BABBARABÀ/ Calimera

«Porci», («Raccudágia»)

  • Martedì, 21 Maggio 2019
«Porci», («Raccudágia»)
  • Calimera, il centro alcuni anni fa

Gli abitanti di Calimera sono conosciuti con l’epiteto di «porci», «raccudágia» in griko. Il soprannome ha avuto origine da un episodio che per alcuni è realmente accaduto, per altri invece è solo il frutto della fantasia di chi ha voluto a tutti i costi trovare un appiglio per mettere alla berlina i Calimeresi. Complice dell’aneddoto, sia esso vero o falso, è nientemeno che San Brizio, il protettore di Calimera, un santo molto venerato in paese tanto da essere festeggiato per ben due volte nel corso dell’anno: il 29 luglio e il 13 novembre; quest’ultima festa è chiamata «Santu Briziu te li turdi» (S. Brizio dei tordi) o S. Brizio dell’inverno.

Un tempo dunque, qualche settimana prima dei festeggiamenti, c’era l’usanza di allevare un maiale, «lu puercu te Santu Briziu» come era chiamato, allo scopo di trovare entrate per sostenere le spese della festa: ammazzando la bestia alla vigilia, se ne vendevano le carni al miglior offerente. Il porcello era facilmente riconoscibile in quanto veniva bardato con campanellini e nastri ed era lasciato libero di girare per le vie del paese per essere allevato dalla collettività.

Nei giorni precedenti la festa si usava lasciare aperto l’uscio di casa in modo che il maiale potesse entrarvi e ricevere cibo in abbondanza; l’inconsueta visita era addirittura molto attesa, perché era considerata di buon auspicio e proprio per questo si accettavano con ottimismo persino i danni, a volte notevoli, che il maiale procurava nell’abitazione.

Poi il giorno della vigilia, il vezzeggiatissimo e ben pasciuto maiale veniva portato al macello, accompagnato dalla banda, dai canti e dai suoni dei festanti che già si preparavano a gustare il momento più entusiasmante, la vendita delle varie parti del corpo del porcello al miglior offerente.

Un anno il banditore dopo aver messo all’asta prima il prosciutto, poi la testa, quindi il fegato e altre parti del corpo richiamò l’attenzione degli acquirenti sulle frattaglie e, gridando con foga ad alta voce, disse che si trattava nientemeno che dell’intestino di San Brizio. Naturalmente fu un lapsus (voleva dire «l’intestino del maiale di San Brizio»), ma l’ilarità suscitata fu tanta che da allora rimase la diceria che a Calimera si trovavano «i venditori dell’intestino di San Brizio», e dall’uso di allevare il porcello, nacque il soprannome «porci» appioppato agli abitanti. E nacque una filastrocca che recita così: «Sciamu mera mera / edimu li puerci de Calimera; / sciamu luntanu, luntanu / edimu li ciucci de Martignanu; / sciamu tundu tundu / edimu li jazzi de Melendugnu; / sciamu chianu chianu / edimu li pacci de Martanu (Andiamo vicini vicini e vediamo i porci di Calimera / andiamo lontano lontano e vediamo gli asini di Martignano / andiamo tondo tondo e vediamo i caproni di Melendugno / andiamo piano piano e vediamo i pazzi di Martano).

Alcuni soprannomi individuali

Asciumúna (molto brutta), Bampalacása (brucia la casa), Bellacisaria (bella di S. Cesario), Ccarédda (cacarella), Camóru («Che muoio», così si lamentava), Capibárca (per la sua andatura da marinaio), Capirízzu (dai capelli ricci), Capudacéddhu (testa d’uccello), Capudetrózza (testa di carrucola), Carecancápu (carica in testa), Checci-checci (piccolo piccolo), Cicirícchiu (piccolo cece), Citrúlu (cetriolo; sta per uomo sciocco e goffo), Coccalútu (testone), Colapácciu (Nicola il pazzo), Copanári (dal griko «copano», che vuol dire manganello), Crusciúlu (laccio di cuoio), Culipizzúta (riferito a chi il sedere tremola mentre cammina), Curúddhu (trottola, si dava molto da fare); Ddhi-ddhi (parola onomatopeica che sta ad indicare il balbuziente), Facci de mórte (faccia da morto), Facéddha (dal griko, vuol dire scintilla), Fulígnu (furbo), Gnái (stupido), Izza (capra), Jireuscázzu («tira su i pantaloni»), Lattapinnéddhu (imbianchino), Maccammáu (da Mamáu, l’orco che fa paura ai bambini), Marmarélla (dai modi duri), Marruchéddha (lumaca, per dire di uno che non usciva mai di casa), Menzafíca (donna piccola), Menzumilióne (diceva sempre «Ho mezzo milione in banca»), Minecázzu (accrescitivo di Minicu, alias Domenico), Muzzunái (piccolo mozzicone), Naízza («Ná izza», voce con cui si chiama una capra), Nzarrája (serratura), Perdsciurnáte (colui che perde le sue giornate girando a vuoto, fannullone), Pintulíddhi (piccolo e colorito), Pipirndélla (girovago), Pizzulátu (butterato), Pupúscia (upupa), Quàttrustózze (quattro pezzi), Reticáo (radice), Russái (rosso di capelli), Sciósció (parola onomatopeica usata per allontanare le galline), Squáia (colui che spende e scialacqua), Stascíddha (piccolo asse), Tiracáuci (che tira calci), Tirasícchi (tira secchi), Traiapulógna (che fa le cose senza andare per il sottile, Tránti (tretelle), Tré ‘nzíddhi (tre gocce; come dire poco, pochissimo), Tremulatérra (che fa tremolare la terra), Tufágni (famiglia di muratori; da tufo), Vaúsu (bavoso), Zebbedéu (Zebedeo), Zeluceréa (albero che produce le carrube). Ed ancora: Brisca, Cimpogna, Dengaruddhi, Don Limone, Llái, Mammúddhi, Menzanotte, Michi-Machéna, Ncólli, Peténte, Picupiáca, Pipitólli, Pisciatrice, Piscuja, Saítta, Sciámena, Sciáncara, Stállone, Tarazícata, Traccazzíddhi, Zampilla.

[Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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