BABBARABBÀ/ Prefazione di A. MAGLIO

L’altra faccia della civiltà

  • Venerdì, 28 Dicembre 2018
L’altra faccia della civiltà

I soprannomi paesani nelle province di Brindisi, Lecce e Taranto tra storia e fantasia

di Antonio MAGLIO  

«Non storpiatevi il nome, chè vi resta storpiato per sempre», urlavano le madri. Ma i ragazzi non le stavano ad ascoltare, e imperterriti continuavano a scambiarsi ingiurie come rasoi che lasciavano lo sfregio. E duravano davvero per tutta la vita: Spaccaricotte era un fifone, Cielosereno e Contastelle guardavano sempre in aria, Bellachioma era calvo per la tigna, Bottiglione basso e tondo.

Ma non erano solo i ragazzi la zecca di questi micidiali fior di conio. L’ingiuria nasceva improvvisa in qualunque momento della vita: erano sufficienti un tic, anche un’abitudine innocente, un episodio all’apparenza insignificante raccontato in osteria ai compagni di bevute per ritrovarsi il marchio. Era impossibile sfuggirvi: e se Pippi Bellachioma se n’andava in America a lavorare, al suo ritorno, anche quarant’anni dopo, era Bellachioma l’Americano.

Non restavano a fior di pelle le ingiurie. Esse penetravano in profondità e si tramandavano di generazione in generazione, sostituivano il nome ricevuto sul fonte battesimale, e più di esso sapevano indicare chi aveva avuto la ventura di trovarsele addosso addirittura prima ancora di nascere.

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Fantasia e cattiveria erano gli ingredienti di base, ai quali si aggiungevano malattie, tare e situazioni familiari, dissesti presenti e passati, amputazioni, disgrazie, disavventure, attributi maschili e femminili esuberanti o dimessi, funzioni intestinali difficoltose o abbondanti: tutto tornava utile. E non si aveva pietà di niente e di nessuno.

Gli stessi ingredienti venivano usati per bollare interi paesi, e autori questa volta erano i vicini della collina accanto o al di là della palude.

Tramontata l’epoca delle guerre cruente tra campanili, con sangue, morti e stupri, si continuò a combattere quella delle ingiurie, meno cruenta e sanguinaria, ma ugualmente micidiale. Laterza contro Castellaneta, Taranto contro Martina, Brindisi contro Mesagne, Parabita contro Matino, e dalle artiglierie vocali di ciascun paese si sparavano bordate a suon di cornuti, mangiarospi, minchioni, giudei e scomunicati, figli di Turchi e figli di muli, cacafave e campanari, gatti, stregoni, porci e scannapidocchi.

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Altri tempi. Non c’era l’omologazione – diremmo oggi – portata da radio, televisione e giornali, e l’unico mezzo di comunicazione di massa era il barbiere, cronista per vocazione che quando c’era da correre dietro a una notizia lasciava a metà il volto insaponato del cliente. Tornava, quel barbiere, con la notizia già bella e confezionata, pronta per essere diffusa al fremente auditorio dei curiosi, ma da quel momento poteva fregiarsi di un nuovo nome: «Mezzabarba». E «Mezzabarba» era un figaro mesagnese.

Non c’erano automobili e treni per collegare gli oltre cento comuni della Terra d’Otranto: c’erano asini e muli soprattutto (i cavalli erano appannaggio solo dei signori), insostituibili mezzi di trasporto e anche riserve alimentari. Ed ecco che «mangiaciucci» e «mangiamuli» erano gli abitanti di questi paesi dove più intensa era l’utilizzazione di questi preziosissimi quadrupedi. E poi tante paludi, che solo la bonifica ha trasformato in campi coltivati. Ma nelle paludi c’erano rane e rospi, e perciò rane e rospi erano pure gli uomini che dividevano con essi i miasmi delle acque stagnanti. Nella migliore delle ipotesi, quegli uomini erano chiamati «ventri bianche» per via del colorito cereo causato dalla malaria. E se pensiamo che di malaria allora si moriva, quell’ingiuria era una sorta di «de profundis».

Erano tempi di profonde animosità tra paesi: gelosie di mestiere, antichi rancori, vecchi conti da saldare, questioni di donne portate via dai «forestieri», tutto contribuiva da una parte a rompere i ritmi lenti di una società contadina e di una cultura costruitavi su misura, dall’altra a favorire momenti di complice aggregazione tra gli abitanti di uno stesso paese e ad armare lingua e fantasia contro quelli dei paesi vicini. E quando non c’erano fatti veri a cui appigliarsi e da ingigantire, ecco l’aneddoto inventato di sana pianta, la cattiveria gratuita, efficaci tuttavia, l’uno e l’altra, a raggiungere lo scopo: ferire, burlare, screditare, mandare in bestia. L’ingiuria nasce così.  

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Era gente agra, permalosa, costretta a orizzonti angusti, che la marginalità geografica, la difficoltà dei trasporti e le politiche dominanti tenevano lontana dai processi di trasformazione che investivano il Paese.

Eppure era gente solare, che aveva saputo trasformare la marginalità geografica in centralità culturale riuscendo a esaltare la specificità della propria storia, che è storia antica. Qui si sono susseguiti Messapi, Magnogreci, Romani, Normanni, Bizantini e Saraceni, Turchi e Spagnoli e ciascuno ha lasciato tracce profonde che sono rimaste nell’indole, nell’architettura, nell’urbanistica. Gente arrogante, sotto certi aspetti, convinta di non aver bisogno dei processi di innovazione considerati pericolose deviazioni da modelli sociali consolidatisi per secoli.

