BABBARABBÀ/ Acquarica del Capo

Il paese degli «Spurtári»

  • Giovedì, 03 Gennaio 2019
Il paese degli «Spurtári»
  • Foto RIZZO

Gli abitanti di Acquarica del Capo vengono soprannominati «spurtári», ossia gente dedita alla lavorazione di sporte e canestri di giunco. Il soprannome fa riferimento ad una antica attività artigianale caratteristica del paese, praticata sia dalle donne, le esclusive depositarie dell’arte dell’intreccio, sia dagli uomini, impegnati a vendere i prodotti nei mercati dei vari paesi.

La produzione di cesti, panieri e sporte, un tempo insostituibili oggetti nella vita dei contadini, è una tradizione molto antica, un tempo fiorentissima quando le paludi, dove la pianta del giunco cresceva rigogliosa, erano numerose lungo lo Jonio. La materia prima, infatti (la paglia palustre, detta «paliéddhu»), è una pianta con i gambi lunghi oltre un metro che trova l’ideale habitat intorno agli acquitrini, specialmente in quelli che, prima della bonifica, si trovavano fra Torre San Giovanni e Torre Vado, a sud di Ugento.

La lavorazione del giunco, dal momento della raccolta alla fase finale dell’intreccio, si svolge con regole, rituali e gesti che hanno del sacrale. Appena la pianta viene estirpata, i verdi e sottili fili di giunco vengono dapprima messi in acqua fatta bollire in grandi recipienti sulle «furnacédde» all’aperto, e durante la cottura il colore si modifica, divenendo giallo. Ripuliti per bene ed essiccati al sole, i giunchi vengono passati nello zolfo che li fa diventare di colore quasi bianco. Questo trattamento serve per renderli elastici e flessibili, pur senza far perdere ad essi la resistenza.

Dalle abili dita delle «spurtáre» viene quindi intessuto con molta cura, e nelle forme più diverse quasi fosse un ricamo, un gioco di simmetria e di equilibrio. Sedute per terra in cerchio o appoggiate lungo i muri delle case, le donne lavorano il giunco per molte ore al giorno, facendo leva sui piedi o sulle ginocchia per tendere gli esili fili quanto più possibile e per meglio eseguire l’intreccio. E dalle loro mani escono piccoli capolavori: in un cesto si possono ritrovare i punti a croce, a stella, a reticella, trecce che formano il manico e che si ripetono lungo il bordo, mentre i colori degli ornamenti, i viola, i verdi, i bluastri, ricordano certi antichi tessuti locali.

L’epiteto «spurtári» perciò fa riferimento all’infaticabilità degli abitanti. Ma i Presiccesi, con tono di rivalità dicevano: «Acquarísi, mmiénzu le mácchie stánu stísi, cu la ucérna alli mani vannu truvánnu li mascaráni» (Gli abitanti di Acquarica stanno pigramente distesi nei campi, e di sera vanno con la lanterna in mano in cerca dei Presiccesi; quelli di Presicce, infatti, erano soprannominati «mascaráni»). E gli Acquaricesi rispondevano per le rime, con il motto: «Ad Acquarica le spurtédde, a Presicce le puttanédde» (Ad Acquarica le donne che lavorano il giunco, a Presicce le puttanelle).  

Alcuni soprannomi individuali

Cacapí (riferito a chi è stitico), Carcalúri (lavoratori addetti alla preparazione della calce), Cicóra (cicoria), Falóticu (strano, lunatico), Fazzadíu (per il vezzo di pronunciare spesso la frase: «Sia fatta la volontà di Dio»), Patále (grosso recipiente in terracotta usato per la conservazione di frise e fichi secchi), Pilirússu (di pelo rosso), Saccutéddhru (piccolo sacco), Scésci (sciatti), Senzagiáccu (senza giacca), Settemujéri (sette mogli), Squáia (dilapida; per indicare uno spendaccione). Ed ancora: Arciprévata, Barbaruccio, Cafái, Capezza, Caramica, Cattu, Cazzalora, Chicílla, Cinasi, Cirilla, Falippa, Fazzi, Piripizzu, Piscupella, Scajune.

[Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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