ARCHEOLOGIA/ Intervento del prof. Francesco D’Andria

Messapia, in principio era… Montesardo

  • Lunedì, 14 Settembre 2020
Messapia, in principio era… Montesardo

Un tesoro archeologico in gran parte ancora da scoprire nel cuore del Salento, sul punto più alto del territorio che domina il Capo di Leuca. Qui ci sono tracce di una presenza antichissima, di una necropoli con edifici sacri protetta da imponenti fortificazioni.

Francesco DAndria

di Francesco D’ANDRIA

Confesso che mi aveva lasciato interdetto la domanda rivoltami, a bruciapelo, da Paolo Torsello, in occasione di una visita nella sua Montesardo: “Ma dove inizia la Messapia? Da sud o da nord?”. Mi era sembrata una domanda oziosa e un po’ provocatoria e non avevo risposto. Poi abbiamo iniziato, insieme a Raimondo Massaro, il percorso nei punti in cui ancora si conservano le tracce di un abitato importante della Messapia antica, sfuggite ancora miracolosamente al disordine urbanistico attuale, che tende a cancellare lo straordinario paesaggio del Capo di Leuca. Siamo saliti all’acropoli, definita enfaticamente la “cima”, se non proprio la vetta, delle Serre salentine ed effettivamente, dall’alto dei suoi 184 metri di quota, si domina un vasto territorio, costellato di centri abitati; da questo punto lo sguardo raggiunge ad est il mare, all’ingresso dell’Adriatico, e, verso occidente, si può riconoscere il blu del mare Ionio e le alture che sovrastano il capo di Leuca. Ed ho compreso il senso di quella domanda, pensando che nel Medioevo questo era il Finis Terrae dell’Italia: così era indicato il Santuario di Santa Maria sulla punta estrema del Salento, la Vergine de finibus terrae appunto. Ma nell’Antichità questa terra costituiva il punto di inizio, quando le navi che provenivano dalla Grecia e dall’Anatolia, dirette verso l’Occidente, scorgevano le bianche scogliere di Leuca (in greco significa bianco) punto di riferimento nella navigazione. Era il secolo ottavo prima di Cristo e iniziava un capitolo nuovo nella storia della civiltà europea: il capo di Leuca era “Porta”, su ambedue i versanti costieri, quelli che guardavano a nord, verso la foce del Po, e quelli ad est, verso lo stretto di Messina ed il Golfo di Napoli. Per gli antichi tutto questo era evidente se il Padre della Storia, Erodoto, dedica un’ampia narrazione alle origini del Salento dove erano giunti naufraghi, dopo una tempesta che aveva distrutto le loro navi, i Cretesi di ritorno da una spedizione in Sicilia. Si erano stabiliti in questa parte della penisola salentina e vi avevano fondato una città con il nome di Hyrie, che il geografo Strabone, nell’età di Augusto, collega a Vereto. Origini nobilissime, che meriterebbero una maggiore considerazione, anche perchè Montesardo costituisce il centro dominante di un vasto territorio, dove si potrebbe identificare proprio la città di Hyrie di cui parlano gli antichi scrittori.

La sua acropoli era cinta da mura a blocchi squadrati che, per tecnica e dimensioni, ricordano le mura di Castro, databili al IV sec. a.C. Nel terreno di risulta, dalla pulizia delle mura, Torsello aveva recuperato un frammento di cassetta in terracotta dipinta, della stessa epoca, appartenente al rivestimento del tetto di un sacello: sull’acropoli dunque c’erano edifici sacri. Attualmente il luogo è inaccessibile ma, certamente, qui sorgeva l’abitato più antico già nell’età del Bronzo e la possibilità di condurre scavi archeologici permetterebbe di sciogliere tanti enigmi. Da qui partivano le strade che si diramavano in varie direzioni a raggiungere un territorio ricchissimo, verso l’approdo della marina di Novaglie ad est, verso la costa ionica e l’abitato di Vereto con il suo approdo a Torre S. Gregorio, e poi in direzione sud, per raggiungere Leuca con i suoi abitati dell’età del Bronzo e il luogo di culto della Grotta Porcinara, scoperta da Cosimo Pagliara, dove poi l’Università aveva fatto gli scavi che hanno aperto nuove prospettive di ricerca nel Salento.

Tra i cimeli conservati da Torsello c’è anche una copia del volume sull’archeologia del Messapi, il catalogo della Mostra realizzata nel 1990 presso il Museo Castromediano, che avevo lasciato per la Biblioteca comunale nel 1997, con la dedica: “affinchè Montesardo acquisti “visibilità” nell’archeologia del Salento” e che mi ha riportato a quegli anni in cui sembrava si potesse avviare un grande progetto di valorizzazione del sito, con una collaborazione tra Università, Soprintendenza e Comune. Poi, tutto era stato bloccato dall’intervento dell’ispettore di allora, il dott. Paolo Ciongoli, il quale, aveva rivendicato, come rappresentante della burocrazia ministeriale, la sua esclusiva competenza sugli scavi (una sorta di feudale “ius primae noctis”) e aveva fatto eseguire alcuni interventi di emergenza in cantieri edili: di questo nulla è stato pubblicato, né si è dato inizio ad un reale intervento di tutela e di valorizzazione di questo straordinario sito.

Ma non tutto è perduto! ancora si conservano per centinaia di metri i resti delle fortificazioni che racchiudono un’area di più di ottanta ettari, come negli altri centri dominanti della Messapia: Ugento, Muro Leccese, Rudiae, Oria. Ci sono materiali archeologici da studiare, come il corredo da una tomba conservato presso il Museo Castromediano, e poi c’è lo straordinario paesaggio intorno alla collina dell’acropoli, ancora ben conservato sul versante orientale. Bisognerà metter mano ad un Progetto complessivo di valorizzazione, in cui convergano competenze e conoscenze da affidare come obbiettivo alla nuova Amministrazione Regionale, se questa vedrà nell’Archeologia una risorsa per la Puglia; potrà essere anche una ripartenza, per ricostruire il paesaggio rurale devastato dalla xylella, e Montesardo potrà diventare un luogo di sperimentazione per far tornare gli ulivi nei luoghi che li avevano accolti per più di tremila anni, dal tempo in cui i Cretesi di Minosse erano sbarcati da queste parti, traformandosi, come dice Erodoto, da isolani, che abitavano Creta, in continentali, salentini e iapigi.

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