Il Grande Salento da scoprire/5

Le Giudecche salentine

  • Venerdì, 04 Settembre 2020
Le Giudecche salentine
  • Museo ebraico di Lecce

I Comuni
Acaya, Alessano, Brindisi, Carpignano Salentino, Castellaneta, Copertino, Francavilla Fontana, Galatina, Galatone, Gallipoli, Grottaglie, Lecce, Leverano, Manduria, Martina Franca, Massafra, Mesagne, Nardò, Oria, Ortelle, Ostuni, Otranto, Roca Vecchia, San Pietro in Lama, San Vito dei Normanni, Santa Cesarea Terme, Santa Maria al Bagno, Santa Maria di Leuca, Scorrano, Seclì, Soleto, Specchia, Taranto, Torre dell’Orso, Tricase, Tricase Porto, Ugento

Il Salento ha legami millenari con il mondo ebraico, essendo stato geograficamente una tappa importante del percorso che, nei secoli, ha visto l’ebraismo espandersi e diffondersi in tutto il Mediterraneo. Attraverso numerose fonti storiche, si è potuta accertare la presenza di comunità ebraiche nel “tacco d’Italia” sin dal tempo della Roma repubblicana: qui gli ebrei, che sbarcavano a Brindisi, venivano impiegati come schiavi nella coltivazione dei latifondi romani. Ma è dopo il 70 d.C., con la distruzione di Gerusalemme da parte dell’imperatore Tito, che nel Salento, come nel resto della Puglia e dell’Italia meridionale, si determinò lo stabilirsi definitivo di colonie di ebrei, che, sia pure attraverso varie vicissitudini, si svilupparono culturalmente ed economicamente nel corso dei secoli, inserendosi nel tessuto sociale del territorio.

Le Giudecche prosperarono e si consolidarono, con alterne vicende, nei centri abitati del sud della Puglia, nell’antica Terra d’Otranto, durante il Medioevo, come descrive nel suo diario di viaggio, alla fine del XII secolo, il rabbino navarrese Binyamìn da Tudela. Con la caduta dell’Impero Bizantino (l’Impero Romano d’Oriente), 1453, e il conseguente ridimensionamento delle strutture portuali salentine, molti ebrei, nella loro veste di mercanti e prestatori di denaro, furono spinti a lasciare il territorio e a cercare fortuna altrove. Ma fu con il definitivo decreto di espulsione emanato, nel 1541, dai nuovi dominatori del Regno di Napoli, che si pose fine alla millenaria presenza delle comunità ebraiche anche in Terra d’Otranto.

Nel secolo scorso, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, tra il 1943-1947, il Salento divenne nuovamente zona di transito degli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, sostando qui nei campi profughi in attesa di proseguire la marcia verso la “terra promessa” del nascente Stato di Israele. Una circostanza che valse al Salento l’appellativo di “Porta di Sion”.

Numerosi i comuni salentini interessati a questo itinerario delle Giudecche. Ma volendo seguire le tracce della presenza giudaica nel Salento e scovare i più vistosi resti sopravvissuti di quell’antica cultura, si potrebbe partire proprio dalla “Porta di Sion” per antonomasia, vale a dire dal porto di Brindisi, scalo strategico per l’afflusso degli ebrei nel corso dei millenni e per il loro deflusso, poi, nel secolo scorso, verso Israele. A Brindisi la presenza ebraica è attestata, da fonti documentarie e testimonianze storiche, a partire dal IX secolo. Il quartiere ebraico si estendeva nel centro storico, lungo il vecchio porto del seno di levante, e andava dalla Nunziata (chiesa dell’Annunziata) alla Mena (l’odierno corso Garibaldi). La strada principale che attraversava il rione Giudea, nel 1321, era "Ruga Lame Judayce", corrispondente all'attuale via Giudea, la stradina che porta da corso Giuseppe Garibaldi a vicolo De’ D’Afflitto. Il toponimo di “Via Giudea” è stato ripristinato dopo le leggi razziali fasciste, che l'avevano trasformata in via Tunisi. Al centro del quartiere vi era la chiesa dei Santi Simone e Giuda, forse una precedente sinagoga, che nel 1565 era già in rovina. Il più antico ritrovamento ebraico a Brindisi è una stele sepolcrale medievale, rinvenuta nel 1873 in località Tor Pisana, nei pressi dell’attuale stazione ferroviaria, oggi conservata presso il Museo provinciale Ribezzo. Sulla pietra è riportata un’iscrizioni funeraria in lingua ebraica dedicata a Lea, una giovane fanciulla morta all’età di 17 anni, per la quale viene chiesto che si aprano le porte dei giardini dell’Eden. Affreschi con figure in costume ebraico si trovano nella chiesa di San Paolo (la scena di Pilato che si lava le mani davanti ad un gruppo di ebrei) e nella chiesa di Santa Maria del Casale (la scena Giudizio universale e ciclo di Santa Caterina).

