Tra gli arbëreshë tarantini

L’ALBANIA SALENTINA

  • Sabato, 26 Dicembre 2020
L’ALBANIA SALENTINA
  • Fotoservizio di Eduardo DE MATTEIS

San Marzano1 comunita arbereshe Foto E. De Matteis

I Comuni
Carosino, Faggiano, Fragagnano, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata, San Giorgio Jonico, San Marzano di San Giuseppe

Il Salento, come l’intera Puglia e altre regioni d’Italia, è stato, nel XV secolo, terra di accoglienza del popolo albanese in fuga dagli invasori ottomani musulmani. Data la vicinanza geografica e religiosa con l’altra sponda dell’Adriatico, la storica provincia di Terra d’Otranto accolse numerosi insediamenti di soldati e profughi albanesi, che, nel tempo, hanno poi dato vita alla così detta “Albania Salentina”. Furono decenni di intense migrazioni di albanesi favorite dal regno di Napoli: in una lettera del 1452, infatti, il Re Alfonso d’Aragona ordinava al principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo di “accogliere i buoni cristiani che giungevano dall’Albania per sfuggire agli ottomani, che erano più potenti di loro”. Altri albanesi sbarcarono in Terra d’Otranto nel 1461, quando il condottiero albanese Giorgio Castriota, detto Skanderbeg, venne per aiutare il discendente di re Alfonso, Fernando I d’Aragona, a combattere le ribellioni dei feudatari locali sostenuti dagli Angiò francesi. Per il suo aiuto, Skanderbeg venne ricompensato con alcuni territori in Puglia, dove si insediarono buona parte dei suoi soldati, raggiunti poi dalle loro famiglie. Alla morte di Skanderbeg, nel 1468, l’Albania cadde nelle mani degli ottomani e molti dei fuggiaschi albanesi giunsero in Terra d’Otranto per stabilirsi proprio in quei territori che erano abitati già da altri loro connazionali.

San Marzano3 comunita arbereshe Foto E. De Matteis

Il flusso della migrazione albanese durò fino agli inizi del XVI secolo. Nel solo Salento furono una sessantina gli insediamenti arbëreshë, distribuiti in tutte e tre le province di Brindisi, Lecce e Taranto. Gli albanesi portarono con sé le loro caratteristiche etniche, culturali e religiose del rito greco-bizantino e per lungo tempo conservarono lingua, abitudini, usi e costumi, ma, col tempo, si assimilarono alla popolazione locale. Un’enclave arbëreshë resta ancora oggi a sud di Taranto, con epicentro il comune di San Marzano di San Giuseppe, insieme ai comuni di Carosino, Faggiano, Fragagnano, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata e San Giorgio Jonico.

San Marzano4 comunita arbereshe Foto E. De Matteis

Tra le comunità arbëreshe della provincia di Taranto San Marzano di San Giuseppe (in lingua arbëreshe Shën Marxani) continua a mantenere la lingua, la cultura e le tradizioni della madre patria. Di origine albanese il Palazzo Capuzzimati (detto anche Palazzo Marchesale o Casalini) con la chiesa privata di San Gennaro della famiglia Casalini, del XVI secolo, che si trova in largo Prete; in via Giorgio Castriota si possono notare ancora antiche case arbëreshe con i tipici camini albanesi; a tre chilometri a nord-ovest del centro si trova il santuario rupestre della chiesa della Madonna delle Grazie, del XVII secolo, la cui facciata è decorata con elementi della scuola albanese, ancora oggi luogo di pellegrinaggio.

San Marzano5 comunita arbereshe Foto E. De Matteis

San Marzano di San Giuseppe è l'unico posto dell’Albania Salentina dove, in alcune fasce di popolazione, si continua a parlare la lingua albanese pre-ottomana (Gluha arbëreshë), e dove si conservano alcune tradizioni, usanze, canzoni e balli della patria albanese. A San Marzano si organizzano ogni anno manifestazioni pubbliche, in costume e lingua albanesi, che mettono in scena le usanze della loro tradizione, come “Vëj Kurorë” (prendere corona) rappresentazione di un matrimonio tipico arbëreshë. Negli ultimi anni sono molto attive alcune associazioni, come la Pro Loco Marciana, impegnate proprio a tenere viva la tradizione albanese, soprattutto tra i giovani. Al centro del paese, nella strada a lui dedicata, campeggia un grande mezzo busto del condottiero ed eroe albanese Skanderbeg.

