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Il Grande Salento - rivista online di Brindisi Lecce e Taranto - Il paese dei «Carnocchiulári»
BABBARABBÀ/ Aradeo

Il paese dei «Carnocchiulári»

  • Venerdì, 15 Marzo 2019
Il paese dei «Carnocchiulári»
  • Veduta della cittadina di Aradeo

Gli abitanti di Aradeo venivano soprannominati «carnocchiulári» da «carnócchiula» (rana). Insieme a «ciúcci» (asini), è questo il nomignolo più diffuso tra le popolazioni salentine, ma mentre per gli altri paesi «carnocchiulári» trovava giustificazione in una reale situazione del territorio che si presentava ricco di paludi e quindi di rane, per Aradeo non è così. Qui rane e rospi non ci sono mai stati. «Carnocchiulári», allora ha origini del tutto opposte all’usuale, o dovrebbe averle, perché su di esse c’è il buio più profondo.

Il territorio di Aradeo infatti è fertilissimo, ricco di falde freatiche, di acque dolci e limpide che sgorgano da una profondità di pochi metri. Esiste una contrada, chiamata Fontana, particolarmente ricca di pozzi superficiali, i cosiddetti «fussi», di cui si parlava già nel Medioevo, quando gli abitanti di Aradeo rivendicavano il diritto a sfruttarli contro gli Olivetani che ne pretendevano l’esclusivo utilizzo. Aradeo quindi è terra fertile (niente paludi, quindi, né rane), come fa capire la stessa etimologia del nome che deriverebbe dal termine greco «haredreon», che vuol dire terreno ricco di torrenti e di acque sotterranee. Col tempo «Haradreon» è diventata «Aradeon» e finalmente Aradeo.

Nome greco perciò, così come greco-bizantine sono le origini del paese. Per lungo tempo si era invece creduto che esso avesse ascendenze latine per via proprio del nome che per alcuni studiosi sembrava essere riconducibile ai termini latini «ara» e «dei» (altare del dio). Si era supposto infatti che in questo luogo anticamente sorgesse un’ara dedicata ad una divinità pagana; in seguito questa teoria fu confutata perché priva di addentellati storici, e contraddetta dallo stesso stemma civico che pur rappresentando un altare («ara dei») esso è di inconfutabile richiamo cristiano, dal momento che vi compaiono il calice, l’ostia, e due candelabri, simboli della liturgia cattolica.

Nacque perciò una differente interpretazione del toponimo. Il termine «ara» non è stato più inteso nel significato di altare dal momento che in latino «ara» vuol dire anche asilo, cioè luogo adatto ad accogliere un nucleo abitativo. E infatti, intorno al IX secolo, le popolazioni dei casali vicini, Nardò e Galatina soprattutto, per sfuggire alle incursioni saracene, trovarono asilo proprio nel luogo dov’è ora Aradeo, attratte dalla bontà del clima, dal terreno pianeggiante e dall’acqua. Al termine «ara» venne poi aggiunta la parola «dei» per testimoniare la profonda religiosità dei suoi fondatori.

E le «carnócchiule»? Non c’entrano con Aradeo e quando gli Aradeini si sentivano insultare in questo modo soprattutto dai Galatonesi rispondevano: «Tagghiáti lu panu cu lui rasúlu» (Voi tagliate il pane col rasoio). Al che i Galatonesi per ricambiare la cortesia misero in giro la voce che quelli di Aradeo avevano le coperte «a pígnu» (in pegno), ossia erano tanto poveri che portavano al Monte di Pietà, come pegno, appunto persino le coperte.

Gli Aradeini comunque sono conosciuti anche come «taradiáuli», ma non è un epiteto: deriva da «taraddoti», che vuol dire appunto abitanti di Aradeo.

Alcuni soprannomi individuali

Arténziu (da Ortensio, un suo antenato), Baruffiéddhru (deriva forse da un tipo di recipiente di creta per il vino), Bizzárru (estroso), Bumbiniéddhu (piccolo di statura, come il Bambinello), Casimírru (da Casimiro), Castiéddhu (castello), Ciaóve (vendeva uova al grido «Chi vuole uova»), Cicaliéddhu (dalla facile parlantina), Cumpórta (di persona che usava portare conforto agli altri nei momenti di tristezza), Ficáru (chi vende fichi), Gioccolátu (buono come il cioccolato), Gioia (fresco di matrimonio, appena usciva di casa si voltava indietro salutando la moglie con questo affettuoso appellativo), Mamóne (orco, spauraccio), Paparéddhra (paperetta), Purpétta (polpetta), Scasciapignáte (rompi pentole), Sparamásculi (sparava fuochi artificiali di particolare potenza), Surdátu (soldato), Taránta (tarantola), Tennariéddru (tenero), Timbitámba e Zimba (antichissimi soprannomi che hanno dato origine anche a canzoni e filastrocche, come questa: «Quando la Zimba face lu pane, / tutti la Zimba manda chiamare, / e a ci la scorza e a ci la muddhrica, / ia ragione la Zimba cu dica», Quando la Zimba fa il pane tutti manda a chiamare e a chi la crosta e a chi la mollica aveva ragione la Zimba a dirlo). Ed ancora: Bonaséra, Caddarone, Caia, Caróta, Cciúcculu, Cició, Culúmbu, Fuscu, Iparéddhra, Llorroló, Murí, Ngiardini, Piricéddru, Sbaraia, Scucúddhu.

[Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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