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Il Grande Salento - rivista online di Brindisi Lecce e Taranto - Il paese degli «Àuni» e «Mózzica-santi»
BABBARABBÀ/ Arnesano

Il paese degli «Àuni» e «Mózzica-santi»

  • Martedì, 26 Marzo 2019
Il paese degli «Àuni» e «Mózzica-santi»
  • Arnesano, la Fondazione Bernardini

Agli abitanti di Arnesano vengono attribuiti due soprannomi che si contraddicono l’un l’altro: «áuni», ossia gente mansueta come un agnello, e «mózzica-santi», vale a dire bestemmiatori.
L’appellativo «áuni» trae origine dal toponimo Arnesano che, tra le varie interpretazioni etimologiche, comprende quella che fa riferimento al termine greco «arnes», che significa agnello. I sostenitori di questa tesi hanno ritenuto che anticamente il paese fu terra da pascolo, ma questa interpretazione è stata ritenuta assolutamente fantasiosa, poiché proprio ad Arnesano la pastorizia non venne mai praticata, fatta eccezione per alcune zone della frazione di Riesci, un tempo adibite a quest’uso.
Secondo gli agronomi infatti l’erba spontanea che cresce nei campi di Arnesano, per via di una particolare composizione del terreno è tanto amara da non essere accettata nemmeno dalle pecore.
Perciò il soprannome «áuni» non trova alcun riscontro nella realtà, ma chi deve appioppare una ingiuria non va certo troppo per il sottile; così anche se pecore e agnelli non hanno mai brucato l’erba di Arnesano, gli abitanti sono ugualmente chiamati «áuni».
L’altro epiteto che gli Arnesanesi devono sopportare è «mózzica-santi». La tradizione vuole infatti che gli abitanti di Arnesano nel linguaggio comune usassero la bestemmia come una espressione gratuita, assolutamente priva tuttavia nelle intenzioni di chi la pronunciava, del valore ingiurioso e dissacratore verso Dio o i Santi. Solo una abitudine verbale di pessimo gusto, quindi, che, però, ha determinato l’appellativo «mózzica-santi», questo sì ingiurioso per gli abitanti.

Alcuni soprannomi individuali

Bersagliéri (bersagliere), Bonaséra (buonasera), Canniéddhru (zipolo della botte), Capitecardíllu (testa di cardellino), Capitemíta (testa di gazza), Carrózzu) (carrozza), Ccattasále (compra sale), Ciócia (trasandata), Coribéllu (cuore bello), Curciúlu (uccellino tolto dal nido), Friscimbérde (friggimerde), Furnáru (fornaio), Fuscicachióe («Corri che piove», era sempre trafelato), Giudéu (giudeo), Jacíntu (Giacinto), L’ánima-persa-cu-lu-cúlu-squartátu (l’anima perduta con il culo rotto), Lúpu (lupo), Mangiapulénta (mangia polenta), Ngáttu (gazza), Nnizzáta (nascosta), Pappannáli (mangia sbadigli, stolto), Patuánu (padovano), Pesciafuécu (piscia fuoco), Píca (gazza; altrove membro virile), Picarúne (grosso membro virile), Pitíccula (piccola), Pízzica (pizzica), Prontupapà (pronto papà), Púlice (pulce), Ráspa (raspa), Ratamésse (Radames), Rrimítu (eremita), Scasciapórte (rompi porte), Senzaquélla (senza «quella»), Spiculamígghiu (spigolatore di miglio), Ssúgghia (lesina, attrezzo del calzolaio), Tósta (dura), Tóstula (dura), Trecchíccare (tre tazze), Trequínti (tre quinti), Uscacúli (brucia deretani), Zazá (voce usata per cacciare via i cani). Ed ancora: Bricchió, Piripipí, Pirónza, Zu popó.

[Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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