Santuario rupestre Madonna delle Grazie A circa tre chilometri di distanza da San Marzano di San Giuseppe, in contrada Grotte, sulla strada provinciale per Grottaglie, c’è lo splendido Santuario rupestre intitolato alla Madonna delle Grazie di origini bizantine. La chiesa si affaccia su una lama del territorio, in un suggestivo scenario di gravine, caratterizzata dalla presenza di molte grotte di varie dimensioni che si aprono sui costoni. La chiesa ipogea ha diversi periodi di costruzione: il primo fino al secolo XV con la dedicazione a San Giorgio, il secondo dal XVI ai nostri giorni dedicato alla Madonna delle Grazie, anche se la chiesa viene ufficialmente citata in un documento del 1709. L’ipogeo ha una forma quadrangolare, con tre accessi diversi, due che si affacciano sulla lama e uno che collega l’ipogeo con la chiesa soprastante attraverso un’imponente scalinata. L’elemento principale è l’affresco della Vergine con Bambino al quale fu attribuito un significato miracoloso. La chiesa sovrastante è di recente costruzione e custodisce il simulacro della Madonna delle Grazie, probabilmente realizzato nel 1800. Il carattere suggestivo della località rupestre fa sì che molte coppie, anche forestiere, scelgano il Santuario per il matrimonio.

Anche negli altri centri dell’enclave albanese si possono trovare ancora riferimenti architettonici della cultura arbëreshë, come i tipici camini, chiese o resti di chiese, rovine di casali. Nel centro storico di Carosino, per esempio, è possibile trovare un comignolo arbëreshë in largo Dante, al civico 41; mentre del Casale Civitella di origine albanese, che un tempo sorgeva a nord-est di Carosino, si può vedere oggi solo la Masseria Civitella. A Monteiasi tracce albanesi restano in alcuni cognomi tipici del posto. Di un altro casale albanese San Crisperi, frazione di Faggiano, restano solo le rovine della Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. A San Giorgio Jonico, sulla strada per Taranto, c’è un camino arbëreshë in via Simone Veil; un altro camino si trova in via Cesare Battisti, vicino al Castello D'Ayala Valva in Largo Osanna; in via Madonna della Croce c’è la Cappella della Madonna della Croce , che fu costruita dove un tempo sorgeva la Chiesa arbëreshë di Santa Maria della Presentazione; e da via Pier Giovanni Zingaropoli si possono ancora vedere i resti dell'ex Casale Belvedere di origine albanese. A circa due km a sud-est di Roccaforzata si trovano altre tracce albanesi, come il Santuario di Santa Maria della Camera e i resti del Casale Mennano.

Visitare l’enclave arbëreshë salentina non è solo vivere l’emozione di un tuffo nel passato delle storiche migrazioni albanesi, ma anche un richiamo alla storia delle più recenti migrazioni di massa, iniziate il 7 marzo 1991, con il primo sbarco di massa a Brindisi, e culminate l’8 agosto dello stesso anno, con l’arrivo a Bari dei 20mila albanesi ammassati sulla nave mercantile Vlora. Come era già avvenuto nel XV secolo, salentini e pugliesi non fecero mancare la loro solidarietà e accolsero i profughi giunti dal Paese delle Aquile, impegnato in una profonda trasformazione politica e sociale. L’enclave arbëreshë salentina è oggi simbolo della vicinanza con l’altra sponda dell’Adriatico per i legami che questa comunità continua ad avere ancora con la madrepatria Albania.

Il liquore San Marzano A San Marzano di San Giuseppe si produce ancora oggi il famoso liquore “Elisir San Marzano” della Borsci, nello stabilimento sulla via per Martina Franca. La famiglia Borsci è originaria del Caucaso, ma a seguito dei sommovimenti politici, decise di spostarsi in Albania. Da qui, un nucleo della famiglia si staccò al seguito dell’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota (detto Skanderbeg) ed approdò in Terra d’Otranto, stabilendosi a San Marzano di San Giuseppe. Nel 1840, Giuseppe, il capostipite, perfezionò la ricetta di un liquore ereditata dai suoi avi, dando vita ad un elisir rimasto inalterato fino ad oggi. Giuseppe Borsci pose sull’etichetta dell’Elisir la dicitura Specialità Orientale, insieme all’aquila bicipite, simbolo dell’Albania. Fin dal 1840, ogni prodotto Borsci è il risultato irripetibile di decenni d’esperienza e continue sperimentazioni, attraverso le generazioni della famiglia Borsci.

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