BABBARABBÀ/ Bagnolo del Salento

Nel paese degli «Zucári»

  • Domenica, 31 Marzo 2019
Nel paese degli «Zucári»
  • Bagnolo del Salento. Uno scorcio del centro

«Zucári» (cordai) venivano chiamati gli abitanti di Bagnolo del Salento per via del caratteristico artigianato del luogo, oggi purtroppo scomparso, quello delle «zuche», funi intrecciate con le fibre naturali delle piante che crescevano spontanee lungo i litorali marini. Gli artigiani di Bagnolo si servivano della paglia di palude («piliéddhu») che un tempo vegetava abbondantemente lungo i bacini naturali dei laghi Alimini. Tra i mestieri più antichi, quello degli «zucári» è certamente il più in disuso, un’arte sconosciuta alle nuove generazioni perché con il mutamento delle condizioni di vita e con l’avvento del nylon, è del tutto scomparsa la necessità delle «zuche». Queste servivano soprattutto ai contadini che le usavano per prelevare l’acqua dai pozzi legando ad esse i secchi e per altre attività che prevedevano l’uso di cordame. Il procedimento per produrre le «zuche» non era facile, richiedeva un’abilità ed un’esperienza fuori dal comune; un lavoro che poteva essere svolto solo dalle mani esperte degli artigiani che di padre in figlio si tramandavano i segreti di quest’arte antica. Dopo la raccolta della paglia, che avveniva a primavera inoltrata, si usava ammassarla e con una «mazzola», ossia un robusto maglio di legno, veniva a lungo battuta per essere ammorbidita e resa elastica e flessibile in modo che la lavorazione e l’intreccio riuscissero agevoli. L’accorgimento per meglio eseguire l’intreccio consisteva nel bagnare i fili d’erba e prima che asciugassero completamente si dava inizio alla lavorazione della fune. A seconda del tipo di corda che si voleva ottenere, se più doppio o più sottile, si usavano due o più fili di paglia; tuttavia l’intreccio non si eseguiva con le dita come avviene normalmente per formare, ad esempio, una treccia, bensì con la forza dei palmi delle mani. Un lavoro di abilità e destrezza che era difficile da eseguire per chi non conosceva i segreti del mestiere. I cordai per realizzare più facilmente l’intreccio si servivano di un rudimentale attrezzo, una ruota fissata a un supporto e munita al centro di una manovella. Intorno alla circonferenza della ruota si fissava un capo dei fili, mentre l’altro era tenuto in mano dal cordaio. Un aiutante, manovrando velocemente la manovella della ruota, la faceva girare e trasmetteva la rotazione alla costruenda fune alla quale il cordaio, lavorando con i palmi delle mani, aggiungeva continuamente fili di paglia per allungarla sempre di più. Via via che la fune cresceva, l’artigiano doveva camminare all’indietro in modo che essa restasse sempre tesa tra il capo avvolto alla ruota e quello tenuto in mano. Da questo particolare modo di lavorare, ossia arretrando passo dopo passo, nacque il detto: «Vae te retu a retu comu li zucári» (Va di dietro in dietro, come i cordai) per dire di qualcuno che, pur lavorando molto, non progredisce mai.  

Alcuni soprannomi individuali  

Ballunáru (millantatore), Bambulóttu (bambolotto), Búllu (bollo, bollato), Capása (grande e alto vaso di creta per conservare olio o olive; di persona grassa), Cattíu-riccu (vedovo ricco), Curnutéddhu (piccolo cornuto), Mángia (mangia), Mangiaculúmbi (che mangia fioroni), Mangiafáe (mangia fave), Mozzicapíche (mordi uccello o mordi pene), Mozzicáttini (mordi gatti), Pascalóne (Pasquale grande), Picate-pirázzu (uccello di pero selvatico), Pichéddha (piccolo pene o piccola gazza), Pira-de-pirázzu (pera selvatica), Púsa (svelta come una «pusa», cioè come una capretta), Scápula-ciúngi (stacca e unisci; con riferimento alle bestie da lavoro), Strazzína (donna lacera), Súja (lesina di calzolaio), Zzúmpa (salta, balla).  

[Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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