Melendugno

Il paese del miele

  • Sabato, 27 Aprile 2019
Il paese del miele

di Ilenia FALCO

Melendugno è un comune situato nel Salento centro-orientale, in provincia di Lecce, caratterizzato da numerose spiagge, calette, pinete, insenature e isolotti nella zona settentrionale, mentre è possibile trovare i faraglioni nella zona meridionale. Le marine melendugnesi (Torre Specchia Ruggeri, San Foca, Roca, Torre dell'Orso e Sant'Andrea), poste lungo la costa adriatica salentina, dal 2010 al 2018 hanno ottenuto ogni anno il riconoscimento della Bandiera Blu ed è proprio da questa costa che talvolta in Salento è possibile vedere ad occhio nudo l'isola di Saseno e i rilievi montuosi dell'Albania.

Storia. Il centro urbano, pare abbia avuto origine verso l'XI secolo, successivamente al periodo delle guerre tra Saraceni e Greci, con l'arrivo dei Normanni, sotto i quali i monaci basiliani si stanziarono sul territorio costruendo cripte, abbazie e sviluppando l'agricoltura e la letteratura. Come per gli altri centri del Salento, anche Melendugno ha conosciuto le vicende feudali. Inizialmente intorno al 1335 apparteneva ai Garzya, poi è passato sotto i Del Saba e i De Palacis, finché nel XIV secolo Melendugno fu acquistato dai Paladini, il cui ramo principale si estinse con la morte di Giorgio Antonio nel 1656. Passò poi ai Maresgallo e nel 1680 ai D'Afflitto che regnarono per breve tempo, in quanto costretti a vendere il casale ai D'Amely per saldare alcuni debiti contratti. I D'Amely vi regnarono fino al 1806, quando Giuseppe Bonaparte abolì la feudalità nel Regno di Napoli. Le prime testimonianze abitative nel territorio di Melendugno sono riconducibili all'età del Bronzo; risalgono a quest'epoca i due dolmen Placa e Gurgulante (le pietre sacre del Salento) individuabili nelle immediate campagne della cittadina in direzione di Calimera.

Il primo insediamento abitativo vero e proprio è rappresentato invece da Roca Vecchia, sito frequentato sin dalla preistoria, sorse come città fortificata già nel XV-XI secolo a.C. e venne ricostruita dalle popolazioni messapiche nel IV-III secolo a.C., il cui nome pare fosse “Thuria Sallentina”, venne poi abbandonata in epoca romana e nuovamente abitata nell'Alto medioevo da anacoreti, provenienti perlopiù dall'Impero Romano d'Oriente, che col tempo costituirono una comunità, abitando in una serie di grotte scavate nel calcare. Agli inizi del XIV secolo, Gualtieri di Brienne, conte di Lecce, ricostruì Roca facendone una città fortificata, ma nel 1480 fu vittima delle incursioni turche. Liberata nel 1481, divenne successivamente rifugio di corsari barbareschi, tanto che nel 1544 Ferrante Loffredo, governatore della provincia di Terra d'Otranto, dette l'ordine di raderla al suolo. La distruzione di Roca Vecchia determinò la nascita, nell'entroterra, di un piccolo villaggio Roca Nuova, abitato fino al XIX secolo, quando fu abbandonato definitivamente a causa delle condizioni malsane della zona circostante.

Origini del nome. Secondo la leggenda Malennio, personaggio mitologico re dei salentini e discendente di Minosse, avrebbe fondato Syrbar, primo nome della località costiera Roca, che significa Città del Sole, nonché Lyppiae (attuale Lecce) e Rudiae. Perciò il toponimo di Melendugno nasce dalla radice del suo nome, Malen-nio. In seguito, si trasformò da Malandugno (portatore di sventura) a Melendugno (portatore di dolcezza). Un'altra ipotesi, supportata anche dallo stemma comunale, riconduce l'origine del nome al miele e all'attività delle api, infatti il miele viene chiamato in dialetto locale “mele” e lo stemma raffigura un albero di pino d’Aleppo con al centro del tronco un insieme di alveari da cui fuoriescono tre api svolazzanti in cerchio.

Architetture religiose. La chiesa principale di Melendugno è la Chiesa Madre di Maria Santissima Assunta, risalente al XVI secolo, nel cui interno sotto il piano pavimentale, trovano posto diciannove sepolture. Durante il Settecento l’edificio è stato interessato da grandi trasformazioni, venne allargato con due navate laterali e dotato di campanile. Nel 1774, come rivela l'epigrafe sotto la statua dell'Assunta, fu rielaborato il prospetto a due ordini mentre, sul finire del XIX secolo, l'interno venne arricchito da un nuovo coro e dalle cappelle dedicate al Crocifisso, al Sacramento e a San Niceta. All'interno sono da ammirare i seicenteschi altari, come quello dedicato alla Madonna del Rosario, opera dell’artista Aprile Petrachi, che realizzò anche il crocifisso ligneo, il paliotto in pietra leccese raffigurante l'Ultima Cena, parte dell'antico altare maggiore e la cinquecentesca porta della sacrestia.

