RIFORME INCOMPIUTE

Province, un paradosso tutto italiano

  • Venerdì, 01 Marzo 2019
Province, un paradosso tutto italiano

Senza risorse e personale, le Province o si aboliscono o si rilanciano con una vera riforma, accorpandole secondo la ripartizione territoriale individuata dalla Società Geografica Italiana, in attesa di mettere mano alla riforma delle Regioni.

di Lino DE MATTEIS

La situazione delle Province è veramente paradossale. Per avere un’idea dell’assurdità, basti pensare che è affidata loro la gestione di 132mila chilometri di strade provinciali e la manutenzione di 5.100 scuole, che ospitano 2 milioni e 500mila ragazzi. Le Province sono però ora terra di nessuno, rimaste nel limbo della legge Delrio del 2014, che le aveva depotenziate e ridotte ad enti di secondo livello, cioè non eletti direttamente dai cittadini ma dai Consigli comunali, in attesa di essere cancellate dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Il referendum fu bocciato, le Province, prive di risorse e di personale, sono rimaste però cariche di responsabilità ma senza gli strumenti per poterle assolvere adeguatamente.

Nel governo Lega-M5s c’è qualche segnale di attenzione al problema, ma appare ancora incerto quale sia il futuro delle Province. L’intenzione sembrerebbe quella di rafforzare il ruolo di questi enti, ma è chiaro che, competenze a parte, se i fondi disponibili non saranno sufficienti, le Province resteranno impotenti e non in grado di offrire servizi adeguati al territorio. La Lega ha già presentato una proposta di Legge per ripristinare l’elezione diretta e, su questo tema, si starebbe ammorbidendo anche il veto che i Cinquestelle avevano posto, contrari, in un primo momento, alla sopravvivenza stessa delle Province. Un tavolo tecnico è stato istituito al ministero dell’Interno, sotto la guida del sottosegretario leghista Stefano Candiani. Vedremo che cosa ne sortirà.

E’ evidente, però, che la situazione non può restare così: o si aboliscono le Province o si rilancia il loro ruolo istituzionale con una riforma che tenga conto di due necessità: a) l’esigenza di risparmio della spesa pubblica, che aveva già spinto il governo Monti a proporre una riduzione numerica di questi enti, attraverso un loro accorpamento per territori omogenei; b) l’esigenza di riduzione della miriade di enti, consorzi, società partecipate operanti sui territori provinciali, bisognosi di una profonda razionalizzazione, avviata con la cura dimagrante della riforma Madia ma che il governo gialloverde ha bruscamente interrotto.

Alla riforma delle Province potrebbe essere applicata la ricerca della Società Geografica Italiana, che ha individuato per l’Italia una trentina di ambiti territoriali, ottimali e di prossimità, su cui incentrare l’assetto amministrativo nazionale. Secondo lo studio della Società Geografica, i trenta ambiti territoriali dovrebbero coincidere con le nuove Regioni, più piccole e vicine ai cittadini, in sostituzione sia delle attuali Regioni, sia delle Province e dei vari enti territoriali minori. La proposta, sostenuta in Puglia dal leader del Movimento Regione Salento, Paolo Pagliaro, ha una sua logica e razionalità sia sul piano della riduzione della spesa pubblica sia su quello della razionalizzazione dei vari enti territoriali minori. Ma poiché la riforma delle Regioni non sembra essere all’ordine del giorno nell’agenda di questo governo, mentre sembra inevitabile affrontare il paradosso delle Province, potrebbe essere utile applicare alla riforma di quest’ultime il criterio della Società Geografica.

In sostanza, applicando il criterio degli ambiti territoriali individuati dalla Società Geografica Italiana, si avrebbero, oltre alle attuali Regioni, solo 31-32 Province, invece delle attuali 80 e degli altri 27 enti amministrativi operanti in Italia (Città metropolitane, Consorzi comunali, Unione territoriali intercomunali, ecc.), degli 87 Ato-rifiuti, dei 69 Ato-acqua, delle 48 Autorità di bacino, dei 150 Consorzi di bonifica e degli oltre 3mila organismi e consorzi vari. Inoltre le Province potrebbero svolgere anche la funzione di stazioni appaltanti per i Comuni che rientrano nella propria giurisdizione, al posto dei 30mila soggetti che oggi possono appaltare lavori pubblici. Insomma un bel risparmio di spesa pubblica e una della razionalizzazione della macchina amministrativa periferica statale, in attesa di mettere mano alla riforma delle Regioni.

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