Lasciando Brindisi, in direzione di Taranto, sul tracciato dell’antica via Appia, prima di arrivare nel capoluogo ionico, si incontrano due importanti centri per la storia della comunità ebraica salentina: le città di Oria e Manduria. Ad Oria il quartiere ebraico medievale si sviluppava a ridosso di Porta Taranto, più nota oggi come “Porta degli Ebrei”. La sinagoga è andata distrutta e dove sorgeva un tempo ora c’è un edificio. Della presenza ebraica nella città resta memoria nel toponimo di “Rione Giudea” impresso in un’insegna che introduce al quartiere ebraico, con la piazza dedicata al farmacologo ebreo oritano del X secolo Shabbetày Donnolo, al centro della piazza una grande menorah, il candelabro ebraico a sette bracci. Nel castello di Oria si conserva una stele funeraria con iscrizioni ebraiche e un bassorilievo con una menorah. Un’altra stele, dell’VIII secolo, è custodita nella Biblioteca De Pace-Lombardi (una copia di questa è visibile anche nel Museo ebraico di Lecce).

A Manduria il quartiere ebraico era collocato di fronte alla chiesa Madre, l’attuale Collegiata. La Giudecca si sviluppava in un isolato, di forma quadrangolare, tra vico Stretto, vico Lacaita e vico degli Ebrei. Ancora oggi il quartiere è accessibile da tre ingressi sormontati da altrettanti archi. La definizione di “Ghetto degli ebrei”, che sopravvive ancora oggi per indicare quella zona, risale al 1648, quando venne fatto costruire dal sindaco di Casalnovo, Filippo Bianchetti, proprio per racchiudervi gli ebrei: le tre porte del ghetto venivano chiuse al tramonto, costringendo gli ebrei a viverci relegati dal resto della città. Quello che rimane della sinagoga si presume sia un piccolo vano rettangolare, in sico degli Ebrei, a cui si accede da una facciata con un arco catalano-durazzesco ornato da rosette e da una maschera antropomorfa. Poco distante c’è la così detta “casa del Rabbino”, esempio di architettura del XVI-XVII secolo, cui si accede da un portale che introduce alla corte interna. La presenza degli ebrei è qui attestata fin dalla fine del XII secolo.

Della comunità ebraica di Taranto non sono rimaste tracce fisiche, ma la sua presenza è documentata, nel XII secolo, dalla testimonianza del rabbino navarrese Binyamìn da Tudela. Fu un centro di grande intellettualità ebraica, di cui alcuni manoscritti copiati in città sono oggi conservati in varie biblioteche e musei d’Europa. A Taranto, conservate nel Museo archeologico nazionale (MarTa), sono rimaste 26 stele funerarie (dal IV-V al X secolo) con epigrafi in ebraico, latino e greco, rinvenute nell’area di Montedoro. Le iscrizioni funerarie attestano l’importanza della comunità, che sarebbe stata fondata da una colonia di ebrei deportati da Tito, all’epoca della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C..

A nord di Brindisi, si incontra la città di Ostuni, dove la presenza degli ebrei è attestata da documenti sin dal XV secolo. Forse portava al cimitero ebraico il viottolo campestre, a sud del centro storico della “città bianca”, denominato “passaturu te li giutei”, la zona è attualmente urbanizzata e il toponimo è diventato via Passatoio dei Giudei. Proseguendo ancora più a nord, al di fuori del Grande Salento, si incontrano due centri importanti della storia dell’ebraismo in Puglia: Bari e Trani.

