BABBARABBÀ/ Campi Salentina

«Babbi te Campie», «Ventri janchi»

  • Venerdì, 07 Giugno 2019
«Babbi te Campie», «Ventri janchi»
  • Campi, scorcio cittadino

Gli abitanti di Campi Salentina devono sopportare due nomignoli: «li babbi te Campie» (gli scemi di Campi) e «ventri janchi», termine quest’ultimo col quale si suole indicare l’asino, avendo questo animale la pancia bianca.
Colpevole dell’ingiurioso «li babbi te Campie» è stato nientemeno che il campanile della chiesa Matrice, una costruzione di notevole imponenza architettonica che è però, stranamente mozza. L’occhio dell’osservatore coglie immediatamente il disarmonico contrasto tra la bellissima facciata della chiesa d’epoca rinascimentale e la sua torre campanaria che sembra rimasta incompiuta. In realtà l’edificio venne completato con uno svettante campanile alto quanto la cupola, ma nel 1743, a causa di un devastante terremoto, questo rimase seriamente danneggiato per cui l’Amministrazione chiese al Capitolo di abbatterlo del tutto per evitare ulteriori danni. Ciò avvenne, e nel 1754 un nuovo campanile si stagliava alto nel cielo.
Sfortunatamente alcuni decenni dopo, nel 1792, un fulmine si abbattè su di esso riducendolo al primo ordine della costruzione, così come lo si vede adesso. Questa volta, però, non fu possibile ricostruirlo perché in quel periodo (erano gli anni della Rivoluzione francese), non si consentiva che risorse finanziarie venissero destinate alla costruzione di opere sacre.
Questo, in brevissima sintesi, l’antefatto del campanile mozzo di Campi, che, come si diceva, ha dato l’occasione al nascere del soprannome «li babbi te Campie». I burloni infatti misero in giro la storiella che non il fulmine aveva mutilato il campanile, ma un asino. Essendo dunque cresciuta molta erba nella parte alta della costruzione, gli abitanti decisero di farvi salire un asino perché la mangiasse. Così con robuste funi legarono la bestia, la tirarono sin lassù e decisero di lasciarvela finché non avesse ripulito per bene il campanile. Tuttavia l’asino rosicchia e rosicchia, non solo divorò l’erba, ma lentamente anche la torre campanaria. Gli abitanti di Campi – conclude la storiella – rimasero così privi del loro monumento. Una maldicenza, naturalmente, ma che per molto tempo giustificò il soprannome di «babbi te Campie».
L’altro nomignolo, «ventri janchi», (nel senso di asini), non è infamante, come a prima vista potrebbe sembrare. Asini in questo caso non vuole significare stupidità, ma grande attaccamento al lavoro. I contadini di Campi, di sera, si presentavano in piazza con lo stesso indumento che avevano indossato durante il lavoro, ossia certi pantaloni stretti e lunghi, di colore bianco. Così vestiti cercavano lavoro per la giornata successiva ed anzi proprio quei loro pantaloni erano il segno di riconoscimento di chi aveva bisogno di lavoro. «Ventri janchi», perciò, nel senso di gente volenterosa, ed è possibile che le cause del nomignolo siano state proprio quelle brache che, essendo di colore chiaro, rendevano tutti «ventri janchi», ossia con la pancia bianca.

Alcuni soprannomi individuali

Bacónchi (uomo grasso e tozzo), Barbanéra (per l’abitudine degli antenati a portare una folta barba nera), Baróne (per il portamento nobile ed altero), Bológna (per aver posseduto una macchina targata «BO»), ’Brafátu (rauco; persona taciturna, che parla sottovoce), Bruscacúlu (brucia culo; insofferente, chi non riesce a stare fermo), Brúscia (che brucia; da lasciar perdere perché pericolosamente pettegolo), Cápi-te-cardíllu (testa di cardellino; persona di poco cervello), Cápi-te-sóla (testa dura), Cavallu-sturnu (cavallo con mantello grigio), Cigghié (proveniente da Ceglie), Culiruéssu (sedere grosso), Culózza (senza capelli, calvo), Ficapilúsa (fica pelosa; donna bella e desiderabile), Giúru-súbbra-li-muérti-méi (riferito ad un antenato, avvocato, il quale, davanti al giudice, giurò sui propri defunti l’innocenza del suo assistito), Láncia-bómbe (dal tono perennemente minaccioso del suo parlare), Marísti (amaro, scontroso e iroso), ’Mbruficúne (dal caprifico che feconda il fico; di persona buona solo a proliferare), Ména-ména («Sbrigati, sbrigati!»; dall’espressione usata per sollecitare esasperatamente il lavoro dei dipendenti), Músi-t’argéntu (dal disegno perfetto delle labbra), Nachíru (capo operaio nei frantoi), Nasicacátu (naso sporco; disordinato, trasandato), Nirvicúne (cupo, scontroso), Pánza-fránca (come dire «il prezzmolo in ogni minestra»), Páppa-e-dduérmi (mangia e dormi), Pesci-an-térra (piscia a terra, dal parlare a vuoto), Pezzaníura (persona insignificante), Pianu-pianu (flemmatico e prudente), Pizzichícchi (dal nome del famoso bandito di Martina Franca), Risinnínu (di scarsa consistenza caratteriale), Scarzátu (senza «carze», senza guance), Sonacampáne (campanaro), Suttacuéucu (al di sotto del cuoco; di scarso prestigio sociale), Táta-sántu (dal carattere bonario e pio di un antenato), Trappitiéddu (che lavora nel «trappitu», frantoio), Triticína (dalla «tredicina», lungo rito religioso in onore di S. Antonio; persona che parla molto), Ucciu-te-l’albérgu (nome derivato dall’attività di gestore d’una pensione locale).

[Dall'inserto "Babbarabbà" curato da Antonio Maglio e pubblicato dal "Quotidiano" nel Dicembre 1990]

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