L’odissea di un contribuente leccese

Se il Fisco pretende un debito fantasma

  • Lunedì, 09 Settembre 2019
Se il Fisco pretende un debito fantasma

Il debito col Fisco non esiste ma per le Entrate il cittadino deve comunque pagare. Costretto a versare le prime rate per evitare i pignoramenti, i ricorsi gli hanno poi dato ragione, ma il contribuente attende ancora i rimborsi delle rate.

Tutto è iniziato circa un anno fa quando un cittadino leccese riceveva una cartella esattoriale di svariate migliaia di euro per un presunto debito col Fisco. Il contribuente si faceva forza e cercava di capire tra i vari uffici dell’Agenzia delle Entrate quale fosse il motivo della richiesta senza però venirne a capo.

Nonostante ciò non si perdeva d’animo e si rivolgeva allo studio legale dell’avvocato Matteo Sances affinché si confrontasse con i funzionari dell’Agenzia delle Entrate di Lecce i quali spiegavano che risultava a nome del contribuente un modello di pagamento F24, consegnato in maniera anonima presso uno sportello di Poste Italiane, con il quale si era proceduto alla compensazione di presunti debiti tributari del 2014 con crediti d’imposta inesistenti.

Non conoscendo assolutamente quel modello di pagamento F24, il contribuente ha subito sporto denuncia dinanzi alla Procura della Repubblica ma, contemporaneamente, depositava presso agli uffici delle Entrate la prova del pagamento integrale delle imposte 2014, ossia la dichiarazione dei redditi e le ricevute di pagamento delle imposte. Ma nulla da fare.

Ai funzionari è stato spiegato che, indipendentemente da chi avesse presentato quel modello F24, se comunque vi era stata una compensazione tra un credito d’imposta inesistente con un debito altrettanto inesistente non vi era alcuna evasione né tantomeno alcuna richiesta da parte dell’Erario poteva trovare giustificazione. Ma ancora nulla da fare, per cui il contribuente ha dovuto adire l’Autorità Giudiziaria.

I Giudici, quindi, esaminati i fatti di causa accoglievano finalmente le richieste del contribuente e annullavano la cartella di pagamento.

Nello specifico la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce, ha espressamente affermato che: «l’evidente illogicità di compensare un credito d’imposta inesistente con debiti d’imposta altrettanto inesistenti, induce il Collegio a ritenere che anche il recupero a titolo di Irap, relativamente all’anno d’imposta 2014, non corrisponda ad alcun reale debito Irap per quell’anno, essendo palese che l’Ufficio abbia fondato il recupero in questione esclusivamente sulla base dell’inesistenza del credito d’imposta indicato nel Modello F24 la cui effettiva riconducibilità all’odierno ricorrente non può ritenersi provata» (sentenza n.113/03/19 passata in giudicato il 22 luglio 2019).

In altre parole, il Fisco disconosceva la veridicità della dichiarazione, presentata da ignoti, nella parte in cui indicava il presunto credito d’imposta ma non faceva altrettanto in merito alla parte in cui veniva riportato un debito d’imposta inesistente nonostante le prove fornite prontamente dal contribuente.

Tale sentenza è passata in giudicato il 22 luglio scorso poiché non è stata impugnata né dall’Agenzia delle Entrate di Lecce né dal Concessionario della riscossione – che, dunque, hanno riconosciuto la correttezza della pronuncia dei giudici – ma comunque il calvario del contribuente non è ancora finito poiché, in attesa della sentenza, il contribuente è stato comunque costretto a chiedere di rateizzare le pretese e a pagare alcune rate (per evitare che l’Agenzia delle Entrate potesse procedere con ipoteche sui suoi immobili o pignoramenti) ma ad oggi, nonostante le nostre diffide, il rimborso di quelle somme tarda ad arrivare. Inutile dire che, nonostante il lieto fine della vicenda, il contribuente rimane comunque molto amareggiato per quanto accaduto.

«Da anni sostengo che il rapporto tra Fisco e cittadini deve per forza cambiare in meglio – dice l’avv. Matteo Sances – perché se da una parte pagare le tasse è un dovere dall’altra è importante che lo Stato tuteli il contribuente ingiustamente tartassato, lo informi in merito ai propri diritti e in qualche modo costringa i funzionari del Fisco a riparare ai loro errori senza indurre i cittadini a rivolgersi ogni volta all’Autorità Giudiziaria e tra l’altro, come è successo in questo caso, a costringerli a pagare le pretese illegittime durante la causa in attesa della sentenza. Tutto ciò rischia di far perdere la fiducia dei cittadini nello Stato». «È bene far presente – continua l’avv. Matteo Sances – che queste vicende oltre minare la salute dei contribuenti rischiano anche di rovinare la vita le loro famiglie e, dunque, ritengo che si debba dedicare sempre la massima attenzione. Per questo motivo ormai da anni ho costituito insieme ad altri colleghi un Centro Studi (www.centrostudisances.it) che ha proprio la finalità di informare costantemente i contribuenti in merito ai propri diritti. Da sempre sono convinto che noi professionisti abbiamo il dovere sociale di informare e dare, comunque, il nostro contributo ma lo Stato deve necessariamente fare la sua parte».

(Nella foto l'avv. Matteo Sances)

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