Lasciando Brindisi, verso sud, è obbligatoria la tappa di Lecce, dove è stato allestito l’unico Museo ebraico del Salento, l’ “Jewish Museum Lecce”, nel palazzo Taurino (palazzo Personè), tra vico della Saponea e via Umberto I, nel cuore dell’antica Giudecca leccese, oggi in gran parte occupata dal complesso monumentale di Santa Croce e dell’annesso convento dei Celestini (sede della Provincia). Il palazzo Taurino dove ha sede il museo è stato costruito sui resti della sinagoga, trasformata poi in chiesa dedicata a Santa Maria Annunziata. Il quartiere ebraico era compreso tra la basilica di Santa Croce, convento dei Celestini, via Matteotti, via Abramo Balmes e via Idomeneo. Nella toponomastica sopravvive la memoria del quartiere ebraico leccese nella via della Sinagoga, vico della Saponea e via Abramo Balmes. Tra la chiesa Greca e la chiesa di Sant’Angelo si trova l’edificio ancora oggi designato come la “casa del Rabbino”. Iscrizione in ebraico della sinagoga si ritrovano oggi nello scantinato del vicino palazzo Adorno: la lastra di pietra, con l’iscrizione quattrocentesca in caratteri ebraici, è collocata in un interrato, da dove si può scorgere l’acqua del fiume Idume, che, dopo aver attraversato sotterraneamente la città di Lecce, riemerge in superficie in prossimità della località di Torre Chianca, prima di sfociare nell’Adriatico. Altre iscrizioni ebraiche si trovano anche nella Torre Mozza, all’interno del castello di Carlo V. Affreschi con la raffigurazione dell’ebreo convertito sono dipinti nella chiesa dei Santi Nicolò e Cataldo, dentro il cimitero monumentale della città.

Lasciando Lecce, in direzione ovest, verso il mar Jonio, a Lequile si può vedere la stella di Davide su una casa palazziata del XVII, in via Trieste, accompagnata dalla scritta in lettere latine “ADONAI”, uno dei nomi di Dio usato per sostituire l’ineffabile tetragramma con la sequenza delle quattro lettere che compongono il nome di Dio, YHWH, troppo sacro per poter essere pronunciato. A San Pietro in Lama, invece, c’è un affresco, del 1512, nella cappella extraurbana di Santa Maria di Pozzino, a due chilometri dell’abitato, fatto eseguire da una benestante ebrea leccese convertita, Ricca Caradonna, come riportato nella dedica.

Proseguendo, a Copertino il quartiere ebraico, che si sviluppava intorno alla sinagoga, si trovava presso la chiesa della Collegiata, dedicata a Santa Maria della Neve, tra viale Margherita di Savoia e via Gianserio Strafella, nel cuore del centro storico, e la piazza mercantile, oggi piazza del Popolo. Nella piazza mercantile, nel XVIII secolo, aveva sede un’agenzia della multinazionale ebraica Rothschild, che, con sede principale a Gallipoli, esportava vino di produzione locale. Secondo alcuni studiosi locali, però, il quartiere ebraico si trovava fuori dalle mura, nel borgo Scialò, il cui toponimo, censito nel Catasto onciario del 1747, veniva collegato all’ebraico shalom, pace. A Nardò, il quartiere ebraico si estendeva all’interno del quartiere San Paolo, a ridosso delle mura, a breve distanza dalla porta urbica in direzione di Lecce, con il relativo cimitero ebraico fuori dalle mura. Cuore della Giudecca era la sinagoga che sorgevano nella zona dove ci sono ora la chiesa di Sant’Antonio e il convento dei Minori osservanti. A Sannicola, nella chiesetta di San Mauro ci sono affreschi con rappresentazioni di ebrei. Fino ad arrivare a Gallipoli, che fu un altro centro importante per l’ebraismo salentino. Qui, il quartiere ebraico medievale si era sviluppato fuori dalle mura urbiche, nei pressi dell’attuale chiesa di Santa Maria del Canneto, a ridosso del porto, luogo ideale per chi esercitava l’attività mercantile e di prestito di denaro. Quest’area urbana, anche se fortemente modificata da interventi edilizi successivi, ancora oggi viene indicata come “Sciudea” o “Sciudeca” e nella toponomastica stradale si registra la via Giudecca. Più a sud di Gallipoli, ad Ugento, da una pianta topografica del centro antico, realizzata nel 1906 e conservata nell’Archivio comunale, risulta una “via Ghetto”, accanto all’antico palazzo della Pretura. Dopo la ristrutturazione della zona, la via cambiò nome, divenendo prima via Spaventa e, poi, via Gigli: attualmente essa si stende da corso Umberto I a via Roma. Come altrove, è probabile che il nome di “via Ghetto” abbia potuto essere la versione moderna di un’originale via Giudea o Giudecca.

