L’appello dell’on. Giacinto URSO

Lettera aperta al “Grande Salento”

  • Martedì, 09 Aprile 2019
Lettera aperta al “Grande Salento”

Un “grande saggio” della politica salentina e un “padre della patria” come l’on. Giacinto Urso lancia un accorato appello affinché questa terra sappia trovare il coraggio e la forza di rimettersi in cammino. 

di Giacinto URSO

Da tempo, rovisto tra le mie carte per rintracciare il Tuo preciso indirizzo, volendo farti conoscere qualche mia riflessione, sollecitato dal ricordo di averti rappresentato per cinque legislature nella Camera dei Deputati della Repubblica, quando la circoscrizione elettorale abbracciava, unitariamente, le Province di Lecce, Taranto e Brindisi. Purtroppo, ho trovato, più volte, citato il richiamo “Grande Salento” ma senza indicazioni concrete e definite. Una ideazione, rimasta fumosa, che mi impedisce di inviarTi questo scritto attraverso l’Ente Poste Italiane, le quali non riescono più ad assicurare tempestività di recapito. Anzi, numerose missive, pur dotate di francobollo, non giungono nemmeno a destinazione. Mi vedo, perciò, costretto, a inviarTi una lettera aperta.

Non vi è dubbio che, al momento, si sta vivendo una esistenza complessa e complicata. Si è, infatti, succubi di un mastodontico disordine globale, per giunta presentato come inevitabile adeguamento ai tempi mutati. Ciò potrebbe diventare anche un bene, se rendesse migliore futuro. Invece, spaziando l’osservazione, avanza il rischio che più che progresso si stiano accelerando processi di inquietudine, di paura, di indifferenza, di egoismi e di frattura della coesione sociale, della comprensione generazionale, della fatica dello stare assieme.

In più, ognuno di noi rischia di vagare in labirinti esotici, nel grembo degli invasivi “social” e di credere, che, in ogni caso, guai e guasti siano provocati sempre dagli altri. Si consolida di fatto una macroscopica deresponsabilizzazione generalizzata, penetrante sino a ignorare quanto accade da vicino, a livello dei nostri occhi, divenendo, in tal modo, dimentichi del nostro stato di cittadini pensanti, chiamati, per primi, a proteggere i nostri territori, le nostre attese e le nostre esigenze. Con disinvoltura, si scorda perfino il credo che la nostra Patria è l’Italia, che il nostro futuro è l’Europa e che il mondo intero ci appartiene a condizione che si coltivi, da protagonisti, il dovere – vale ripeterlo – di prendere diretta cura, innanzitutto, della nostra terra di residenza, di prossimità. Favorendo, così, una armonia di incastro, proiettata a esaltare la nostra identità e un senso spiccato di autogoverno, confortati da un ampio costante soccorso, nazionale e internazionale.

Purtroppo, Tu, caro mio e nostro Salento, deragli spesso da questi binari direzionali. Di sovente, attendi che piova, per miracolo, la manna. Sei grande ma non lo divieni. In più occasioni, Ti attrae il comodo, immoto binario morto. Anche se puoi vantare notevoli potenzialità e il dinamico ardimento di eccellenze preclare, non soltanto naturali. In tal modo, si diviene succubi del degrado. Stagnano insoluti, i vecchi problemi. Le stesse qualità, collaudate ed emergenti, deperiscono. E, intanto, i problemi si accavallano. Si cronicizzano e pestilenti emergenze piombano su di noi, causate, in parte, da estese precarietà, sospinte dalle nostre soverchie negligenze. Sono tante, davvero numerose. In questo momento, tre maggiormente angustiano. Lo spopolamento, notevole, delle nostre contrade, pur se quasi tutte collocate in pianura. Il “terremoto” della devastante “Xylella fastidiosa”. Il lordume dei nostri territori, invasi dall’accumulo di rifiuti di ogni genere. Sono vere e proprie calamità, che – tra l’altro – hanno conosciuto e conoscono sparuti, confusi tentativi di contenimento. Compreso un fare politico strambo, ottuso, arrogante, punteggiato dalle scaltrezze di sofisticati personaggi in smania continua di consensi e immersi nella melma del dire, dello stradire e dello smentire, offrendo contorsioni maldestre e disgustose.

Sequele ampliate dalla mania di aver, di continuo, sottobocca i microfoni per proclamare editti, disdegnando richiami, ascolto, serietà, consono stile, coerenza. Particolarmente, lo spopolamento inquieta e non può comportare rassegnazione il considerare che si tratta di un fenomeno diffuso. In più non è riflettuto. Avanza l’invecchiamento. Scarseggia la nuova prole. Celere è la fuga altrove. Un piccolo esempio, testimoniato da allarmanti cifre parlanti. Nel mio natio borgo di Nociglia di Lecce, si è passati da 2400 abitanti residenziali del 2012 agli attuali 2253. A sua volta, nel registro anagrafico dei residenti all’estero sono scritte 424 unità. Sono perdite secche, A tutti gli effetti. Piaga principale il lavoro che manca, seguito dall’impoverimento in crescita. Perciò, la qualità della vita si deprime, sferzata da solitudini, da spappolamento comunitario, da scoraggiamenti profondi.

