Ginosa

Nel paese delle masciáre

  • Sabato, 10 Novembre 2018
Nel paese delle masciáre

Lo scenario antico e misterioso dei villaggi rupestri che caratterizza questo paese, all’estrema periferia del Grande Salento, evoca suggestioni di pratiche magiche, di incantesimi e sortilegi. Le vicende storiche di Ginosa si intrecciano, infatti, con magia e stregoneria e, non a caso, uno dei soprannomi appioppati ai ginosini è proprio masciáre, streghe. Si ritiene, infatti, che negli anfratti dei burroni e nei tuguri, maghi e fattucchiere preparassero filtri d’amore e di morte, fabbricassero talismani, infilzassero spilloni in pupazzetti di pezza, che raffiguravano la persona sulla quale si voleva lanciare il malocchio. Il ricorso alle pratiche magiche era il modo per farsi giustizia e la gente non si faceva scrupolo di rendere male per male, ricorrendo ai fattucchieri che erano i giustizieri a buon prezzo. I secoli e i tempi moderni hanno offuscato fasti e nefasti di maghi e fattucchiere, lasciando in eredità solo il soprannome masciáre. Ma fino a qualche decennio fa, poteva ancora succedere di trovare sul sagrato della chiesa limoni trafitti da chiodi, nastrini pieni di spilli o ombrelli col filo verde legato al manico, tutti segni di morte o sciagura augurata a qualcuno e assicurata dalle masciáre.  

Una visita a Ginosa, l’antica Genusium, il Comune più a nord-ovest della provincia di Taranto, ai confini con Matera, sulle falde meridionali della murgia jonica, non può prescindere da una piacevole passeggiata lungo il corso principale della città, la strada del passeggio e dello shopping che collega il borgo antico alla città nuova. Percorrere corso Vittorio Emanuele, in direzione dell’antico maniero, è come sentirsi sulla tolda di un veliero, col lieve andamento ondoso dato dal dislivello stradale, con la discesa e la risalita, fino all’imponente castello normanno, proteso su uno sperone roccioso, come una gigantesca prua nella suggestiva gravina ginosina, sul cui letto, talvolta, scorre tumultuosa l’acqua piovana, andando ad infrangersi su quello sperone roccioso come onde del mare. Il maniero, voluto da Roberto il Guiscardo, nell’XI secolo, si erge sul punto più alto del bordo della gravina, nella quale si incunea, segnando lo spartiacque tra la contrada Casale, sulla sinistra, e quella di Rivolta, sulla destra, entrambe stupefacenti paesaggi ancestrali, sedi di primitivi villaggi rupestri, scavati lungo i pendii tufacei, ricchi di grotte e anfratti naturali.  

Imboccando corso Vittorio Emanuele, si costeggia la grande piazza IV Novembre, sulla sinistra, e piazza Marconi, sulla destra, con il monumento ai Caduti, gli scavi archeologici e la sede del Municipio. Più avanti, sulla destra, piazza Plebiscito, punto di raccordo tra il paese antico e quello moderno: la piazza occupa lo spazio destinato, un tempo, al sagrato dell’antico monastero di Santa Maria del Piano (XIII secolo). Di fronte a piazza Plebiscito, si può ammirare la sobria facciata della chiesa dei Santi Medici (XVII secolo), con a fianco il candido monastero, oggi sede del Palazzo della Cultura, del museo del Barbiere e del Parrucchiere e della Pro Loco, con una grande targa dedicata a Cesare Battisti. Una piccola deviazione in via dei Santi Medici, subito sulla sinistra, vi consente di ammirare la maestosa chiesa di San Martino.  

Riprendendo il cammino sul corso Vittorio Emanuele, superato, sulla destra, il teatro Alcanices, ci si imbatte, sempre sulla destra, nella bella piazza Orologio, una bomboniera architettonica, un tempo nota come piazza Nuova per distinguerla dalla sottostante e più antica piazza Vecchia: fu realizzata nel XIX secolo, a seguito della costruzione della Torre dell’Orologio, che, nel 1820, prese il posto del vecchio Palazzo del Sedile; sulla destra della piazza c’è palazzo Tarantini, oggi Pupino (XVIII secolo); mentre alle spalle dell’Orologio, si trova palazzo Strada (XVIII secolo). Prima di affrontare la gravina, consigliabile una sosta al bar Caffè del Borgo Antico, all’interno del suggestivo palazzo Tarantini (all’angolo tra Corso Vittorio Emanuele e piazza Orologio), dove oltre a un buon caffè si può assaggiare un’ottima pasta alla crema, detta “minna di monaca” (tetta di monaca).  

Prima di riprendere il cammino, una veloce puntatina alle spalle del palazzo Tarantini, in via Garibaldi, per vedere la chiesa di San Giuseppe (XVIII secolo), dove, ogni anno, l’ultimo sabato di aprile, si festeggia Santa Maria d’Attoli, con la cavalcata della Mddonna, durante la quale la statua viene trasportata da un grande carro, trascinato da molti cavalli e preceduto da decine di cavalieri a cavallo, in un corteo che attraversa la città.  

A questo punto non resta che prepararsi a gustare l’apoteosi della gravina. Arrivati di fronte al grande castello, costruito su uno spuntone di roccia e collegato al borgo antico da un grande ponte in muratura, si prende a destra, per via Alcanices, un sentiero gradonato che, passando sotto il ponte del castello, vi porta sull’antica via Matrice, lungo la contrada Casale, il luogo più suggestivo della gravina, con i resti del villaggio rupestre. Nonostante i crolli causati dai terremoti e dall’incuria umana, il paesaggio conserva intatto tutto il suo fascino, con le numerose grotte, abitate sino alla metà del secolo scorso, e le tipiche chiese rupestri, come quelle di Santa Domenica e dei Santi Medici. Scenario ideale per l’ambientazione scenica della Passio Christi, rappresentazione che si svolge, ogni anno, durante la Settimana Santa, con centinaia di figuranti.  

Arrivati in via Matrice, si prende a destra verso la chieda Madre del Rosario, realizzata interamente in tufo, nel XVI secolo, con uno scenografico affaccio sulla gravina, nel punto in cui si dividono le due principali contrade di Casale e Rivolta. Proseguendo, infatti, dietro la chiesa Madre, per via San Giovanni, si imbocca il sentiero che porta al villaggio rupestre di Rivolta, un percorso che, nella parte terminale, conserva ancora oggi tutta la sua rude e antica semplicità. Da queste parti è possibile vedere anche un frantoio ipogeo. La contrada, che prende il nome dalla svolta della gravina, si dispone su più livelli, con grotte, abitazioni e chiese rupestri, come quelle di Santa Sofia e di Santa Barbara. È attraversata da un reticolato di viuzze e scalette, con slarghi su cui si affacciano gli usci delle case e si aprono le bocche delle cisterne. Tornando indietro, verso la chiesa Madre, si può ammirare meglio il villaggio rupestre di Casale e proseguendo, lungo via Matrice, si può imboccare a destra la deviazione di via Bacco, che consente di scendere giù al fondo della gravina, nella zona dove si mette in scena la Passio Christi (da non perdere durante la Settimana Santa), oppure, prendendo più avanti a sinistra, all’altezza della chiesa di Sant’Antonio (XVII secolo), nell’omonima piazza (detta piazza Vecchia, da cui ha inizio via Matrice), ci si ricongiunge, tramite una scalinata, con il corso Vittorio Emanuele. E se la passeggiata lungo la gravina vi a messo appetito, potete tornare alla trattoria-pizzeria del Caffé del Borgo Antico ad assaggiare qualche piatto tipico del posto o una buona pizza.

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