Lasciando Lecce, in direzione est, verso il mare Adriatico, si incontra Acaya, frazione di Vernole, dove un affresco raffigurante la scena della Dormitio Virginis, con l’arcangelo Michele che con la spada taglia le mani dell’ebreo Jefonia, che tentava di rovesciare il letto della Vergine, si incontra nella cappella diroccata del castello. A Torre dell’Orso, località marina di Melendugno, ci sono delle scritte ebraiche, corredate da menorah, il tipico candelabro ebraico, in una delle grotte lungo la scogliera.

Scendendo lungo la costa adriatica, si giunge ad una delle tappe obbligatorie per ricostruire la storia dell’esodo ebraico in Puglia nel corso dei millenni: Otranto, punto d’imbarco e d’approdo strategico, è stato uno dei centri ebraici più importanti del Salento, insieme a Taranto e Oria. Verso la metà del XII secolo, fu sede del più grande insediamento ebraico pugliese, con un’importante accademia talmudica e rinomato centro di studi e di produzione esegetica di testi liturgici e giuridici. La sua importanza è stata immortalata dal famoso detto del rabbino francese Ya‘àqòv ben Meir Tam (1100-1171) nel suo Sèfer ha-yashàr: “da Bari esce la Legge e la Parola di Dio da Otranto”. Una stele funeraria in pietra calcarea, databile al III secolo, con iscrizione in latino e in ebraico e con inciso il candelabro giudaico a sette bracci, è stata trovata nel prospetto di un’abitazione rurale sulla sinistra della scalinata che conduce al Colle della Minerva, attualmente è conservata nel Museo diocesano di Arte sacra (ospitato nel palazzo Lopez, in piazza Basilica). Nella Chiesa di San Pietro (IX secolo), nel centro storico di Otranto, si trovano affreschi con raffigurazione di ebrei nelle scene dell’ultima cena e del tradimento di Cristo. A Salonicco, fino a metà del secolo scorso, vi era la sinagoga “Otranto”, espressione della comunità omonima, i cui membri discendevano dagli emigranti della città salentina.

Lasciando Lecce verso sud, in direzione del Capo di Leuca, nell’entroterra si incontrano diversi centri con tracce della presenza ebraica nel Salento. A Solteo il quartiere ebraico si sviluppava, presumibilmente, nei pressi dell’attuale via Rua Catalana, a poca distanza dalla chiesa Matrice e non lontana dalla demolita Porta San Gaetano. Affreschi con rappresentazioni di figure ebraiche, databili tra il XIV e XV secolo, si trovano all’interno della chiesa di Santo Stefano, nei cicli pittorici della vita di Cristo, di Santo Stefano e del Giudizio universale. A Galatina il quartiere ebraico era, presumibilmente, collocato all’interno dell’attuale Porta Luce. Su una finestra nella corte del civico 10 di via Zimara si trova incisa l’iscrizione “TETRAGRAMMATON”, la sequenza delle quattro lettere che compongono il nome di Dio, YHWH, ritenuto troppo sacro per poter essere pronunciato. Affreschi, del XV secolo, si trovano nella basilica di Santa Caterina d’Alessandria, raffiguranti figure di ebrei nella rappresentazione della cattura di Cristo, nella scena della flagellazione, in quella della resurrezione di Lazzaro e negli episodi della vita della Vergine. Nella chiesa dell’Addolorata c’è ancora la statua di cartapesta del giudeo Patipaticchia. A Sogliano Cavour sono presenti i toponimi di “Giudecca” e di “Quartiere Gerusalemme”, relativi al quartiere ebraico medievale localizzato nell’area dell’attuale vico Micheli. La presenza ebraica a Carpignano Salentino sopravvive nel soprannomini di “Giudei” con cui vengono designati ancora i suoi abitanti; mentre a Specchia è attestata da documenti e testimonianze storiche la presenza di una comunità ebraica nel XV-XVI secolo. A Tricase, nella cripta di Santa Maria del Gonfalone, nella frazione di Sant’Eufemia, lungo la strada per Alessano, c’è un affresco con la rappresentazione della Dormitio Virginis, con la scena dell’Arcangelo Michele che taglia la mani all’ebreo Jefonia.