In proposito, essendo ultranovantenne, mi preme rammentare a chi, al momento, arzigogola complicate misure, idonee, a suo stolto vanto, per “abolire la povertà”, che, alla fine degli anni 1940 del secolo scorso, nel mentre si pativa la morte della Patria, distrutta e sconfitta, e la disperazione della gente, ridotta alla fame, si trovò un pratico contenimento ai molteplici disagi. Attraverso l’istituzione di cantieri-scuola, dotati di semplici norme attuative, che consentivano apprendimento di mestieri, applicazione al lavoro, salari sufficienti, avvio o completamento di opere pubbliche. Va pure tenuto presente che, al posto di sussidi monetari, si combatte la povertà assicurando gratuiti servizi assistenziali.

Allo spopolamento deleterio, si è aggiunta, da circa cinque anni, l’invasione della “xylella fastidiosa” che ha rinsecchito, in maniera irreversibile, l’immenso patrimonio degli oliveti salentini e ora procede, a passo svelto, la sua marcia distruttiva verso il resto della Puglia. La scienza non è riuscita a trovare i modi di contrasto. Ma, anche le Istituzioni, vicine e lontane, hanno sciorinato soltanto colossali inadempienze. Con una babele di disservizi che hanno contribuito a sfigurare l’ambiente, il paesaggio, bruciando il luccichio del verde e sopprimendo un bene identitario di originale richiamo turistico. Infatti, il Tuo volto, caro “Grande Salento”, risulta terribilmente mutato. Si è davvero di fronte a un disastro immane. Né vale perder tempo nel litigare. Il passato ci serva come lezione da non scordare. Resta, però, l’arduo compito di approntare il da farsi nel domani. Come rimpiazzare il perduto, come riedificare il distrutto, preventivando il nuovo al meglio e attuando specifici progetti di adeguato ripristino. A ciò, il tutto-fare della Regione non è adeguato. Quello dello Stato è lontano e miope.

Passiamo al lordume dei rifiuti, sparsi dappertutto. Sono una bruttura. Una autentica vergogna e pongono valutazioni amare. Sino a chiedersi: in questi ultimi anni quanto sonno ha consumato, colpevolmente, il potere locale? E i presidi e gli occhi delle varie polizie, municipali e nazionali, si sono resi ciechi? Inadempienze solenni, che appartengono alla plenaria incoscienza civica. Abbiamo tradito anche la qualità dell’accoglienza, che splende e attira in funzione della nitida offerta ambientale. Con una aggravante. Quella di maledire, giustamente, gli inquinamenti delle fabbriche e, in contempo, partecipare, a piacimento, al festival delle immondizie depositate ovunque e a casaccio. Nel caso, volendo, il riparo può essere subitaneo. Basta pulire la nostra coscienza sporca e farla divenire virtuosa, tutrice di un riscatto necessario, rammentando che mantenersi puliti all’esterno incrementa la pratica di una maggiore limpidezza interiore. A piena scena, ora, si pone l’arduo problema del come uscire dal tunnel dello spopolamento, del terremoto “xylella” e del provocato cumulo dei rifiuti. Come sortire fuori dalla pletora di tant’altre ingenti precarietà, vecchie e nuove. Non è agevole. Complottano i tempi che viviamo. Il vuoto politico attuale che dispensa precarietà. Che si balocca con mistificanti atteggiamenti. Che atterra numerosi precetti della Costituzione. Che dispensa nuove avventure al pubblico vivere, forgiate con velleità strane sino a respingere perfino il modello sperimentato della democrazia, classica e compiuta, con invenzioni, pessime e alternative.

Soffia, così, il sibilo di una inedita populistocrazia sovranista, accozzaglia di intendimenti vacillanti nella stessa mente degli autori, che catturano consensi, elargiti dagli elettori sul piano emotivo o irriflessivo. In più, si dispensano ulteriori scappatoie maldestre. I residui partiti morenti schermano le loro impotenze affidandosi alla fungaia di innumerevoli “liste civiche”, mettendo in giro il trucco di un declamato “civismo”, fasullo espediente, ben descritto domenica scorsa dall’editoriale del Direttore del Nuovo Quotidiano di Puglia. In conseguenza, deperisce sempre di più la formazione politica, la partecipazione popolare, l’articolazione di programmi, possibili e veritieri.

Tutto ciò, accade nel turbinio di crisi economiche ritornanti, di impressionanti sfaldamenti istituzionali e di pericolose incognite internazionali. Diviene difficile comprendere quando la normalità può dirsi ritrovata. Non si può restare inerti e bloccati. Per giunta, le periferie stanno assorbendo, al pari, le disfunzioni centrali. La stessa rete dei Comuni e degli Enti locali risulta scossa e perdente la propria centralità democratica, già minata nel Parlamento. L’associazionismo balbetta. E l’elettorato sbanda. Negativi indici maggiormente mortificano il Mezzogiorno e ancora di più l’estremo Sud, dove noi emarginati amiamo rimanere sparpagliati al massimo. Occorre reagire, recuperando tradizioni e obblighi unitari, attivando strumenti adatti e compatti che riescano ad elaborare politiche adeguate. In che modo? Promuovendo, in senso compiuto e con impegno, il “Grande Salento”, operante con formule corrispondenti al presente e al futuro. Non tutto verrebbe risolto. Ma, è l’unico modo per metterci, in comunione di intenti, alla stanga e per approntare da noi proposte, salvezze e precedenze, ricavate con intuizioni elaborate e concordate sul campo. Non solo. Può, così, riprendersi, senza strappi a carico della pugliesità, il sogno della “sub-Regione” unitaria, centro di interessi comuni, che Ennio Bonea, valente accademico e politico, intuì con lungimiranza. Salve a Te e alla tua gente. Auguri, mio e nostro “Grande Salento”! Almeno questo si compia e presto. Non si dimentichi che il peggio non bussa alla porta. E’ già di casa.

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