il frontale della Chiesa di Sant’Antonio Abate con un rosone centrale segnato dal tempo e dalle intemperie. L’interno della chiesa è malmesso, i banchi sono ricoperti da uno strato spesso di polvere mista a terra e fogliame, il pavimento da calcinacci precipitati dal soffitto. Al centro l’altare, bianco e silenzioso, senza alcun paramento sacro o fiori per adornarlo.

Basta vincere un po' di timore iniziale per addentrarsi in questo antico borgo, testimone di una vita umile, fatta di lavoro, sudore e bellezza delle cose semplici. Un luogo in cui il trascorrere del tempo si è fermato ad aspettare che qualcuno lo scopra, lo rivaluti, dando un senso a tutto. Monteruga, il suo passato, la sua architettura ancora in piedi, accendono la curiosità di molti, oggi meta di appassionati di paesi fantasmi e atmosfere spettrali.

I Cicloamici di Fiab Lecce (Federazione Italiana Amici della Bicicletta), riuniti nell’associazione che svolge attività nel settore della tutela e della valorizzazione della natura e dell’ambiente, organizzano pedalate alla scoperta degli insediamenti rurali disabitati del Salento e il punto d’arrivo delle escursioni è proprio il Villaggio di Monteruga.

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