Prima di arrivare a Leuca, una tappa è obbligatoria ad Alessano, dove il quartiere ebraico medievale si trovava nei pressi del castello, a ridosso della Porta di Santa Maria o Porticella. Da piazza Castello vi si accede, oggi, superato un arco di accesso, imboccando via della Giudecca, che attraversa il quartiere articolato intorno all’attuale piazzetta Costa. La sinagoga, dedicata a Santa Maria delle Grazie dopo la cacciata degli ebrei, è stata demolita e riadattata ad altri usi. Anche in questo comune, la presenza ebraica sopravvive nel soprannome di “Sciudéi” con cui vengono indicati suoi abitanti.

Ai percorsi sui sentieri delle antiche Giudecche salentine, bisogna aggiungere quello dei Campi profughi qui allestiti, alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1943 e il 1947, per accogliere gli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, in viaggio verso la “terra promessa” e il nascente Stato d’Israele, che li avrebbe accolti nella loro nuova patria. Nell’area compresa tra Santa Maria al Bagno, Santa Caterina e Le Cenate, nel comune di Nardò, fu allestito il più grande campo profughi del Salento. A Santa Maria al Bagno oggi è possibile visitare il Museo della Memoria e dell’Accoglienza, con la mappa degli edifici che accolsero i profughi ebrei, murales, fotografie, strumenti, oggetti, abiti e documenti. Profughi ebrei furono accolti anche a Santa Cesarea Terme, dove ancora oggi si possono osservare, sulla facciata dell’edificio del bar Porta d’Oriente, iscrizioni in carattere ebraico, e a Tricase Porto, dove l’espressione dialettale, ancora in uso, “ccattare alli brei” (comprare agli ebrei) nasceva dal fatto che in piazza Pisanelli, nel centro del comune di Tricase, i profughi ebrei si recavano per svolgere attività di mercato per la vendita di indumenti usati. Qui, i tre luoghi dove si svolgevano pratiche religiose, che si potrebbero definire sinagoghe, sono villa Sparasci (al cui interno sono stati rinvenuti dipinti di soldati e iscrizioni ebraiche inneggianti alla fondazione dello Stato ebraico), villa Risolo e villa Da Ponte. Altri graffiti e scritte in ebraico si trovano su villa Maria, villa Martella, villa Miranda-Dell’Abate e villa Pizzolante-Leuzzi in ambienti di servizio. A Santa Maria di Leuca, nel comune di Castrignano del Capo, i profughi ebrei furono ospitati nella villa De Marco-Licci e in altre strutture lungo via Virgilio. Un ospedale fu allestito presso la Colonia Scarciglia, ancora oggi presente ai piedi del promontorio sul quale sorge il santuario di Santa Maria di Leuca, qui venivano portate a partorire le donne ebree, dando vita alla generazione dei “nati a Leuca”, raccontata nel film-documentario “Rinascere in Puglia” del 2015, girato tra Israele e Puglia dai registi Yael Katzir e Gadi Castel. Della presenza ebraica rimanevano alcuni disegni di candelabri e brani biblici disegnati sui muri, oggi non più visibili in seguito alle ristrutturazioni delle ville.

Fine quinta puntata

Per approfondimenti: "Guida al Salento Ebraico" di Fabrizio Ghio e Fabrizio Lelli, Capome Editore.

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