La storica ferrovia salentina nel ricordo di Marco Brando

Sud-Est addio, con qualche nostalgia

  • Sabato, 25 Maggio 2019
Sud-Est addio, con qualche nostalgia

Per Marco Brando, autore di “Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia”, l’annunciata scomparsa delle Ferrovie Sud-Est è la «metafora di troppe occasioni perdute».

di Marco BRANDO

Addio, Ferrovie del Sud-Est? Leggo - da lontano (dopo 7 anni trascorsi in Puglia, sono tornato a Milano nel 2007) - che la società non chiederà la proroga del contratto di servizio con la Regione. Così nel 2021, alla scadenza di quello in corso, mezzi e binari finiranno sul mercato. E sparirà lo storico marchio, che risale al 1931, forse destinato a rimanere soltanto sugli autobus. Lo avrebbero confermato fonti del gruppo FS, secondo cui FSE - acquisita tre anni fa grazie a una procedura di salvataggio concordata con l’allora ministro Graziano Delrio - è una partecipazione “non strategica”. I treni - salvo colpi di scena - non spariranno lungo tutti i 473 km tra Bari e il Salento: la rete potrebbe andare a RFI, i collegamenti a Trenitalia; ammesso e non concesso - vista l’assenza di conferme ufficiali - che il gruppo ferroviario di Stato tra due anni si faccia avanti, circostanza che non è affatto scontata.

Vedremo. Forse FSE rinascerà con un altro nome e probabilmente sarà un po’ più efficiente. Traguardo, quest’ultimo, che non richiede grandi sforzi (almeno, in teoria...), visto quello è successo negli anni scorsi, quando ha già rischiato di sparire in seguito a un buco di 230 milioni, colmato solo con un concordato preventivo e l’intervento del gruppo Fs. La scomparsa del logo “Ferrovie del Sud-Est” però non sarà soltanto una formalità burocratica. Quell’addio annunciato è anche la metafora di troppe occasioni perdute, tra mancanza di lungimiranza, paludi burocratiche e anche peggio.

Lo scrivo con dispiacere e un po’ di rabbia, anche se sono stato un “pugliese” occasionale, di passaggio. Perché a me - genovese/milanese con radici sparse - quelle ferrovie sono sempre piaciute: fin da quando, nel 1980, feci la mia prima vacanza in tenda a sud di Roma e, per raggiungere il camping Idrusa a Otranto, nell’ultima tratta mi imbarcai proprio su una littorina FSE. Non solo: nel 2005, quando ero un giornalista del Corriere del Mezzogiorno, durante l’estate raccontai un lungo viaggio con le Sud-Est. Poi quell’articolo entrò a far parte, nel 2006, di un mio libro edito dall’editore barese Palomar: si intitola, guarda caso, “Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia”.

Mi chiedevo 14 anni fa (e forse la domanda vale tuttora): «Che cosa servirebbe per rilanciare o promuovere il turismo in Puglia? Chiaro: una ferrovia, con relativi treni, che congiunga le zone più belle della regione, come la Valle d’Itria, con i suoi trulli, e il Salento, con il suo mare. Bisognerebbe proprio inventarla. Se non fosse che esiste già: le Ferrovie del Sud-Est in Puglia sono all’opera ufficialmente dal 1931, quando fu costituita la società; e alcune tratte esistono addirittura dal 1861. Con 473 chilometri di linee attraversa tutte le province tranne quella di Foggia (all’epoca la BAT non c’era ancora, ndr), collega tre capoluoghi (Lecce, Bari e Taranto) e 85 comuni; in un’area vasta 4.600 chilometri quadrati, dove il punto estremo a Nord è il capoluogo regionale e, a Sud, è Gagliano del Capo, a due passi da Santa Maria di Leuca»”.

Scrivevo, nel 2005 e poi sul libro, che si trattava di un grande patrimonio. Poi: «Peccato che oggi pochi se ne rendano conto, persino tra i pugliesi (quanti hanno fatto un viaggio lungo e di piacere su quelle carrozze?). Mentre i turisti ne sono tenuti accuratamente all’oscuro, sia dagli operatori privati che da quelli pubblici (leggi: assessorati, tour operator, Apt e via elencando), tranne alcune timidissime sortite. Come se nella laguna veneta si “nascondesse” ai villeggianti che ci sono i vaporetti. E i pendolari che ne fanno uso abitualmente (studenti e lavoratori, per lo più) non sono i più indicati per coglierne il fascino e intravvederne le prospettive turistiche».