Pur arroccata nelle proprie certezze, questa gente è riuscita a incuriosire e a far parlare di sé lì dove l’Europa era più vicina. Guardata prima con sospetto, poi con interesse ha saputo riprodurre in tempi moderni l’impresa dei Greci che conquistarono i Romani con la propria cultura dopo esserne stati conquistati con le armi. Gli altri italiani scoprirono allora che qui l’Occidente non aveva abdicato, ma si era congiunto all’Oriente che tuttavia non era riuscito a diventare egemone; capirono che era impresa stolta civilizzare i terroni, già splendenti di una civiltà raffinata e tutt’altro che subalterna, anche se per certi versi incomprensibile.  

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Di quella civiltà le ingiurie sono parte integrante, e lo sono da tempi lontanissimi. Qui sono sopravvissute perché più lento è stato il processo di omologazione, più faticose le consapevolezze nazionali ed europee. Ma il fenomeno non è sconosciuto in altre regioni e in altre epoche: micidiali sono tuttora gli scambi di invettive tra Pisani, Fiorentini e Livornesi; non meno feroce degli attuali fu quell’epiteto di Cicerone dato dai Romani al loro principe del foro che aveva sul naso un porro a forma di cece. Di nome faceva Marco Tullio, ma è l’ingiuria che è arrivata fino a noi. Forse la più antica e la più dissacrante: l’avvocato era un uomo che si prendeva tremendamente sul serio.

Ma oggi i tempi sono cambiati: i giovani non sanno più con quale vero nome erano conosciuti i loro padri e i loro nonni; quelli di Erchie non sanno forse di essere stati soprannominati «uà-uà» per secoli, quelli di Alessano «giudei» e quelli di Castellaneta «statue». E probabilmente non sanno nemmeno perché. Il nostro lavoro ha cercato di colmare queste lacune e di dare uno spaccato della nostra storia meno aulica ma non per questo meno autentica. Tuttavia bisogna capire alcuni meccanismi.  

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Diciamo anzitutto che non abbiamo voluto fare un’operazione scientifica: non era nostro compito. Noi siamo giornalisti, e da giornalisti siamo andati alla ricerca della notizia, l’ingiuria in questo caso: ne abbiamo trovate 145, tanti quanti sono i comuni delle province di Brindisi, Lecce e Taranto i cui abitanti erano indicati e conosciuti proprio con quelle ingiurie. Di esse abbiamo raccontato le origini storiche e leggendarie, e sono storie e leggende tutt’altro che plebee: non a caso i primi antropologi che si occuparono del fenomeno parlarono di autentici «blasoni popolari», termine trasformato in «soprannomi paesani» da Raffaele Lombardi Satriani nei suoi studi agli inizi del secolo.

Ma non ci siamo fermati qui: siamo andati a cercare i soprannomi più curiosi di individui o di intere famiglie all’interno dei singoli paesi, e ne abbiamo trovati a migliaia. Un terreno fertilissimo nel quale la fantasia si è scatenata.

In quest’opera di ricerca, che abbiamo cominciato all’inizio dell’estate, ci sono stati di valido aiuto il «Dizionario storico dei soprannomi salentini» del tedesco Gerhard Rohlfs e una miriade di testi di autori locali che abbiamo consultato i cui titoli pubblicheremo alla fine del lavoro (sono stati programmati quattro fascicoli) per chi vuole saperne di più. Ma Rohlfs e autori locali hanno fornito solo la traccia, perché poi abbiamo dovuto approfondire ogni indizio, aggiornare le indicazioni, correggere immancabili inesattezze e soprattutto scrivere storie spesso mai scritte.

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Un’ultima doverosa annotazione: in alcuni casi e presso la gente più anziana le ingiurie hanno ancora un significato offensivo. Noi non abbiamo voluto offendere nessuno, tant’è che pur conoscendo i nomi propri delle persone alle quali quelle ingiurie si riferiscono li abbiamo omessi di proposito: a noi, vale la pena ripeterlo, interessava il fenomeno, che ha precise connotazioni antropologiche e che con taglio scientifico è entrato ormai negli istituti universitari.

Lungo il cammino di questa nostra faticosa ricerca abbiamo avuto più volte la riprova di quanto quegli epiteti bruciano ancora: un giorno – e questo è uno dei tanti episodi – abbiamo chiamato a telefono il gestore dell’unico bar di un paesino (è conosciuto come un’autorità in materia) e gli abbiamo chiesto di aiutarci a integrare le ingiurie individuali dei suoi compaesani. L’uomo accettò, ma parlava a voce bassissima, in maniera quasi incomprensibile. Al redattore che lo pregava di alzare il tono, rispose: «Non posso: quelli di cui le sto dicendo l’ingiuria sono tutti qui nel bar, e se mi sentono io chiudo bottega».

Ciò detto, ecco il nostro lavoro. Il lettore potrà incuriosirsi e divertirsi, qualcuno potrà anche invelenirsi. A nessuno tuttavia potrà sfuggire il pragmatismo spigoloso di questa gente che, ferita nella propria suscettibilità, ha saputo ricambiare con la stessa arma, sicché da questa guerra micidiale ma incruenta nessuno è uscito vincitore o vinto. Ed è questa l’altra faccia della civiltà.  

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Nel riprodurre nomi o espressioni dialettali (di cui tra parentesi c’è la traduzione) abbiamo usato solo l’accento acuto per indicare la vocale su cui deve cadere il tono della voce (il cosiddetto «ictus» latino). Per semplificare al massimo la trascrizione abbiamo di proposito evitato altri segni grafici.

[Dall'inserto "Babbarabbà" pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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