SOPRANNOMI/ Cavallino

Il paese dei “Fígghi te muli” e “Cadhinári”

  • Lunedì, 13 Aprile 2020
Il paese dei “Fígghi te muli” e “Cadhinári”
  • Cavallino, Chiesa Madre

Gli abitanti di Cavallino sono conosciuti con l’epiteto di «fígghi te muli» (figli di muli), nel senso di gente testarda e puntigliosa, com’è appunto il mulo.
Sono risultati vani tutti gli sforzi per risalire all’origine del soprannome o a qualche aneddoto che ne sia stato la causa. Nel panorama dell’immaginario ingiurioso di Cavallino c’è, solitario, quel nomignolo dalle ascendenze oscure.
Più chiari, invece, anche se errati, sono i contorni di un altro epiteto dei Cavallinesi, messo in giro dai soliti velenosi vicini, i quali facendo un pasticcio linguistico sul nome del paese (che in dialetto diventa «Cadhínu»), dicono «Cadhínu, cadhinári» (a Cavallino sono fecondi come le galline, «cadhíne», in dialetto). Ma questa espressione, lo si è anticipato, contiene un errore in quanto si fa derivare il nome del paese da «cádhu» (cavallo), che è l’etimologia esatta.
E per gli abitanti della messapica Cavallino discendere dal pollame non è certo esaltante. Ma forse era proprio questo l’obbiettivo di chi ha coniato l’epiteto.
A parte le ascendenze messapiche, gli abitanti di Cavallino hanno un altro motivo per essere orgogliosi e per guardare tutti dall’alto in basso (nel vero senso della parola): il campanile della loro chiesa parrocchiale, infatti, con i suoi 43 metri d’altezza è il più alto dei dintorni, secondo solo a quello del duomo di Lecce. Tuttavia i Cavallinesi vantavano ugualmente la propria torre campanaria con questa strofetta: «Lu campanaru te Lecce mina, mina cugghiándari, quiddhu de Cadhínu mina rose e carróffali» (Il campanile di Lecce getta coriandoli, quello di Cavallino rose e fiori), come dire: se dalla torre campanaria di Lecce piovono coriandoli, da quella di Cavallino piovono rose e fiori. Insomma, la quantità da una parte e la qualità dall’altra.
L’osannata costruzione venne eretta nel 1787 su progetto dell’architetto Cajaffa di San Cesario. È un campanile particolare, che si discosta dallo stile dominante in quanto in cima, come ornamento, ha un insolito cupolino a forma di pisside che in un certo modo lo avvicina al modello dei campanili delle chiese ortodosse. Dal popolo viene chiamato «l’assu ti coppe» (l’asso di coppe), appunto perché quel motivo ornamentale assomiglia moltissimo alla nota carta da gioco.

Alcuni soprannomi individuali
Calía (verdura che si mangia lessa), Capustéddha (abitante del Capo di Leuca; villana), Caúru (granchio, ma il termine sta anche per sciocco), Ccafférra (dal francese «chauffeur», autista), Cunígghia (femmina del coniglio), Farnaráru (fabbricatore di setacci), Júndula (fionda), Muddhícula (briciola), Musi-te puercu (faccia di maiale), Musi-te-zúccaru (faccia di zucchero; dall’espressione dolce), Paddha (palla), Pesiéddhu (pisello), Pilibiáncu (dal pelo bianco, albino), Puccia (sorta di pagnotta), Rriddhu (grillo), Scáttapignáte (deriva forse da un’erba che, mista ad altre, faceva rompere le pignate durante la cottura), Sciddha (cagna), Senza capu (senza testa), Senza carcagni (senza calcagni), Senza ricche (senza orecchie), Sicariéddhu (piccolo sigaro), Tre cíceri (tre ceci). Ed ancora: Brandine, Bússu, Cagnatéddha, Capi-te-mazza, Capurále, Cecóra, Cento e cento, Cinesi, Giangiárra, Indicítu, Macánza, Monte, Moréttu.

[Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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