C’è poi una piccola chiesa situata nei pressi del cimitero, che rappresenta i resti dell’Abbazia di San Niceta, fondata nel 1167 da Tancredi d'Altavilla e retta dai monaci basiliani. Dell'antica abbazia, dipendente dal Monastero di San Nicola di Casole presso Otranto, rimane quindi solo la chiesa e qualche rudere del monastero visibile nella zona presbiteriale.La ristrutturazione gotica deve essere avvenuta intorno alla fine del '400, ipotesi confermata dalla datazione dei trittici affrescati nelle arcate della parete sinistra. Cominciando dalla prima arcata sono raffigurati Sant'Antonio da Padova a destra, San Paolo al centro e San Nicola a sinistra. Nell'arcata centrale si distingue una Santa di difficile identificazione, una Crocifissione e San Rocco. L'ultima arcata ospita gli affreschi della Madonna col Bambino, di San Vito e di Sant'Antonio Abate. In fondo alla parete del coro si trovano gli affreschi datati per ben due volte al 1563: la Crocifissione con la Vergine e San Giovanni Evangelista, il Cristo piagato con l'iscrizione Mors mea vita tua e la Madonna di Loreto raffigurata col Bambino in braccio, secondo la tradizionale iconografia.

Ai margini delle mura della città e in prossimità della porta che conduceva a San Foca, fu costruita poi, nel 1666, la Chiesa dell'Immacolata. Essendo quindi periferica ed in una posizione esposta si ritenne necessario qualche elemento difensivo. Fu dotata infatti di un robusto ed alto parapetto, tuttora esistente, che si presentava adattissimo a offrire riparo a chi, prendendo la mira delle feritoie praticate lungo i prospetti di tramontana, ponente e scirocco, aveva il compito di reagire contro gli assalitori. L'intera parete del lato ovest occupa l'altare maggiore, che incastona in un intreccio di fiori, frutti, angeli e uccelli, la tela di San Giovanni Battista, originario titolare e quelle della Vergine Immacolata, di Santa Lucia e Santa Marina. Di epoca successiva è l'altare laterale intitolato a San Donato, innalzato nel 1777 a spese dei devoti.

Inoltre, a Melendugno è possibile vedere i frantoi ipogei (detti "trappiti"), antri sotterranei privi di luce e scavati nel banco calcareo che venivano utilizzati per la produzione dell'olio di oliva. Costruiti sottoterra per poter sfruttare la maggiore costanza termica e proteggere il prodotto dagli sbalzi di temperatura.

San Foca La frazione San Foca (As Fukà in griko), è situata tra Torre Specchia Ruggeri e Roca Vecchia. Il suo porto turistico è uno dei più importanti del litorale compreso fra Brindisi e Otranto. Originariamente un villaggio di pescatori, San Foca sta diventando negli ultimi anni un'importante località di villeggiatura durante il periodo estivo. La costa presenta due insenature sabbiose, a nord e a sud del porto, nell'insenatura nord ci sono alcuni scogli con forme caratteristiche, tra i più famosi: "li brigantini", "lo scoglio del sale" e "lo scoglio dell'otto" (poiché assomiglia al numero 8 scritto in orizzontale). Anche se il centro abitato è piccolino, San Foca offre uno dei porti turistici più grandi e meglio attrezzati di tutta la costiera salentina che si affaccia nel Mar Adriatico. Può ospitare circa 500 imbarcazioni, rendendo questo luogo il punto di partenza ideale per chi vuole esplorare la costa e le meravigliose grotte marine raggiungibili solo via mare. Spostandoti verso nord si incontra la spiaggia della Fontanella, la spiaggia più vicina al centro abitato ed una delle più spaziose, mentre nella parte più a nord, punto migliore dove fare immersioni e snorkeling, si scorge un piccolo arcipelago di scogli ed isolotti che offrono riparo a varie specie ittiche. La parte principale di San Foca è quindi il suo porticciolo turistico, sormontato da una torre costiera in ottimo stato conservativo. La torre di San Foca, conosciuta anche come Torre di San Fucà o di Capo di Sapone, fu costruita nel 1568 dal maestro Antonio Saponaro di Lecce, con funzione di avvistamento contro le frequenti invasioni turche. Ha una base quadrata e un corpo troncopiramidale, con due vani sovrapposti da un toro marcapiano. La muratura esterna è del cosiddetto tipo "a scarpa", ovvero con muro inclinato posto alla base della fortificazione con funzione di rinforzo. La Torre soprattutto di notte è molto suggestiva da vedersi, in quanto gode di una buona illuminazione che esalta al meglio la sua massiccia struttura architettonica. Dopo un meticoloso restauro è oggi adibita ad uffici della Capitaneria di porto.

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