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Il Grande Salento - rivista online di Brindisi Lecce e Taranto - Il paese dei «Mangia-brufíchi»
BABBARABBÀ/ Andrano

Il paese dei «Mangia-brufíchi»

  • Giovedì, 21 Febbraio 2019
Il paese dei «Mangia-brufíchi»
  • Il castello di Andrano

Gli abitanti di Andrano erano conosciuti beffardamente con il nomignolo di «mangia-brufíchi», lo stesso che viene attribuito agli abitanti di Castiglione, che di Andrano è frazione. «Mangia-brufíchi» nel senso di gente che, in mancanza di altro cibo, si nutre appunto di «brufíchi» ossia i caprifichi.

Che gli Andranesi mangino o abbiano mangiato questo frutto non commestibile è una maldicenza che non ha riscontro in un fatto specifico, realmente accaduto; ma il soprannome ha ugualmente un suo valore in quanto indica una coltura tipica delle campagne di Andrano, gli alberi di fico.

In passato il fico era un elemento fondamentale nell’alimentazione quotidiana, soprattutto nei periodi di crisi segnalati dalle vicende belliche, in quanto sostituiva pane e companatico sulle mense dei meno abbienti ed offriva il vantaggio di saziare subito. In ogni giardino ed in ogni orto non mancava perciò questa provvidenziale pianta, resistente e bisognosa di poche cure, capace di crescere in qualsiasi ambiente, anche il più inospitale.

Il frutto di fico, però, per maturare ha bisogno d’essere fecondato dal polline contenuto nel frutto del caprifico, «lu brufícu» com’è chiamato in dialetto. È questo un albero di fico selvatico che produce frutti formati da infiorescenze maschili e che viene utilizzato per provocare la fecondazione dei fiori femminili del fico coltivato.

La pratica della fecondazione, pur nella sua semplicità, esprime la perfezione che esiste in natura. A primavera inoltrata, sui rami dell’albero di fico domestico si appendono «li brufíchi», infilati in uno spago come i grani di una corona. Il momento fondamentale dell’impollinazione, ossia il trasporto del polline dalla infiorescenza maschile a quella femminile, avviene per mezzo di un insetto fecondatore che si annida nell’infiorescenza maschile del caprifico. Il microscopico moscerino, con termine scientifico chiamato blastofaga (ma per i contadini è semplicemente «lu zampagnúlu») volando da una infiorescenza all’altra compie l’opera della fecondazione.

Terminata la funzione, il caprifico diventa inutile, non essendo i suoi frutti utili nemmeno per sfamare il bestiame.

Dire perciò di una persona che è un «mangia-brufíchi», significa offenderla pesantemente, dal momento che il «brufícu» è un frutto rifiutato persino dagli animali, anche se, come s’è visto, in natura la sua funzione è tutt’altro che marginale.

Alcuni soprannomi individuali

Cannétti (ghiottoni), Cardúne (grosso cardo), Cárzi (guance), Cipalíri (pochi soldi), Cuddhráru (collare), Ferrári (fabbri), Fóchi (fuochi), Gnapípi (mangia pepe; stupido), Jáchi (di Giacomo), Márzi (marzo), Palangári (costruttori di palanche), Paséddhru (pisello), Pisciáru (pescivendolo), Pisíni (piccoli), Púpa (bambola), Rónichi (vermi roditori), Rússa (dai capelli rossi), Senzacúlu (senza deretano), Tamburríni (piccoli tamburi), Tínni (gatti), Túta (dote), Vénzi (ventre). Ed ancora: Cazzíddhri, Peádra, Pisatúra, Táppali, Túscia.

 [Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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