Il Salento sulla rotta della “Nuova Via della Seta”

Se Marco Polo torna a casa via Taranto

  • Venerdì, 15 Marzo 2019
Se Marco Polo torna a casa via Taranto

Nel XIII secolo, Marco Polo raggiunse la Cina attraversando l’Asia. Oggi sono i cinesi che riaprono la Via della Seta per giungere in Europa anche via mare. Il ruolo che può avere il porto di Taranto.

di Lino DE MATTEIS

Che il governo a trazione leghista guardi solo al Nord è un dato scontato, ma che la classe politica pugliese, dal ministro per il Mezzogiorno al presidente della Regione, ai parlamentari di tutti i partiti e ai sindaci non dicano e non facciano nulla per inserire un grande porto come quello di Taranto nei progetti di investimenti cinesi è vergognoso. Il governo, infatti, si prepara a sponsorizzare solo i porti del nord, Genova e Trieste, alla delegazione cinese che accompagnerà il presidente Xi Jinping nella visita che farà in Italia il 21 e 22 marzo.

Ora, al netto dei rapporti con gli Stati Uniti e con l’Europa dopo le pressioni di Trump e di Bruxelles affinché l’Italia non aderisca al progetto cinese, la partita che si è aperta ha una dimensione planetaria e storica, ma non per questo è fuori dalla portata di un piccolo territorio come il Salento che, grazie alla sua favorevole posizione geografica, si trova ad incrociare il flusso commerciale che la superpotenza cinese vuole aprire con l’Europa.

Di cosa si tratta? La Cina del presidente Xi Jinping ha varato, nel 2013, un superprogetto di espansione commerciale denominato “Belt and road iniziative” (che letteralmente significa “Iniziativa di cintura e strada”) che prevede rotte terrestri e marine verso 65 paesi (equivalenti al 65 per cento della popolazione mondiale) con un investimento complessivo previsto di 900 miliardi di dollari, di cui 200 già investiti, per la realizzazione di nuove infrastrutture o il potenziamento di quelle esistenti.

L’Italia è interessata ad aderire al progetto cinese, un interessamento già manifestato dal centrosinistra, con il governo di Paolo Gentiloni, e confermato dal governo gialloverde con la visita in Cina del vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Un qualche preliminare di disponibilità potrebbe già essere firmato in occasione della prossima visita in Italia del presidente Xi Jinping. Le incognite però sono molte: non solo per il destino del governo gialloverde, sempre più traballante per i contrasti Lega-5Stelle, ma anche per il freno dell’Europa e per le minacce degli Stati Uniti di ritorsioni economiche contro qualsiasi accordo bilaterale tra Italia e la Cina. L’Italia, insomma, si assumerebbe la responsabilità di essere il primo paese europeo e del G7 ad aderire al progetto di espansione commerciale della Cina e di costituire la testa di ponte per la penetrazione cinese in Europa imperniata sia sugli scambi commerciali e sia sulla gestione della rete telematica 5G da parte della cinese Huawei.

Nulla c’è ancora di definito, ma se, pur auspicando con l’Europa una strategia comune, l’Italia dovesse andare avanti nella sua legittima e autonoma iniziativa di partnership con la Cina, è necessario che si tenga nella dovuta considerazione logistica la presenza del porto di Taranto e il ruolo che potrebbe svolgere come approdo primario della nuova Via della Seta nel continente europeo. La dimensione del molo polisettoriale, l’ingresso nella gestione della multinazionale turca Yilport Holding, leader mondiale di terminal container, la presenza dell’autostrada e dei porti di Grottaglie e di Brindisi, rendono già competitivo il porto di Taranto, accorciando di molto i tempi di approdo in Europa delle navi container che giungeranno dalla Cina attraverso il canale di Suez. Ma inserire Taranto nel progetto della nuova Via della Seta vuol dire avere la possibilità, attraverso gli ingenti finanziamenti cinesi, di potenziare le infrastrutture dei collegamenti di Taranto, facendo arrivare nel Salento anche l’alta velocità e l’alta capacità.

La partita che si gioca è di straordinaria importanza per il futuro del Mezzogiorno e del suo sviluppo per i prossimi 50 anni. Dalla classe politica meridionale, e pugliese in particolare, ma anche dalla società civile, deve venire una spinta forte affinché il governo a trazione leghista dimostri nei fatti di avere veramente a cuore la crescita del meridione d’Italia. Il ministro per il Mezzogiorno, Barbara Lezzi, e il presidente della Regione, Michele Emiliano, coi sindaci delle tre province di Lecce, Brindisi e Taranto, la facciano diventare una bandiera del riscatto meridionale.

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