Per ovviare a quelle lacune, provai a percorrere trecento chilometri in un giorno sulle mitiche FSE: 244 km da Bari a Gagliano di Leuca, con coincidenze a Martina Franca (Taranto) e Novoli (Lecce), in tutto sei ore e 20 minuti di viaggio; altri 66 km da Gagliano a Lecce, sulla linea orientale, in un’ora e mezza. Oggi si sognano treni che su quei binari vadano a 90 km orari. Però allora l’ineluttabile media oraria di 50 chilometri orari, in grado forse di far innervosire i suddetti pendolari, mi pareva in grado di essere la formula magica per sedurre i turisti: dopo il boom dello slow food (il “mangiare lento”), perché non cedere alle tentazioni dello slow tour, il “viaggiare con calma”?

Il viaggio, iniziato alle 9,40 nella stazione di Bari centrale, sul marciapiede più lontano di tutti, mi portò fino a Martina Franca, 78 chilometri. Da Conversano comincia la tratta che potrebbe eccitare qualsiasi turista: inizia un paesaggio unico al mondo, quello annunciato dal primo trullo semicadente e poi da tanti altri, a decine e decine, di tutte le dimensioni, incastonati nella campagna fiorita. Dopo Putignano il paesaggio diventa spettacolare, indimenticabile: la Murgia vera, poi la Valle d’Itria. Ogni tanto il treno s’insinua in gole scavate nella roccia per sbucare su viste mozzafiato. Alberobello ovviamente meriterebbe una sosta, anche se la stazione è piuttosto lontana dal centro storico. Il percorso nella vallata tra Locorotondo e Martina Franca, arroccata a più di 400 metri d’altezza, offre una distesa di trulli a perdita d’occhio, ben tenuti, in un’atmosfera da favola.

A Martina cambiai, dopo un’ora di sosta. Poi via, alle 12,40, su una vetusta carrozza motorizzata: sembrava un pullman d’epoca con le ruote d’acciaio. Ovviamente, come tutti i treni FSE di allora e forse di oggi, aveva un motore diesel. Si sentiva persino il rumore del cambio delle marce, mentre il mini convoglio - carico di studenti - scendeva, tra continue curve e controcurve, le rampe della ferrovia. Il treno sferragliava sempre lontano dalle strade, in mezzo ad un campagna splendida, vero compendio della “pugliesità”. Sfiorai un passaggio a livello, mentre una signora vestita di nero pareva impegnata a manovrarlo a mano. Nella stazione di Manduria c’era un ferroviere che sembrava uscito da un film neorealista: capelli all’indietro, baffi e fisico alla Amedeo Nazzari, camicia fucsia unta d’olio e di grasso, maniche arrotolate; manovrava a raffica una sventagliata di manovelle destinate ai passaggi a livello, poi si occupava personalmente dell’aggancio e dello sgancio di alcuni vagoni.

A Novoli, dopo 92 km, un nuovo cambio. Scesi al volo. L’altro treno, per Gagliano, era già pronto, con due vagoni. Chiesi al macchinista, affacciato al finestrino, se era quello giusto. “Lei va proprio a Gagliano Gagliano?”, mi domandò. Beh, sì. Stessa domanda da parte del controllore. Il convoglio, quasi vuoto, s’avviò, inoltrandosi nella penisola salentina verso ovest, in direzione di Nardò e Casarano. La natura qui era ed è più selvaggia, più arida, più rocciosa; più meridionale, se possibile. A Nardò salirono due anziane signore, con le borse della spesa. Soltanto loro scesero a Gagliano con me, munite di un gigantesco e altrettanto anziano (già allora...) telefono cellulare, col quale chiamarono chi sarebbe dovuto andare ad accoglierle.

Arrivai alla mia destinazione, dopo 6 ore e mezza di viaggio, soltanto con tre minuti di ritardo sulla tabella di marcia. In compenso, scoprii la ragione di quelle domande sulla mia meta finale. La stazione di Gagliano è lontanissima dal centro del paese, un cartello all’epoca annunciava due corse di pullman per la costa (ma solo in estate). Il bar più vicino? A due chilometri. Però Santa Maria di Leuca è a pochissimi chilometri, su quel mare che durante tutto l’itinerario da Bari non avevo mai sfiorato. Dopo un’ora tutto solo in campagna, nella piccola stazione, ripartii, via Maglie, per Lecce, e da lì tornai velocemente a Bari con un treno delle FS (si chiamavano ancora Intercity).

Il tour con le Sud-Est era finito. Ma già 15 anni fa mi chiesi che cosa sarebbero potute diventare, se i turisti avessero saputo (e sapessero) della loro esistenza, anche nelle condizioni un po’ provate in cui sono oggi, magari con l’aggiunta di qualche servizio in più. Oggi c’è il rischio che sparisca il nome di quelle ferrovie, che delle Sud-Est sopravviva soltanto qualche tratta più remunerativa e che molti investimenti fatti negli ultimi anni vadano ulteriormente sprecati. Mi auguro che non succeda. Però bisognerebbe stare più attenti - in Puglia e nel resto d’Italia - a non sprecare occasioni irripetibili. E a non far seccare le nostre radici.

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