BABBARABBÀ/ Carmiano

Il paese dei “cornúti” e “alli cozze”

  • Giovedì, 12 Settembre 2019
Il paese dei “cornúti” e “alli cozze”
  • Carmiano, via Roma

Tra Carmiano e Veglie, paesi tra loro vicinissimi, un tempo non doveva correre eccessivo buon sangue. Gelosie e ripicche portavano ad asti e rivalità che spingevano gli abitanti dei due paesi a scambiarsi reciprocamente pesanti ingiurie.
Alcune racchiudono una forte carica di volgarità e se qui le riportiamo è solo perché oggi esse hanno perso quel contenuto offensivo e quella funzione astiosa che avevano un tempo.
I Carmianesi, quando attraversavano Veglie per recarsi a lavorare all’Arneo, si sentivano apostrofare in questo modo: «Curnuti, alli cozze». Si intendeva con ciò offenderli due volte: perché si cibavano di lumache (le «cozze») che abbondantemente si trovavano nelle macchie dell’Arneo, e perché esse, pur avendo le corna, spesso non le fanno vedere essendo retrattili.
L’allusione cattiva era evidente, sottolineata anche da una strofetta: «Ninanu, ninanu, beddhre fimmine nc’è a Carmianu, li cocule ti Eie, li ncuazzate ti Liranu». (Questa è la traduzione letterale, ma come vedremo la strofetta è ricca di doppi sensi: Ninano-ninano belle donne ci sono a Carmiano, a Veglie sono grasse, a Leverano sono sazie).
«Beddhre fimmine» non era certo riferito alla bellezza delle donne di Carmiano, bensì alla presunta licenziosità dei costumi di alcune di esse. «Cocula» invece nel dialetto locale sta a significare «palla» quindi «li cocule ti Eie» si riferisce alla tendenza alla pinguedine delle Vegliesi, anche se questa anomalia fisica era dovuta alla malaria che ingrossava la milza.
In quanto alle «ncuazzate ti Liranu» si voleva fare riferimento al seno prosperoso delle donne di Leverano che le faceva somigliare, nell’incedere, alle galline sazie che hanno il gozzo prominente («lu cuázzu»).
I Carmianesi si vendicavano però delle offese ricevute quando i Vegliesi, per recarsi a Lecce, attraversavano il loro paese in carrozza (il mezzo di trasporto pubblico del tempo) e li apostrofavano in questo modo: «Lu Vegliese mangia cozze, ni scoppia la panza ntre le carrozze» (Il Vegliese mangia le lumache e gli scoppia la pancia nelle carrozze).

Alcuni soprannomi individuali
Campana (persona sorda, insensibile), Cane minchia (dall’espressione «minchia lu cane», detto di gente inaffidabile), Capasúne (amico della damigiana, beone, anche di persona grassa e tozza), Capi-te-ózza (dal capo grosso e di scarsa intelligenza), Capu-te-caníja (testa di crusca), Cardíllu (piccolo e dai movimenti saltellanti), Catórna (difficilmente tornava sui suoi passi), Cazzóttu (piccolo di statura), Ccíti pitúcchi (uccidi pidocchi), Cocó (la sua andatura lo rendeva somigliante alla chioccia), Cucinéttu (usava salutare i paesani chiamandoli cugini), Cucúmmaru (peloso come il cocomero), Drin-drá (parola onomatopeica), Falóppe (fragaglia di pesci), Fáttu mpósta (faceva solo determinati lavori, non altri), Fimminéddra (per le sue movenze femminee), Fríci mbérda (friggi merda, di poco senno), Fuci-ca-chióe (camminava sempre in fretta, come se stesse piovendo), Mangia cínnere (dal viso molto pallido, quasi che si cibasse di cenere), Mangia ricótta (mangia ricotta; non si capiva bene quello che diceva), Mangia térra (sempre a contatto con la terra), Mangia-úa (si nutriva solo d’uva, per risparmiare), Marijuélu (di persona «amara» nei contatti umani), Mpíccia (facile alla lite), Níuru maru (scuro di pelle e scontroso), Pampasciúlu (con poca personalità), Papúscia (sfaticato), Parélla (poco socievole), Picarúne (dal grosso pene), Piléa (polemico), Pitruliáru (vendeva petrolio), Púlice béllu (elegante ad ogni costo; magari poco pulito ma elegante), Sciammérga (disordinato), Spezza fiérri (meccanico poco brillante nel mestiere), Taccariéddru (basso), Tre ráne (tre grani; di gente attaccata al danaro), Trócina (sciatto), Trózza (dal parlare veloce, come una carrucola che gira), Tuttu ízzi (vizioso), Zzi mónacu (cercantini, come i monaci da questua).

[Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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