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UNIVERSITÀ/ Intervento di Salvatore Luigi BALDARI

“Taranto sia città di servizi universitari”

  • Domenica, 17 Maggio 2020
“Taranto sia città di servizi universitari”

«Per trasformare Taranto in “città universitaria” non occorre avere un Ateneo proprio. Per la sua posizione geografica, può continuare ad ospitare corsi delle Università di Lecce e Bari ed essere più attrattiva per Basilicata o della Calabria». (Foto di Eduardo DE MATTEIS)

Salvatore Luigi Baldari 3

di Salvatore Luigi BALDARI

Il dibattito sull’autonomia universitaria della città di Taranto ha registrato picchi di centralità in diversi periodi dell’ultimo decennio e, seguendo questo andamento altalenante, oggi, sembra tornato nuovamente d’attualità. Da studente della Provincia, giunto agli atti conclusivi del proprio percorso universitario, orgogliosamente svolto a Taranto, mi sento in dovere di aggiungere una personale riflessione al dibattito. Il dibattito sull’autonomia universitaria andrebbe affrontato innanzitutto stabilendo, a monte, quali sono le aspettative che ci si pone. Se da una Università autonoma pensiamo possa derivare la possibilità di ricevere tutti i finanziamenti vagheggiati, l’attivazione di tutti i corsi che ci passano per la testa e il raddoppio degli iscritti, credo si stia iniziando con il passo sbagliato.

Per attivare un nuovo Ateneo si dovrebbe innanzitutto reclutare un nuovo corpo docenti, tale da poter garantire una qualità didattica, almeno pari a quella attuale. Ci sarebbero i fondi per questo? A legislazione vigente, le risorse vengono ripartite anche in base al numero degli iscritti e della qualità della ricerca e così, facendo un calcolo sommario, probabilmente non ne avremo molte di più di quelle che ci sono al momento. Se un’Università autonoma dovesse significare, per studenti e famiglie tasse più alte, rispetto alle altre del territorio, sarebbe una sfida già persa in partenza.

La vera sfida, a mio avviso, è trasformare Taranto in città universitaria. E, paradossalmente, per diventare tale non è necessario possedere un proprio Ateneo. Città universitaria si diventa grazie ai servizi che una città offre. Trasporti pubblici, viabilità, alloggi per gli studenti, mense, servizi lavanderia, convenzioni con centri sportivi (palestre, piscine, campi di calcetto), eventi di intrattenimento, potenziamento delle Biblioteche comunali, sinergia fra i Comuni del territorio, interazione con le aziende, collaborazioni periodiche con i quotidiani e le Tv locali. Sono solo le prime idee che mi passano per la testa quando penso a cosa dovrebbe essere una città universitaria. Che poi, altro non sono che azioni mirate ad un più generale miglioramento della qualità della vita, politiche per trasformare un’area urbana in una smart city, ribaltando le scelte urbanistiche dei decenni scorsi, che, troppo spesso, non erano state prese pensando le nostre città del Sud per accogliere, includere, stimolare l’offerta di servizi e opportunità.

I dati attuali e le proiezioni per i prossimi anni evidenziano un crollo demografico ai danni dell’intero Meridione, a cui concorre anche inesorabilmente l’emigrazione di giovani, che una volta andati via per scelte di studio, decidono di non far più ritorno a casa. Attraverso scelte intelligenti dobbiamo recuperare il deficit di fiducia nel futuro che ci attanaglia. Perché se un giovane sceglie di andare a svolgere un’attività, a parità di condizioni economiche, in un’altra zona d’Italia o d’Europa, allora vuol dire che oltre al problema del lavoro, esiste anche il problema di non vedersi realizzare le proprie aspettative in termini di qualità della vita. La sfida, allora, è diventare una città in grado di trasmettere la percezione di far parte di una comunità che offre delle opportunità. Se pensiamo che per poter vincere questa sfida occorra avere un’Università autonoma, per il solo prestigio di averne una, ma poi sarà continuata ad essere vissuta come un prosieguo della scuola superiore, si faccia anche così. Ma non dovremmo stupirci, però, quando fra dieci anni ci ritroveremo al punto di partenza.

Quello su cui puntare sono la qualità e la diversificazione dell’offerta didattica. Per la sua strategica posizione geografica, Taranto, può continuare benissimo ad ospitare nuovi corsi delle Università di Lecce e di Bari e al tempo stesso, essere molto più attrattiva di quanto lo sia adesso, non soltanto per gli studenti della Provincia, ma anche per quelli della Basilicata o della Calabria. E, in questa visione, ancora una volta, torna al centro delle priorità il tema “omnibus” a mio avviso che è quello dei collegamenti stradali, ferroviari e su gomma. La necessità di infrastrutture moderne, sicure, veloci e capillari non può più rimanere inesaudita. Mi riferisco al completamento della Bradanico-Salentina, alla realizzazione della Regionale 8, all’elettrificazione delle linee ferroviarie con una piena interoperabilità Rfi-SudEst, il potenziamento della flotta bus. Insomma tutti quegli interventi che cambierebbero completamento il volto di un territorio, in grado di svilupparsi intorno alla complementarità delle proprie città principali.

Sarebbe una vittoria non soltanto per Taranto, ma anche per le province di Lecce, Brindisi, Bari, che magari vedendo allargarsi l’offerta formativa regionale, limiterebbero la fuga di molti studenti verso il Nord. Tutto questo si può fare senza possedere un proprio Ateneo. In termini di marketing territoriale il disagio sarebbe facilmente colmabile, creando un brand: “Taranto, città universitaria” o “Studia in Terra Ionica” o ancora “Due Mari d’Università” o comunque qualunque altra dicitura possa venire in mente a chi sicuramente è più bravo di me in queste attività. Purché sia un marchio identificativo e riconoscibile, che attesti la complicità e la partecipazione attiva di tutti gli attori economici e sociali della città in questa idea di salto di qualità.

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