BABBARABBÀ/ Caprarica

Il paese delle “Capre”

  • Domenica, 21 Luglio 2019
Il paese delle “Capre”
  • Caprarica di Lecce, piazza Vittoria

Gli abitanti di Caprarica di Lecce, per un bisticcio col nome del paese, venivano chiamati «capre»; ma questo animale domestico, pur essendo presente oltre che nel toponimo anche nello stemma civico che raffigura un albero di quercia e una capra, non ha mai avuto alcuna connessione con il luogo.
Una leggenda, che cerca invece di trovare la connessione, racconta che quando nel 1480 i Turchi, dopo aver preso Otranto seminavano terrore e distruzione tra le popolazioni salentine, i pastori che abitavano un piccolo villaggio, chiamato Ussano, si rifugiarono qui con le loro greggi, fondando un nuovo paese che denominarono Caprarica per la presenza appunto di molte capre.
È questa naturalmente solo una leggenda perché già un secolo prima che ciò avvenisse si hanno notizie del casale Caprarica, appartenente alla Contea di Lecce del Principato di Taranto.
Secondo altre interpretazioni, è più probabile che il nome del paese sia derivato dal nome di uno strumento usato dai frantoiani per macinare le olive e che era chiamato «capra». Ciò potrebbe essere verosimile in quanto anticamente a Caprarica vi erano molti frantoi, alcuni dei quali sotterranei. Il motivo per cui essi venivano costruiti sotto terra va spiegato col fatto che, d’inverno, lì dentro la temperatura era molto meno fredda che nei locali costruiti in superficie e quindi la molitura delle olive riusciva meglio.
Ma esiste anche l’ipotesi che il toponimo abbia avuto origine da un altro attrezzo usato questa volta per cavare la pietra carparina, presente nel sottosuolo.
Tante le interpretazioni, tra le quali la meno probabile è proprio quella che fa riferimento alle capre, e anche se Caprarica anticamente era rinomata per il fiorente allevamento di ovini, l’animale più diffuso era la pecora e non certo la capra.
Questo fatto tuttavia ha importato poco ai soliti vicini, per i quali gli abitanti di Caprarica sono solo «capre». E al diavolo le argomentazioni storiche e filosofiche.

Alcuni soprannomi individuali
Bríllu (ubriaco), Capijáncu (testa bianca), Ciáccinu (fiocco), Crappanéra (capra nera), Culúmbu (fiorone), Cuppóne (grande coppa), Ddolíre (due lire), Dubulaféddhre (striscia di lenzuola), Farrina (polenta), Fórtifica (taglia), Lillácchiu (cedratina selvatica), Maggiársu (smargiasso), Mulaécchia (vecchia mula), Parranzillína (piccola paranza), Pasúlu (fagiolo), Pecuréddhra (piccola pecora), Pétetepuércu (piede di porco), Pinnétta (piccola penna), Pirázzu (grosso pero), Pirílli (focaccia di grano), Puercuspína (porcospino), Putárica (brontolona), Quattrucósci (quattro cosce), Salvereggína (salve Regina), Senzatácchi (senza tacchi), Strapílu (pelo sopraffino), Trecúli (tre sederi), Trentaccarríni (trenta carlini), Tumbarúlu (becchino). Ed ancora: Cacaúddhru, Catóddhra, lapá Máccanu, Manétta, Mpopó, Peppariéddhru, Pintíne, Re, Tumbarúline, Tirapiáni, Zzocculiéddhe.

[Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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